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Música

Metallo Bolivariano

L'uomo che fa pogare Hugo Chàvez
27.11.11

Paul Gillman al Gillmanfest, il festival metal che organizza ogni anno. Foto di Angie Gillman. Paul Gillman è senz’ombra di dubbio il metallaro più famoso del Venezuela, nonché un’istituzione nella scena heavy metal latinoamericana. Come ogni altro teenager cresciuto negli anni Settanta, ha preso ispirazione dalla musica di Black Sabbath, Iron Maiden e Alice Cooper. Mentre Menudo andava a spasso tutto vestito di pelle, riempiendo stadi dell’America Latina col pieno supporto dei media e delle compagnie di sponsor, la band di Gillman, gli Arkangel, era impegnata a fare a pezzi i locali indipendenti cantando canzoni politicizzate (“Latin American Repression”, “Unemployed”, “The Maggots of Power”) e denunciando i governi corrotti che guidavano il Venezuela. Ma da quando Hugo Chávez è salito al potere nel 1999, Paul—un tempo il terrore dell’establishment politico—è diventato uno dei suoi più grandi sostenitori. Per alcuni anni ha addirittura cambiato il nome del gruppo in “Paul Gillman and His Bolivarian Band,” un esplicito riferimento alla “rivoluzione bolivariana” di Chávez. L’idea di un musicista metal che sostiene apertamente un governo in carica—anche uno di sinistra—ci è sembrata abbastanza strana, quindi abbiamo chiamato Paul nella sua casa di Valencia, in Venezuela, per parlare della sua musica, della situazione politica del Paese e dell’amicizia col presidente Chávez. VICE: Il tuo disco del 2003 Despertando en la Historia (“Risveglio nella Storia”) suona un po’ come un album di cover di Woody Guthrie inciso dai Metallica.
Paul Gillman: Per me è stato un sogno. Il famoso cantante venezuelano Alí Primera suonava canzoni folk con chitarra acustica e cuatro, ma aveva i miei stessi ideali. Lui faceva il suo lavoro e io facevo il mio, e non ci siamo mai incontrati. Così, diversi anni dopo la sua morte, abbiamo deciso di fare un album tributo che mantenesse i suoi testi e aggiungesse l’esplosività del rock. Tutti i brani sono cover di Alí Primera, tranne un pezzo originale che si chiama “Revolución”. Nel video di “Revolución” tutta la band indossa t-shirt rosse con stelle bianche, simbolo della rivoluzione bolivariana. Immagino che la cosa abbia fatto incazzare un sacco di gente.
Quando è uscito l’album, nel 2003, eravamo in uno dei momenti di maggiore divisione della storia del Venezuela, a un passo dalla guerra civile. Bisognava prendere una posizione. Naturalmente noi abbiamo scelto una posizione progressista, quella dei rivoluzionari. Alí Primera una volta disse, “Vorrei vedere la rivoluzione con i miei occhi di anziano.” Ma non gli fu possibile, perché morì prima che accadesse. Quale modo migliore per raccontargliela se non con una canzone? Così abbiamo deciso che dovevamo includere un pezzo sulla rivoluzione composto dalla band. Inoltre, crediamo che il grande ispiratore di Hugo Chávez, dopo Simón Bolívar, sia stato proprio Alí Primera. Fu il grande ideologo musicale di questa rivoluzione, e per questo abbiamo dedicato un disco alla sua persona, e la canzone “Revolución” al popolo venezuelano. Hugo e Paul: due cuori, una rivoluzione.

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Con l’uscita di quest’album avete cambiato il nome della band in Paul Gillman and His Bolivarian Band. Il contesto venezuelano di “Revolución” del 2003 era diverso da quello di Levántate y Pelea (Alzati e Combatti) del 1984?
Nel 1989 avvenne la rivolta del Caracazo, durante la quale la gente scese in strada a combattere per ciò che le spettava. Poi nel 1992 ci fu il tentativo di colpo di stato, e una persona che sembrava uscita da un sogno fece la sua comparsa sulla scena politica—era il nostro Che Guevara, la nostra reincarnazione di Bolívar: Hugo Chávez. Musicisti rock e politicanti solitamente non vanno d’accordo, e Chávez è pur sempre un politico assetato di potere. Sei mai stato scettico riguardo alle sue intenzioni?
È proprio questo l’aspetto interessante della faccenda. La prima volta che gli parlai lo feci con totale diffidenza, perché i politici dicono spesso “Sì, andrà tutto bene,” ma quando vengono eletti fanno finta di scordarsi dei problemi reali. Questo è ciò a cui eravamo abituati. Dopo il tentativo di colpo di stato, Chávez ha continuato la sua lotta, ma in maniera democratica. Gli avevo promesso che se avesse messo fine alla leva militare obbligatoria, avrebbe potuto contare su di me. Allora mi disse che odiava l’idea della leva, che era una violazione dei diritti umani. Fece un discorso fantastico a riguardo, e io gli credetti. Uscii da casa sua e mi misi a fare dei flyer in cui spiegavo perché il movimento rock venezuelano avrebbe dovuto sostenere Hugo Chávez. Ho girato per tutto il Venezuela con questi flyer, portando la mia musica e i miei testi alla gente con la speranza che quell’uomo vincesse. E contro ogni probabilità, il popolo si è rialzato. Quando è successo, i ragazzi che suonavano con me—e che pensavo mi seguissero essendo consapevoli dei miei testi e delle mie posizioni politiche—sono scappati dalla paura. Come se stare dalla parte di Paul Gillman fosse pericoloso. Non è stato un comportamento molto metal, il loro.
Ero rimasto senza musicisti! È allora che è nata la Bolivarian Band. Se volevano suonare con me, dovevano essere dalla parte del governo. Era la mia unica richiesta. Ho detto loro: “Io sono d’accordo con questa rivoluzione. E voi?” Abbiamo suonato più concerti di quanto sia mai successo nella mia carriera. Abbiamo fatto un concerto persino in Argentina, quando il Presidente era lì in visita ufficiale. Era la prima volta che Chávez trasmetteva il suo famoso programma tv Aló Presidente fuori dal Venezuela. Voleva che una rock band si esibisse durante il suo show, e mi ha mandato in Argentina per cercarne una. Immagina, un governo militare che cerca una rock band! Allora abbiamo scritturato i Tren Loco, che si distinguevano per il loro attivismo sociale. Durante la trasmissione, il Presidente ha fatto un appello a me e al suo Ministro della Cultura perché organizzassimo un festival rock internazionale, e così è nato l’Urban Music Festival. C’è stata una sola edizione, ma poi abbiamo dato vita al Gillmanfest, un evento annuale gratuito concepito come un trampolino per le band venezuelane.

