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Abbiamo chiesto a Franca Cavagnoli com'è tradurre Burroughs in italiano

Abbiamo intervistato Franca Cavagnoli, che ha tradotto in italiano Burroughs, Coetzee e molti altri, per farci raccontare com'è fare il traduttore, confrontarsi con dei mostri sacri e passare tre ore su una singola frase.

di Elena Viale
02 ottobre 2015, 8:33am

Foto di Alessandro Iovino/Cesura.

La traduzione è una cosa talmente affascinante che esistono infiniti saggi sull'argomento, soprattutto infiniti saggi in cui Umberto Eco parla di se stesso che viene tradotto nelle infinite lingue che conosce e aiuta i traduttori a tradurlo meglio. Ma cosa succede quando tra Il pasto nudo di Burroughs e 60 milioni di persone per cui leggerlo sarebbe fondamentale ci sei solo tu con un vocabolario? Cosa vuol dire fare oggi il traduttore, quando tutti pensano di poter tradurre dato che l'istruzione e internet ce lo permettono?

Ho deciso di parlarne con Franca Cavagnoli, autrice e traduttrice, perché il suo è uno dei nomi di riferimento nella traduzione della letteratura americana e post-coloniale, perché una volta durante un corso universitario ha cercato di insegnarmi a tradurre Colline come elefanti bianchi di Hemingway e perché ha tradotto alcuni dei miei libri preferiti tra cui, appunto, Il pasto nudo. E lei è stata così gentile da invitarmi a casa sua.

VICE: Lei è molto nota nel panorama italiano per aver tradotto autori come Burroughs, Coetzee, Naipaul, Kincaid e Twain. Come è diventata una traduttrice?
Franca Cavagnoli: Ho avuto un percorso eterogeneo: dopo la maturità non sono andata subito all'università ma ho fatto quello che io chiamo il mio grand tour, sei mesi a Londra e sei a Parigi, facendo i lavori più diversi e cercando di fuggire gli italiani per imparare bene le lingue. Tornata, ho fatto tre anni di lettere, poi ho fatto "un salto" a storia e infine mi sono laureata in lingue; mentre facevo lingue ho anche fatto un corso per interpreti parlamentari e mi sono avvicinata alla traduzione in tutte le sue forme, inclusa quella letteraria.

Da dove ha cominciato con la traduzione?
Ho iniziato come interprete simultanea e consecutiva, ma in tre anni ho capito che non era la strada giusta per me perché era molto faticoso e ansiogeno. Tradurre letteratura mi sembrava molto difficile, per questo ho cominciato solo dopo i 30 anni e solo dopo aver cominciato a scrivere romanzi.

Lei pensa ci sia stato un cambiamento nel nostro modo di intendere la traduzione e le tecniche di traduzione nel corso degli anni? Per esempio Fernanda Pivano metteva molto del suo nelle traduzioni.
Non solo Fernanda Pivano, anche Vittorini e Pavese: la traduzione era intesa come modo per alimentare la propria scrittura. Oggi invece i traduttori più consapevoli tendono a voler comunicare al lettore che quel testo è germinato in un contesto culturale e linguistico diverso. Ne discende che il lettore deve fare più fatica: se oggi traduciamo Hemingway, ogni volta che dice white deve rimanere bianco—mentre in italiano per "riflesso di sinonimizzazione", come dice Kundera, tendiamo a variare.

Prima diceva di essere passata a tradurre letteratura solo dopo aver iniziato a scrivere romanzi; secondo lei per uno scrittore è più facile tradurre, o viceversa più una persona è caratterizzata come stile e "autorialità" più rischia di mettere troppo del suo?
Ci sono scrittori che traducono bene perché vogliono mettere i propri strumenti di conoscenza della lingua straniera e italiana a disposizione dell'autore, camaleonticamente si mettono nello stile dell'altro. Invece ci sono altri scrittori che lo rendono simile a loro. Credo che funzioni esattamente come per gli attori: c'è quello che è sempre lui, recita se stesso, e poi ci sono gli attori straordinari come Al Pacino, Dustin Hofman, Matthew McConaughey—l'ultimo film suo che ho visto mi sono chiesta chi fosse per tutto il film, poi alla fine ho detto "Ma è lui!" Busi è un traduttore straordinario perché pur essendo così egocentrico nella traduzione mette se stesso a disposizione dello scrittore che traduce.

