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Μoda

Mi sono vestito come un idiota per vedere in quanti mi avrebbero fotografato al Pitti

Mi sono infilato la tunica della comunione e dei pantaloni in pvc giallo e sono andato al Pitti per vedere come avrebbe reagito la moda.

di Niccolò Carradori
19 giugno 2015, 11:59am

Foto di Gaia Baldassarri.

Ogni anno a metà giugno, nonostante la conca alluvionale in cui si trova Firenze, la città si riempie di strani tizi in completi di vicuña e simil-tute di nylon che si aggirano febbrilmente attorno alla Fortezza da Basso e combattono l'iperidrosi pur di prendere parte a uno degli eventi più importanti della moda italiana: il Pitti Uomo.

Ufficialmente l'evento è per gli addetti ai lavori, ma come ogni occasione anche solo velatamente legata alla moda, è diventato una di quelle superfici dove i fashion blogger prolificano e danno vita alla danza entropica di foto reciproche e pose.

Personalmente non sono mai stato interessato alla moda perché non ho il minimo senso del gusto, e non ho mai visitato un'edizione del Pitti. Qualche mese fa però, qui su VICE, Hannah Ewens ha pubblicato un reportage sulla London Fashion Week in cui, acquistando abiti spaiati a poco prezzo e abbinandoli a caso, si è aggirata per Londra attirando l'attenzione e le foto di molti cacciatori di trend.

E visto che ormai anche gli ex tamarri che da piccoli facevano le penne col Booster si stanno riciclando nel fashion blogging, ho pensato di imitarla: per capire qualcosa in più sulle dinamiche dello stile e vedere se anche io sarei stato in grado di sembrare credibile.

Il mio piano era di farmi un'idea sui nuovi trend guardando le tag su Instagram, e poi tentare di rivisitarli mettendo insieme tre outfit accorpando abiti senza spendere più di 60 euro. Quindi mercoledì ho passato un'intera giornata a spulciare camicie e pantaloni dismessi e girare per negozi dell'usato, botteghe cinesi e catene.


Visto che a quanto pare vanno un sacco le tuniche, innanzitutto ho tirato fuori la veste della mia prima Comunione, che mia nonna ha conservato in questi anni per cercare di tenere in vita, come una specie di feticcio divino, il mio cattolicesimo. Poi ho messo insieme una serie di accessori rinvenuti in vecchi cassettoni, fra cui un orologio d'oro rotto, una borsa colorata e una pochette blu che avrei potuto spacciare per empty-pocket pochette da uomo.

A quel punto sono uscito per trovare il resto. In un mercatino ho trovato una giacca blu leggermente rovinata all'interno per 10 euro, e dei pantaloni impermeabili di tela cerata gialla a 5 per ravvivarla. Infine, fra la chincaglieria, ho scovato una catena d'oro a 2,50 euro. Poi mi sono spostato nello store di un famoso marchio il cui nome è composto da lettere unite da E commerciale, e ho preso un cappello da baseball nero (7.99 euro) e una camicia verde a maniche corte con una fantasia di uccelli tropicali (9.99 euro). In un bazar cinese, infine, ho acquistato dei pantaloni attillati neri a 13 euro, un borsalino per 4.99, e una t-shirt bianca con il fondo svasato che mi arrivava quasi alle ginocchia (6 euro).

Finalmente avevo tutto l'occorrente per gli outfit, e ho passato la serata a mischiare i vestiti e studiare le espressioni catchy dei fashion blogger più stimati per poter entrare nel personaggio.


La mattina seguente, insieme alla mia fotografa, mi sono presentato all'entrata del Pitti con indosso il mio primo agglomerato di stile, cercando di uniformarmi alla folla di tizi che si studiavano a vicenda mentre vari fotografi gli ronzavano intorno.

Il primo impatto non è stato dei migliori: effettivamente in giro c'erano un sacco di uomini in tunica, ma il mio abito della Comunione era piuttosto stretto e mi segava le ascelle. Il cappello nero unisize che avevo preso in preda all'entusiasmo, poi, era un po' troppo piccolo, e mi faceva sembrare più babbeo del normale. Nel complesso, guardandomi, mi sono sentito come un bambino delle colonie che stava partecipando a una rivisitazione hip hop del Libro di Giobbe.

La fotografa, invece, fingeva di voler farmi un sacco di primi piani da lontano per non starmi vicino e non dare l'idea di conoscermi.


Per la prima mezz'ora non sono riuscito ad attirare l'attenzione dei fotografi. Erano tutti troppo occupati a dare la caccia a personalità di spicco fuori dai padiglioni della fiera. Fra i partecipanti del Pitti, invece, sollevavo reazioni alterne: quelli vestiti in modo più eccentrico mi osservavano incerti, come pincher nani che tentano di rilevare l'aggressività di un altro esemplare annusandogli il sedere, ma poi sembravano tutto sommato accettare la mia presenza.


Al contrario, i signori in scarpe di vernice mi lanciavano occhiate furtive, mantenendosi a distanza di sicurezza dalla mia tunica che emanava naftalina.

In generale i presenti erano tutti riuniti in piccoli gruppetti, e si scambiavano commenti sui loro look e foto, quindi ho passato un po' di tempo cercando di avvicinarmi a loro e familiarizzare. Inutilmente.


