Abbiamo chiesto a tre street artist cosa pensano della questione Blu

È passata una settimana da quando Blu ha deciso di cancellare tutte le sue opere dai muri di Bologna aprendo un dibattito sul valore e il significato della street art oggi. Abbiamo chiesto un parere sul tema a tre street artist di fama internazionale.
18.3.16
Immagine via Wikimedia Commons

È passata una settimana da quando Blu ha deciso di cancellare tutte le sue opere dai muri di Bologna per protestare contro l'apertura di una mostra sulla street art che avrebbe ospitato anche alcuni suoi lavori. Questi ultimi erano infatti stati staccati dai muri su cui Blu li aveva realizzati—secondo le intenzioni dei curatori, per salvarli dal deterioramento; secondo chi li critica, col solo scopo di appropriarsene, stravolgendone del tutto il significato. Da quel momento, per qualche giorno si è avviato un dibattito sul ruolo sociale e politico della street art, su come questo cambi a seconda del contesto in cui essa viene inserita e, di conseguenza, sull'opportunità e la legittimità di esporla in un museo.

Stamattina, poi, la controversa mostra è stata finalmente aperta al pubblico—anche se già da ieri avevano iniziato a circolare alcune foto—e il dibattito ha trovato nuove energie. Ma al di là dell'evento in sé (a cui diversi street artist hanno risposto con un contro-evento di protesta) molti quesiti restano aperti: cosa è la street art oggi? A chi appartiene una volta realizzata? E come devono comportarsi gli stessi street artist quando vedono loro opera commercializzata, senza aver prima avuto l'occasione di pronunciarsi in merito?

Per rispondere a queste domande abbiamo deciso di contattare alcuni street artist conosciuti a livello internazionale, italiani e non, chiedendo loro un parere sull'argomento.

VHILS

Un'opera di Vhils in Malesia. Foto per gentile concessione di Vhils.

Vhils è uno street artist portoghese, ma ha lavorato ed esposto in tutto il mondo. Al momento sta organizzando la sua ultima mostra, Debris, a Hong Kong.

Supporto pienamente l'azione di Blu e sono completamente d'accordo con il suo punto di vista. Ha semplicemente accelerato il processo che subisce qualsiasi cosa venga fatta in uno spazio pubblico: sovvertire il contesto in cui viene realizzata e per cui viene pensata un'opera significa annullare l'opera stessa. È come piantare un seme in un ambiente sterile o mettere in gabbia un animale—vuol dire uccidere l'opera. Dare più valore all'interesse economico che allo scopo e all'integrità di un'opera pensata per essere fruita liberamente da tutti in uno spazio pubblico significa non avere rispetto né per l'arte né per la comunità.

Quello che sta avvenendo nelle nostre strade è la nascita di un nuovo movimento che non solo è effimero per natura ma che tiene anche in considerazione questo cambiamento e lo rende parte dell'opera dell'artista. Una volta si facevano statue di marmo e di bronzo perché c'erano pochi modi di fare arte che durasse a lungo. Oggi questo non è più un problema, per cui dovremmo preoccuparci di altro, specialmente del rendere più umano lo spazio pubblico, renderlo un ambiente più interessante in un periodo in cui è diventato solo un luogo che attraversiamo per andare da un punto A a un punto B con gli occhi fissi sul cellulare.

Negli ultimi decenni lo spazio pubblico è stato abbandonato e privatizzato in nome di un'efficienza che in fin dei conti l'ha soltanto disumanizzato e spersonalizzato. Per questo dico: "Grazie Blu! Ammiro da molto tempo i tuoi lavori e adesso ammiro anche la tua coerenza e la tua integrità. Abbiamo bisogno di più artisti così."

MONEYLESS

Un'opera di Moneyless ad Arezzo. Foto per gentile concessione di Moneyless.

Moneyless è un artista visuale italiano. Fa street art e installazioni dal 2004 e lavora prevalentemente con materiali industriali, ambienti naturali e forme geometriche.

Premesso che tutto questo parlare non fa altro che pubblicità alla mostra, il che è un male, trovo che la decisione di Blu di cancellare le sue opere sia stata giusta e coerente con quello che lui stesso ci ha sempre dimostrato nei suoi lavori. Si è creato un precedente pericoloso. Fossero stati dei miei lavori sarei entrato nella mostra e ne sarei uscito con i quadri sotto braccio dicendo, "Grazie e arrivederci."