Copertina dell’album Cuauhtemoc (2003). Disegnata da Derek Riggs, il tizio che ha creato Eddie, mascotte degli Iron Maiden. Copertina dell’album Inevitable (2007).

Il fatto di sostenere Chávez ti ha mai creato problemi?
La prima volta che andai a visitarlo a casa sua, prima che fosse Presidente, mi disse: “Guarda, fratello, tu sei venuto a casa mia. Non ti ho chiesto io di venire, e ora sei nei guai. D’ora in poi, i servizi segreti ti staranno dietro. Faranno di tutto per renderti la vita impossibile.” La seconda volta che andai a visitarlo, ero a casa di mia zia, e ricevetti una chiamata minacciosa in cui mi fu detto che se mi avessero visto di nuovo con Chávez mi avrebbero messo della droga nell’auto per farmi arrestare. Chiamai il Comandante e gli dissi dell’accaduto. Lui mi rispose: “Fai come Bolívar, getta via ogni paura, e vai avanti con la rivoluzione. Sta a te decidere.” Io replicai, “Sì Comandante, resisterò.” Da allora, i nemici di Chávez ci hanno fatto di tutto. Ci hanno sputato contro in un supermarket, chiamato i nostri bambini assassini, danneggiato le nostre auto, e urlato dietro, “Andate a Cuba!” C’è ancora un bel po’ di lavoro da fare per la sicurezza in Venezuela, vero?
Certo, la violenza e la mancanza di sicurezza pubblica sono un fenomeno che imperversa in tutta l’America Latina. Credo sia una cosa che non possiamo evitare. In Colombia e Messico—e dappertutto nel mondo—la violenza è molto comune. I nostri stessi media ci mettono sotto una luce negativa agli occhi degli altri Paesi. In Venezuela ci sono rock band che si oppongono apertamente al governo di Chávez?
Sì, ma credo che sia più che altro una moda. Sfortunatamente vige la solita mentalità colonialista secondo cui tutto ciò che viene dall’estero è migliore. Tra gli studenti della classe media e medio-alta non fa figo essere chavista; è più di moda essere un escuálido [anti-chavista]. Esistono rock band sul genere commerciale formate da figli di papà. Sono i gruppi che vengono dalle periferie a rappresentare i veri ideali del rock’n’roll. I musicisti rock sono sempre andati contro il sistema. Ti puoi considerare un emarginato?
Penso davvero di essere l’unico musicista pro-governo nella storia del rock. Ma lasciami dire una cosa: sono una persona che osa criticare. Ho criticato il governo. Ho criticato i dipendenti del governo. Per esempio, nel mio prossimo album c’è una canzone che si chiama “Malo, el funcionario que no funciona” (“Male, il funzionario che non funziona”), ed è una parodia di quei burocrati che offrono un cattivo servizio. Sono contento, credo che abbiamo fatto molte conquiste, ma ancora non abbastanza. Se domani, Dio ce ne scampi, questa rivoluzione tradirà la gente, sarò dalla parte di quest’ultima. Sarò sempre dalla parte del popolo, posso assicurarlo. È vero che sei la voce di Patrick Stella nella versione in lingua spagnola di SpongeBob SquarePants?
Sì, ho doppiato un po’ di voci negli ultimi cinque anni. Quella di Patrick in SpongeBob SquarePants, Ciclope nei film degli X-Men, e un personaggio di Batman of the Future. Ho fatto anche la voce fuori campo per un sacco di documentari—robe per History Channel e Discovery Channel. Ma la paga è pessima, e, alla fine, l’unica cosa che m’interessa veramente è il rock’n’roll.