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Cosa succederebbe se in Italia smettessimo tutti di mangiare carne?

Mentre infuriano le polemiche sulla dieta vegana, abbiamo chiesto a un'esperta cosa succederebbe se smettessimo tutti di consumare prodotti derivati da animali. A occhio e croce, a livello ambientale i risultati sarebbero positivi.
03 agosto 2016, 7:37am
Illustrazione di Jessica Olah.

Nel corso degli ultimi due mesi, tutto il dibattito italiano su veganesimo e vegetarianesimo è ruotato intorno a due poli: da una parte, le polemiche sulla giunta Appendino dopo le dichiarazioni sulla volontà di promuovere la dieta vegetariana a Torino; dall'altra i casi di malnutrizione grave di due bambini succedutisi in poco tempo a Genova e Milano. In entrambe le situazioni, la strumentalizzazione e la scarsa informazione—da un lato e dall'altro—hanno trasformato il tutto in un caos.

Caos che si è sommato al solito avvicendarsi di studi contrastanti sulla dieta vegana, che un giorno viene celebrata come allunga-vita e il giorno dopo viene accusata di non poter sfamare tante persone quante una dieta onnivora.

Ora, al di là delle scelte etiche di ognuno, ci sono chiari segni che collegano la produzione di carne e di derivati dagli animali all'inquinamento e al riscaldamento globale. Curiosamente, questo versante della diatriba, pur essendo confermato da varie ricerche importanti e oggetto di articoli come "Reducing meat consumption in Italy could save the environment—but Italians aren't happy about it", è spesso il più ingiustamente ignorato.

Perciò, se comunque da un lato già più di cinque milioni di persone solo in Italia hanno eliminato la carne dalla propria dieta, per chi continua a consumare derivati animali potrebbe essere utile capire cosa sta succedendo al nostro pianeta—e in che modo la loro dieta vi contribuisce.

Ho deciso di chiederlo a Marina Berati, coordinatrice del progetto "Dalla fabbrica alla forchetta: Sai cosa mangi?" e coautrice di questo report sull'impatto ambientale delle diverse tipologie di nutrizione—volevo un testimone, insomma, non tanto schierato sul piano delle idee ma su quello della scienza.

VICE: Cosa si intende per "ecologia della nutrizione"?
Marina Berati: L'ecologia della nutrizione si occupa di valutare gli impatti delle scelte alimentari da vari punti di vista: la salute umana, l'ambiente, la società e l'economia. In particolare si concentra sull'impatto ambientale, per determinare la sostenibilità dei vari tipi di alimentazione. Negli ultimi anni molti studi scientifici hanno dimostrato come le scelte fatte a tavola siano infatti lo strumento più importante che noi singoli cittadini abbiamo per ridurre drasticamente il nostro impatto sull'ambiente, più di qualsiasi altra decisione che possiamo prendere a livello individuale.

In questo senso q**uali sono le maggiori problematiche legate alla nostra alimentazione? Quali i principali fattori di rischio per l'ambiente?** Conta che per ogni chilo di carne bisogna fornire mediamente all'animale 15 chili di vegetali, con uno spreco enorme. Per esempio: una persona vegana consuma un etto di legumi; una onnivora un etto di carne. Per ottenere quell'etto di carne è stato necessario coltivare 1,5 kg (15 volte tanto) di vegetali [_e, in Italia, si calcola fino a 21.000 litri per singolo kg di carne_] e quindi la quantità di risorse consumate è stata 15 volte maggiore. Perciò, se è vero che la scelta vegan è una scelte etica di rispetto per gli animali, sul piano dell'alimentazione implica anche altri vantaggi: per la salute e per l'ambiente.

Ma fattualmente, questi disastri ambientali in cosa si rendono evidenti?
Be', il risultato numero uno dei nostri comportamenti alimentari è l'effetto serra, per non parlare della quantità di acqua impiegata per l'allevamento, la deforestazione delle foreste pluviali—che viene effettuata per lo più per allevare animali oppure per coltivare i loro mangimi—e poi fertilizzanti chimici, pesticidi, diserbanti...

Ok, siamo tutti d'accordo che l'allevamento intensivo e altri passaggi nella produzione di carne e derivati animali siano una brutalità per gli animali e per l'ambiente, ma non sarebbe sufficiente affidarsi all'allevamento biologico?
L'allevamento biologico non è migliore di quello intensivo: si usano meno sostanze chimiche ma la quantità di acqua e di energia consumate e le emissioni di gas serra conseguenti sono le stesse. Anzi, il consumo di terreni è ancora maggiore, quindi l'allevamento biologico accresce i problemi ambientali, non li fa diminuire.

Considera poi che in entrambi i casi gli animali vengono usati come "macchine": si fornisce loro una certa quantità di vegetali, ricchi di sostanze nutritive, e si ricava una quantità di prodotti animali (carne, latte, uova) molto minore, e una quantità di prodotti inquinanti esorbitante. Secondo i dati della FAO del 2006, le emissioni del settore zootecnico sono pari al 18 percento del totale—una percentuale analoga a quella delle emissioni industriali e maggiore di quella dovuta al settore dei trasporti. In Italia l'allevamento è responsabile del 79 percento delle emissioni di ammoniaca, e dell'80 percento delle emissioni di gas serra del settore agricolo.