Forse il mio primo outfit era troppo eccessivo, ed ero preoccupato dal fatto che mi avrebbero semplicemente bollato come un fenomeno da baraccone. Ma proprio quando stavo per tornare alla macchina per cambiarmi, ho ottenuto l'attenzione di una ragazza, che vedendomi passare mi ha scattato una foto.

È stata una liberazione, e soprattutto una reazione a catena: una volta ottenuta qualche foto, altri sono stati attirati dal mio stile da chierichetto di Compton, e per un po' me ne sono andato in giro per mettermi in mostra e farmi fotografare.

E questa è stata la prima epifania che il Pitti mi ha regalato: anche se per vestirti indossi una tuta di velcro e ti butti in un mucchio di indumenti, ci sarà sempre qualcuno pronto a prenderti sul serio. Devi solo avere pazienza.


Per il mio secondo outfit, vista la pessima accoglienza che avevo ricevuto dai dandy del Pitti, ho pensato di creare uno stile adatto al loro target. Quindi ho indossato la giacca blu, la t-shirt svasata e i bellissimi pantaloni impermeabili del negozio dell'usato.

La fotografa, poi, mi ha consigliato di assumere un'aria più disinvolta e convinta: se avessi comunicato sicurezza, i miei dettami stilistici avrebbero fatto presa.


Incredibilmente, nonostante parte dei miei indumenti fosse probabilmente stata pensata per agevolare la manutenzione dei corsi d'irrigazione, già dai cancelli d'entrata molti dei fotografi presenti si fermavano al mio passaggio per ritrarmi. Io mi sono limitato a passeggiare senza meta, con l'aria distratta di chi è troppo assorto dalla comunanza con la bellezza e l'eleganza per curarsi delle dinamiche fisiche che lo circondano.

Mi sono fatto strada fino ad una piazzetta piena di birilli, e mi sono seduto insieme ad altri capitani di ventura della moda per godermi la mia celebrità.


Adesso negli occhi degli altri non leggevo disgusto, ma solo invidia. O meglio, probabilmente disgusto ma anche invidia: soprattutto quando l'inviata di Harper's Bazaar China, pescando dal mazzo dei ben vestiti, ha scelto me per un'intervista sul Pitti e per parlarle del mio stile.

Mi ha chiesto quanto tempo passassi a prepararmi la mattina, quali erano gli attributi che trovavo eleganti in una donna, e quanto tempo avessi impiegato per mettere a punto il mio look.

"È il lavoro di una vita," ho risposto mentre lei annuiva.


Dopodiché mi ha chiesto un consiglio da poter dare ai giovani cinesi in fatto di moda, e io ovviamente ho evidenziato l'importanza del mio pantalone anti traspirazione. Ideale per l'estate.

All'incirca nella metà del tempo che avevo impiegato con il primo outfit, stavo ottenendo il triplo dell'attenzione. E devo ammettere che stava cominciando a piacermi.


A questo punto ho capito due cose: più ti dimostri a tuo agio con i tuoi abiti, più gli altri assorbiranno per osmosi la convinzione che in effetti i tuoi abiti abbiano un perché, anche se il loro abbinamento non segue alcun senso logico. E per contro, più gli altri sembrano a loro agio con il tuo stile, più ti convincerai di averci capito qualcosa.

Erano soprattutto i fotografi asiatici ad essere attirati da me, e siccome lo sanno tutti che i giapponesi sono gli esseri umani vestiti meglio del pianeta, era la testimonianza del fatto che il mio esperimento stava andando a buon fine.

A un certo punto anche la mia fotografa si era convinta che i pantaloni fossero belli.

Ho compiuto il periplo del circuito della mostra un paio di volte, godendomi l'attenzione degli altri, e poi sono nuovamente tornato alla macchina per indossare l'ultimo outfit.


Per idearlo mi ero ispirato alla tendenza di indossare una camicia sopra all'altra. Per estremizzare questo vezzo, però, ho deciso di esagerare, e me ne sono infilate quattro. Tutte di colori e fantasie diverse.

Purtroppo per me e per il mio ego, però, il mio terzo outfit è praticamente passato inosservato.


A questo punto le ipotesi erano due: o le camicie su camicie sono una moda ormai troppo abusata, o i presenti stavano semplicemente trovando ambiguo il tizio che nel giro di qualche ora si era ripresentato più volte vestito sempre in modo diverso.

Neanche i miei amici asiatici sembravano più interessati a me: davanti all'ingresso mi sono soffermato davanti a un gruppetto con una certa insistenza. Ma ho ricevuto solo indifferenza.

C'era una parte di me che lo stava vivendo come un affronto.


Fortunatamente nel frattempo la fiera si stava rapidamente svuotando, e il limbo di egocentrismo ed esibizionismo in cui ero finito si è spento.

Ora, dopo questo tuffo disperato nel mondo dello streetstyle e dei fashion blogger posso dire di essere uscito dal Pitti con pochi spunti di riflessione: ero troppo impegnato a tentare di farmi fotografare per pensare alla summa della cosa. E credo che in definitiva, o almeno in una certa misura, sia questo il didascalico imbuto adatto a chiudere questo articolo.

Da questa esperienza ombelicale ho tratto una sola certezza/speranza: se la prossima estate gli adolescenti cinesi se ne andranno in giro con pantaloni di cerata che ti fanno sudare i testicoli, sarà solo merito mio.

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