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La terribile foto di una donna morta in un aborto clandestino che è diventata un simbolo

L'8 giugno 1964 Gerri Santoro e il suo amante si erano registrati in un motel del Connecticut, dove l'uomo avrebbe cercato di praticare un'aborto clandestino sulla compagna. Che fu ritrovata morta il giorno dopo, carponi sul pavimento della camera.

di Amanda Arnold
28 ottobre 2016, 5:10am

Illustrazione di Julia Kuo

Questo articolo è tratto da Broadly.

Il mondo ha saputo la causa della morte di Geraldine "Gerri" Santoro—un'embolia causata da un aborto clandestino—prima ancora di sapere il suo nome.

L'8 giugno 1964 la 28enne, sposata, e il suo amante Clyde Dixon si erano registrati al Norwich Motel, in Connecticut, senza bagagli o cambi d'abito, per fermarsi una notte sola. Ma con sé avevano un catetere e un manuale. Santoro, incinta di sei mesi e mezzo, era pronta all'aborto clandestino che Dixon avrebbe eseguito—poi, nel corso dell'operazione, la donna ebbe un'emorragia, Dixon entrò nel panico e l'abbandonò sul pavimento dell'albergo, dove morì dissanguata.

Solo il giorno dopo una cameriera scoprì il suo cadavere nudo—il torso collassato sulle gambe, inginocchiata, sotto di lei lenzuola insanguinate.

Il corpo di Santoro fu fotografato nel corso delle indagini successive; nell'aprile del 1973, nove anni dopo la sua morte e solo un anno dopo la sentenza Roe vs. Wade che avrebbe cambiato per sempre la legislazione sull'aborto negli Stati Uniti, la rivista femminista Ms. pubblicò la foto di Santoro.

"Never Again" era il titolo dell'articolo, e l'immagine diventò subito un simbolo iconico della lotta per l'aborto. Dopo la sentenza, infatti, le redattrici di Ms. pensavano che la battaglia fosse finalmente finita.

"A quel punto, pensavamo ingenuamente che non avremmo più dovuto vedere donne morte giacere nel proprio sangue in una stanza d'albergo a causa di un aborto clandestino," spiega Suzanne Braun Levine, che ha lavorato come editor da Ms. dall'apertura, nel 1972, al 1988. "Che una volta che la Corte Suprema aveva fatto la legge, l'aborto sarebbe stato a disposizione di tutte, ovunque."

Al telefono, Levine ride.

Nata il 16 agosto 1935, Gerri Twerdy era cresciuta con dieci fratelli e quattro sorelle in una vecchia fattoria nel Connecticut rurale. Nel documentario del 1995 Leona's Sister Gerri, la sua famiglia e i suoi amici la ricordano come una ragazza che si arrampicava sugli alberi per non fare i lavori domestici, lei e la sua migliore amica scappavano da scuola per cambiarsi gli abiti imposti dal dress code della scuola, mettere i jeans e giocare a hockey, e profumava sempre di cicche alla frutta.

Ma quando compì 18 anni, non volendo che fosse la sua migliore amica a sposarsi per prima, Gerri decise di sposare un uomo che aveva incontrato quattro settimane prima alla fermata dell'autobus. Il suo nome era Sam Santoro, e sarebbe stato il padre delle due figlie di Gerri—tutte e tre le donne sarebbero state vittime di abusi. Quando, dunque, Gerri incontrò il 43enne Clyde Dixon, collega alla Mansfield Training School, cominciò a frequentarlo mentre Sam lavorava in California. Ma poi Gerri si ritrovò incinta e Sam, che non sapeva nulla, stava per tornare in Connecticut per vedere lei e le figlie. Così cominciò a temere per la propria vita.

Per questo si era registrata in quel motel sotto le spoglie di "Margaret Reynolds", dove sarebbe morta da sola in seguito al tentativo di Dixon di farla abortire attraverso un catetere.

Tre giorni dopo, Dixon e Milton Ray Morgan, un collega alla Mansfield che aveva aiutato Dixon a entrare in possesso del manuale, vennero arrestati, e Dixon fu accusato di omicidio e di "cospirazione ai fini di un aborto illegale." Sarebbe stato in carcere un anno.

Foto di Gerri e di sua sorella, tratta dal documentario


Leona's Sister Gerri.