Questo perché a mio parere dietro quest'iniziativa non c'è la volontà di salvare o proteggere l'opera di Blu, quanto piuttosto il desiderio di farsi belli sfruttando il suo lavoro. Per cui mi chiedo come facciano gli organizzatori ad arrampicarsi ancora sugli specchi, visto che è palese che siano andati contro la volontà dell'artista.

Blu non avrebbe mai accettato di farsi mostrare in un contesto del genere. Il significato di un'opera cambia a seconda del contesto, per cui mi sembra ovvio che quello che è pensato per stare in strada là debba rimanere. I muri dipinti sono cose che nascono e muoiono nel contesto stradale, funziona così, è una regola non scritta che chiunque nell'ambiente sa. Quindi mi domando: perché stiamo dando credito e spazio curatoriale a chi non rispetta le regole del gioco?

Comuni e istituzioni hanno sempre commissionato opere di arte pubblica, basta vedere tutte le statue che ci sono nelle nostre città. Il problema è sempre della curatela: bisogna creare progetti pensati e studiati e non accozzaglie di immagini solo per la modo di portare l'album delle figurine della street art in giro per le nostre città. Personalmente io amo dipingere muri in strada e se posso lavorare liberamente sono ben contento di creare un'opera pubblica, patrocinato dal comune o da chi per esso.

Un'opera di 108 a Milano. Immagine

via Facebook/108

108 è uno dei nomi più influenti del writing astratto in Italia. Negli ultimi anni ha esposto in tutta Europa e alla biennale di Venezia.

Io non sono Blu e non sono di Bologna, quindi non conosco bene la situazione e non posso giudicare quello che ha fatto. Inoltre sono un artista completamente diverso: non ho mai parlato di politica né dipinto per una qualche idea di riqualificazione urbana. Da un certo gusto nichilista che possiedo, però, ho apprezzato il gesto iconoclasta verso se stesso di Blu, davvero potente a livello mediatico nell'epoca di Facebook. Come gesto proprio di Blu come artista pubblico che conoscevo, però, a essere sincero non l'ho capito tanto.

Per quanto riguarda la mostra in sé, invece, dato che Blu è ancora vivo la cosa più semplice da fare era chiedere a lui se voleva che qualcuno "salvasse" i suoi lavori o di farne uno appositamente. Se non era d'accordo credo fosse ragionevole lasciare le sue opere dove stavano. Bisogna anche dire che chiunque lavori in ambito pubblico sa che una volta messo un lavoro per strada questo vive di vita propria in balia degli eventi.

Quando ero ragazzino e facevo le tag non lo facevo perché pensavo che arricchissero i muri della mia città o perché stesso bene: ero un disadattato, come lo sono tuttora, e volevo vedere il mio nome in giro. Questo non è di certo un atto libertario o democratico, se un signore vuole dipingere la sua casa di giallo e io ci scrivo 108 sopra sono io lo stronzo. E la cosa non cambia se gli faccio un bel disegno. Se lui vuole il muro giallo lui ha ragione e io torto.

Questo perché l'arte pubblica è problematica. I graffiti così come li conosciamo oggi vengono dagli USA e non è un caso: è da li che viene l'idea contemporanea dell'individualismo sfrenato. Fino a pochi decenni fa in Europa era difficilmente immaginabile l'idea di imporre il proprio nome o la propria arte al resto della società. Esistevano scritte politiche, di protesta, che interessavano tutta la società. Oppure si scriveva W COPPI.

La scoperta dei graffiti è stata una salvezza per me. Ora il muralismo è stato inglobato in quella che voi chiamate "street art" e questo ha fatto sì che molti illustratori e decoratori entrassero nel giro e che quindi questo diventasse più accettabile; così si sono moltiplicati i festival. Ma andando a parlare di arte nel vero senso del termine, il problema è che finito il periodo d'avanguardia in cui poche persone erano parte del movimento, la tecnica era un fattore assolutamente secondario e la qualità veniva fuori in modo quasi naturale, oggi è tutto più stratificato e complesso, più patinato e meno interessante forse. Ci sarebbe assolutamente bisogno di fare un qualche tipo di selezione, l'anarchia completa non può funzionare.

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