Quindi non c'è speranza per il mio pollo bio?
No, ora l'industria zootecnica cerca di giocare in difesa e dimostrare come stia facendo il possibile per essere "sostenibile"... impresa impossibile, in quanto il problema è intrinseco nell'allevamento stesso. Qualsiasi tecnica si applichi, non esisterà mai un animale che per ogni etto della sua carne non dovrà consumare parecchi etti di mangime.

Però lei mi sta parlando solo di veganesimo—il vegetarianesimo non è proprio preso in considerazione come scelta alimentare più "equa"?
La scelta vegan è una scelta etica: si utilizzano solo ingredienti vegetali per non uccidere gli animali. La scelta vegetariana, intesa come latto-ovo-vegetariana, non è un passo intermedio necessario, né utile. Di solito viene compiuto da chi non ha ancora approfondito il tema e non si rende conto che non c'è differenza tra allevare animali per la carne oppure per produrre latte o uova.

Infatti questi animali alla fine vengono macellati esattamente come gli altri (e gli individui maschi di quella specie vengono uccisi appena nati o giovanissimi) e in vita soffrono ancora di più; dal punto di vista ambientale, è l'allevamento il problema.

Però, diciamo che in Italia siamo 60 milioni e tra vegetariani e vegani sono cinque milioni: se tutti smettessimo di mangiare carne andremmo incontro anche a problemi "immediati", per esempio cosa farcene del bestiame e come reinvestire il lavoro di chi lo alleva.
Il problema di cosa farsene degli animali d'allevamento non esiste: sono animali che vivono pochi anni, sono macellati all'età di poche settimane o al massimo di quattro-cinque anni. In questo lasso di tempo non può certo avvenire la "veganizzazione" dell'intera umanità, quindi non si potrebbe porre il problema di cosa farsene degli animali "avanzati". Semplicemente, basta non farli nascere, dato che nessuno di loro si riproduce per conto suo, ma sono tutti fatti nascere appositamente, quasi sempre con l'inseminazione artificiale. Sarebbe un processo graduale, così come gradualmente cambierebbe il mercato del lavoro—come è sempre stato nel corso dei secoli, quando sono scomparsi lavori obsoleti e ne sono nati di nuovi.

Poniamo allora che smettessimo di allevare animali—esistono anche delle problematiche legate alle colture, no?
Tutte le attività umane hanno un impatto sull'ambiente: richiedono risorse ed emettono inquinanti. La coltivazione di vegetali pone appunto queste problematiche, ma eliminare gli allevamenti significa diminuire moltissimo la necessità di coltivare: basti pensare che i due terzi delle terre fertili sono usate per coltivare mangimi per animali o per allevare bestiame. Per esempio, per quanto riguarda i cereali in Europa il 77 percento e negli Stati Uniti l'87 percento sono coltivati per nutrire gli animali; e lo stesso si dica del 90 percento della soia globale. Calcolando che l'Italia è al settimo posto in Europa per la coltivazione di cereali, e che i cereali rappresentano più del 13 percento della produzione agricola totale europea, parliamo di una quantità di risorse ingente. Ovvero, il 50 percento dei cereali prodotti in Italia è destinato a nutrire gli animali da allevamento. Meno coltivazioni significa anche che i terreni saranno meno impoveriti e quindi non serviranno fertilizzanti chimici.

Da un punto di vista di politiche sociali, quali sono i percorsi da seguire per sensibilizzare o in qualche modo "costringere" le persone a preoccuparsi dell'insostenibilità della nutrizione?
Sicuramente le istituzioni possono fare molto per educare la popolazione, informandola sui vantaggi di un'alimentazione 100 percento vegetale. Un aspetto importante che riguarda le istituzioni è quello del sostegno economico agli allevamenti. E sarebbe una decisione saggia e lungimirante insegnare ai ragazzi nelle scuole il rispetto e l'empatia verso tutti gli animali. Anche perché ormai sostenere le politiche contrarie, continuare a negare che l'allevamento sia dannoso, è controproducente, dato che di impatto ambientale degli allevamenti si parla su quotidiani e riviste, cartacee o online.

Alcuni personaggi dello spettacolo si sono pubblicamente spesi per la causa—pensa che stiamo andando nella direzione di un mondo più cosciente o che sia una semplice moda? È un trend globale o piuttosto occidentale?
Nei paesi industrializzati aumentano le persone vegetariane e vegane, è un trend che si conferma ormai da molti anni. Ma non bisogna dimenticare che nei paesi in via di sviluppo il consumo di carne aumenta, perché viene ancora vista come status symbol.

Ma considera questo: noi occidentali abbiamo potuto per decenni avere dei consumi enormi di cibi animali perché il resto del mondo aveva un'alimentazione basata sui vegetali e quindi potevamo usare le risorse altrui. Ora che tutto il resto del mondo vuole fare lo stesso, non è semplicemente possibile: se tutti volessero mangiare come l'occidentale medio, servirebbero almeno due pianeti e mezzo. È una scelta obbligata.

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