Secondo le stime, 1,2 milioni di donne in tutti gli Stati Uniti ricorrevano ogni anno agli aborti clandestini prima della Roe vs. Wade, e quegli aborti causavano almeno 5.000 morti. Più le leggi contro l'aborto di un singolo stato erano severe, più alto era il numero degli aborti clandestini. Secondo l'OMS, questi aborti avrebbero causato il 13 percento delle morti per parto in tutto il mondo.

"Gli aborti clandestini sono spesso messi in atto da persone a cui mancano le qualifiche necessarie, e alcuni aborti sono autoindotti," secondo lo studio dell'OMS. La carenza di misure igieniche e la somministrazione di medicinali sbagliati può causare setticemie, emorragie e traumi genitali—tutti potenzialmente mortali.

Quando la Corte Suprema, nel gennaio 1973, votò la sentenza Roe contro Wade, dichiarando di fatto nulle tutte le leggi dei singoli stati che limitavano o vietavano l'aborto alle donne anche durante i primi tre mesi di gravidanza. Levine e Roberta Brandes-Gratz, l'autrice dell'articolo comparso su Ms. credevano che la battaglia fosse vinta.

Brandes-Gratz avrebbe voluto pubblicarlo prima della sentenza. Aveva scritto un pezzo lungo sull'aborto nei mesi che avevano preceduto la sentenza della Corte Suprema, ma questa aveva cambiato il tono del suo articolo. "Scrivevo spesso su temi che riguardavano le donne, come lo stupro, il divorzio, e l'adozione," mi ha detto Brandes-Gratz riguardo a quegli anni a Ms. "Dopo la sentenza, ho pensato che ormai quella battaglia era stata vinta, avanti un'altra."

Erano anni che voleva pubblicare la foto di Santoro. La Westchester Coalition for Legal Abortion (WCLA) aveva dato una copia della foto al delegato scientifico di New York ed era da lui che Ms. l'aveva ottenuta (anche se né Levine né Brandes-Gratz ricordano esattamente come). E nel numero della primavera 1973, su un articolo di due pagine, la foto, in dimensioni ridotte ma al centro della pagina, stava sulla a sinistra, mentre il testo era sulla destra.

"Era come un isolotto nel mezzo di una pagina vuota, come guardare la scena dal buco della serratura," commenta Levine.

Dice di aver insistito perché la foto fosse sulla copertina del numero, ma gli altri redattori pensavano che una foto più piccola sarebbe stata di maggior impatto—e, in retrospettiva, Levine concorda. "Anche se ancora non so se pubblicarla sia stata la decisione giusta, dato che poi quella foto ha popolato gli incubi della gente," dice.

Nonostante il valore politico dell'immagine, né Levine né Brandes-Gratz ricordano reazioni forti—positive o negative. Entrambe pensano che sia stato a causa della riluttanza delle donne del tempo a sostenere pubblicamente l'aborto. Solo negli anni Ottanta, quando era insieme alla figlia a una manifestazione per l'aborto, Brandes-Gratz si rese conto dell'influenza che l'immagine aveva avuto. Vide una donna che mostrava uno striscione con la foto e sua figlia le spiegò che era ovunque.

Negli anni Novanta, Brandes-Gratz aveva dovuto ripensare alla sua azione quando i membri della famiglia Santoro, feriti dalla diffusione dell'immagine, l'avevano contattata. La sorella di Gerri, Leona Gordon, che aveva riconosciuto la donna "anonima" nella foto di Ms., era contraria alla pubblicazione di una foto vecchia dieci anni. Le figlie di Gerri, Joannie e Judy, sapevano (e, fino all'uscita di quel numero di Ms., credevano) che la madre fosse morta in un incidente d'auto.

Gordon ha poi prodotto il documentario Leona's Sister Gerri, nel 1995, per dare una dimensione più intima e personale alla vita e alla morte della sorella. "Come hanno osato prendere la mia bella mamma e metterla davanti agli occhi di tutti?" avrebbe detto Joannie, secondo un articolo del New York Times del 1995.

Ma è forse proprio la dimensione di anonimato che a reso così iconica questa foto: Geraldine Santoro, senza nome, senza volto, era ogni donna che si fosse sottoposta a un aborto clandestino, e ogni donna che avesse temuto che un giorno si sarebbe trovata nella stessa condizione.

Foto di


Ms., via Leona's Sister Gerri.