Quindi la traduzione si può considerare un secondo processo autoriale?
Non vedo differenze tra le due cose, se non che ovviamente chi scrive concepisce dall'inizio il proprio progetto e l'altro trova la cosa già scritta, ma il lavoro che si fa in italiano non è affatto diverso. Quello di cui non si tiene sufficientemente conto è il grado di responsabilità: io come autrice sono responsabile solo nei confronti dei miei lettori, mentre io come traduttrice sono responsabile nei confronti dei lettori italiani e nei confronti dell'autore che traduco.

È la ragione per cui traduco sempre meno, perché con i pezzi da 90 che traduco questa responsabilità in alcuni momenti mi schiaccia, psichicamente è troppo. Non l'ho mai fatto come lavoro a tempo pieno, perché devo poter stare anche un intero pomeriggio su un capoverso. Quindi devo avere un altro lavoro che mi permetta di pagare luce gas e telefono, altrimenti dovrei entrare nella dinamica del lavorare a cottimo, del produrre cartelle.

Lei si occupa soprattutto di letteratura post-coloniale: come si fanno a raggruppare sotto una stessa categoria produzioni di posti così diversi come le Antille e il Sudafrica? Ci può dare qualche consiglio di nuovi autori?
Il minimo comune denominatore è la contaminazione, non solo di generi ma anche di lingue, e quindi appunto dall'incontro-scontro, i pidgin, i creoli. È appena uscito un bellissimo romanzo del giamaicano Marlon James, Breve storia di sette omicidi: è una continua contaminazione di lingue perché ogni capitolo è raccontato da un personaggio, e ciascuno arriva con il suo inglese, con il creolo giamaicano, l'americano degli agenti della CIA.

Chi legge molto spesso ignora cosa succede dal momento in cui il libro esce in lingua originale a quello in cui lo troviamo poi alla Feltrinelli. Come funziona il processo editoriale? Lei viene coinvolta nella scelta di un titolo o solo in seconda battuta, come traduttrice?
Io ormai lavoro esclusivamente su progetti miei: sono io che vorrei che un certo autore venisse tradotto e propongo un progetto a un editore tenendo a mente la sua linea editoriale. Può anche succedere il contrario, per esempio sapendo che mi occupo di letteratura post-coloniale a suo tempo era stata Feltrinelli per Gordimer piuttosto che Adelphi per Naipaul o Einaudi per Coetzee che mi hanno contattato e chiesto di tradurre per loro.

Com'è il rapporto fra traduttore e editor interno alla casa editrice?
Ci sono editori che hanno editor in gamba, che conoscono le caratteristiche dei singoli traduttori. Poi ci sono gli editori che brancolano nel buio. Quando chi traduce consegna, gli editor che fanno seriamente il loro lavoro rivedono la traduzione con il testo a fronte e poi comunicano con il traduttore che è libero di dire "questi suggerimenti li accetto e questi no." Ma ci sono anche revisori che fanno una lettura solo dell'italiano, mettendo punti di domanda dove non capiscono o cambiando arbitrariamente. In alcuni casi non fanno nemmeno rivedere il tutto al traduttore—solo che poi esce a tuo nome. La cosa migliore è lavorare insieme: deve esserci la volontà di vederla come una collaborazione e non come azione di tutti contro tutti armati.