Nel 2004 Joannie ha partecipato alla sua prima manifestazione per l'aborto insieme alla figlia, per assicurarsi che nessun'altra donna dovesse soffrire quello che aveva sofferto sua madre. In seguito ha anche scritto sul suo sito del diritto di ogni donna di scegliere per sé. "Fino a qualche anno fa pensavo che il passato se ne fosse andato, che la battaglia fosse vinta," ha scritto. "Ora che la libertà sfugge dalle mani delle mie figlie e gli orrori del mio passato diventano la loro realtà, mi rendo conto che non ho fatto niente per impedirlo. Non so se potrò mai fare la differenza, ma so che è il momento di provarci—prima che sia troppo tardi... Sono la figlia di Gerri Santoro e mia figlia non erediterà il suo destino."

"Visto il tipo di immagini che circolavano negli anni Settanta negli Stati Uniti, immagini fetali a sostegno della campagna contro l'aborto, non sorprende che questa foto sia finita in uno dei più importanti magazine femministi," scrive Maureen McNeil della foto di Santoro in Trasformations: Thinking Through Feminism. Nei primi anni Sessanta, infatti, si erano cominciate a produrre foto grazie all'ecografia a ultrasuoni. Poco dopo l'inizio dell'impiego in campo clinico, cominciò anche l'impiego in campo mediatico. Nel 1962 erano state usate per fare pubblicità a un libro nella rivista Look—e nonostante se ne parli come del "bambino", al maschile, è venuto fuori che era una bambina. Tre anni dopo, LIFE aveva pubblicato le foto di un feto di 18 settimane scattate da Lennart Nilsson. Le foto diventarono subito un manifesto della propaganda antiabortista.

In uno studio del 1987, Rosalind Pollack Petchesky fa notare che questo immaginario presentava il feto come "primario e autonomo", trattando il corpo della madre come un mero ambiente in cui una nuova vita fiorisce. Il messaggio antiabortista è semplice: i feti hanno un'esistenza ontologica e spirituale divisa da quella delle madri. Queste immagini di "bambini" devono valer loro una possibilità di vita. Che è il motivo per cui Ms. ha risposto con un'immagine di morte.

"Come simbolo dell'aborto, l'immagine di una donna morta è stata e sarà letta in relazione alle immagini fetali e ai discorsi sull'individualità del feto," scrive Petchesky. "La complessità del tema è spesso ridotto alla dicotomia tra vita vs. morte, donne vs. feti, giusto vs. sbagliato."

Secondo Nina Berman, fotografa documentarista e professoressa alla Columbia School of Journalism, un'immagine simile ha avuto la sua importanza per il tipo di rivista che l'ha pubblicata e il momento storico, ma ormai appartiene al passato. Anche se il problema dell'accesso all'aborto resta, il focus delle lotte è cambiato.

"Non parliamo più molto di morte," dice, "e molto di accesso."

Oggi il numero di morti per aborto è ridotto allo 0,6 su 100.000, in America: l'aborto è più sicuro di un'iniezione di penicillina, secondo l'OMS. E lo stesso vale per tutti i paesi in cui l'aborto è legale, accessibile, e messo in atto nei primi mesi di gravidanza da personale specializzato. Comunque, l'OMS ha anche dichiarato che nel 2008 il 13 percento delle morti da parto in tutto il mondo era legato agli aborti clandestini. E anche nei paesi in cui è legale, l'aborto non è sempre praticabile.

"Se allora non c'erano molte opzioni, e oggi ce ne sono molte di più—i contraccettivi ormonali, la pillola del giorno dopo e l'aborto legalizzato—gli ostacoli sono ancora tanti," dice Berman. "Non pensiamo più che le donne possano morire per gli aborti clandestini e ci concentriamo piuttosto, per esempio, su quello che devono affrontare quando vanno ad abortire e le cliniche sono piene di pro-vita che gli urlano contro."

Quando Levine e Brandes-Gratz hanno pubblicato la foto di quella donna anonima nel 1973, pensavano che fosse un addio a un passato ormai finito—antecedente alla sentenza Roe vs. Wade. Ma quando ne riparlando quarant'anni dopo, non hanno il tono celebratorio di quel "Mai più".

"Una o due generazioni di donne non sanno come è nata questa foto," mi dice Brandes-Gratz. "Questa foto è stata la conseguenza di un sistema di leggi che trasformava le donne in criminali, e a volte le uccideva anche. Chi avrebbe mai detto che oggi saremmo stati ancora a questo punto."