A volte si sente l'esigenza di una nuova traduzione, come ha fatto lei con Il grande Gatsby o come è successo recentemente con Il giovane Holden. Quando si sente la necessità di una nuova traduzione? È perché quella vecchia è stata fatta male?
A volte si sente la necessità di una traduzione nuova, a volte no. Ho recentemente rivisto per il piccolo editore milanese Henry Beyle un bellissimo saggio sul giardino di Francis Bacon tradotto nel 1948 da Ada Prospero Gobetti—quando ancora lui veniva chiamato Francesco Bacone. L'editore avrebbe voluto ritradurlo, ma quando ho letto la traduzione di Prospero mi sono accorta che c'erano pochissime cose da sistemare: era una traduzione che aveva 70 anni e con piccolissimi accorgimenti poteva rimanere in libreria per altri 20. Poi per quanto io possa ritradurre oggi, a meno che mi metta a scimmiottare una lingua di cui ho solo una conoscenza libresca, facendo operazioni di anticato e storicizzazione, quella traduzione resta migliore anche per lo straniamento temporale che offre. Nel "sistemare" il testo ho avuto un forte rispetto per la lingua di Bacon ma anche per quella di Prospero.

Purtroppo al contrario, quando una traduzione è stata fatta di corsa o ci sono errori di comprensione, molto spesso gli editori non hanno i soldi o la voglia di far ritradurre, e mettono delle pezze. Sono operazioni che andrebbero scoraggiate.

Le ritrova spesso nei libri che legge?
Mi capita di vedere proprio la toppa, la lingua di oggi nella lingua del passato. In questo ci vuole più serietà da parte degli editori.

Immagino sia anche un problema di chi è il lettore a cui si rivolge la casa editrice, se si rivolge al lettore più attento o al lettore di massa.
Anche io come traduttrice dovrei pensarci: quel lettore legge, come dice Goffredo Fofi, per pensare e per pensarsi o per non pensare e divertirsi? Chi legge un giallo, un noir, un rosa segue una storia e vuole sapere come va a finire, perciò in questo caso è meno importante che io faccia soffermare il lettore sugli aspetti per esempio legati alla cultura del paese: se ha in mano un panino, non sto a pensare se è un tramezzino o un sandwich, dico panino e lascio che tutti si immaginino quello che vogliono. In quel momento non è la cosa più importante. È come il discorso del piano sonoro: se traduco Joyce "traducendo" anche l'attenzione che lui mette sul piano sonoro, è chiaro che mi perdo qualcosa sul piano semantico ma posso pensare che a lui sarebbe piaciuto di più (tanto l'italiano lo conosceva bene).

Com'è stato tradurre Il pasto nudo?
È stata una tragedia mia personale sulla quale sono stata tre anni. Ma lì altro che stare tre ore su un capoverso, ha voluto dire stare tre ore su una sola frase e poi non venirne a capo; c'erano ancora i dizionari cartacei e finivo per scagliarli contro il muro e poi portarli dal rilegatore una volta tornata in me. Anche perché tutta una serie di fobie sue, per esempio quella degli insetti, sono anche mie. È stato traumatico, ed è la ragione per cui non ho voluto tradurre altri libri di Burroughs, ma ho accettato di farne la cura editoriale: l'ultimo, I ragazzi selvaggi, mi è arrivato ieri. Psichicamente è stato il mio lavoro più faticoso.

Sandro Ferri di Edizioni E/O mi ha detto che il vero problema è la quantità folle di libri pubblicati. Lei che lavora all'interno di questi stessi circuti, avverte una "crisi"?
Io traduco sempre meno quindi non me ne accorgo, ma i colleghi più attivi mi dicono che in giro c'è sempre meno lavoro. Secondo me gli editori annaspano perché per riuscire comunque a vendere producono un sacco di cose qualitativamente non valide. Il problema è che in Italia non bisognerebbe pubblicare così tanto e così tante cose brutte. Soprattutto, bisognerebbe che l'editor tornasse ad avere il ruolo di scout e di lettore, non di manager.

E questa è una tendenza negativa sempre più evidente?
Sì. Prima c'erano magari differenze tra editori di serie A e B e poi editori che avevano sia collane eccellenti che di consumo. Invece ora è molto difficile.

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