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Cinque ex criminali raccontano come giustificavano le loro azioni

Secondo la criminologia esistono cinque "tecniche di neutralizzazione" che vengono usate da chi commette reati per giustificarsi ai propri occhi e a quelli altrui. Abbiamo chiesto a cinque ex-galeotti che cosa si raccontavano loro.

di Nick Chester
22 aprile 2016, 5:00am

Di recente parlavo con alcuni ex memebri di gang di come e perché si sono lasciati il crimine alle spalle. In molti casi, è successo perché avevano capito che fare dentro e fuori dal carcere per tutta la vita avrebbe fatto schifo. Che la vita dietro le sbarre sia una merda se paragonata alla vita in libertà lo capiscono anche i muri.

Tuttavia quello che mi ha detto John Lawson, membro di una gang di biker, è un po' diverso: un ruolo importante nella sua decisione di mettere la testa a posto l'ha avuto leggere articoli su di sé sui giornali e rendersi conto che forse non era la persona migliore del mondo.

Non ho potuto fare a meno di chiedermi: davvero ti ci è voluto un articolo per renderti conto che fare riscossione crediti per una gang non significa proprio condurre una vita moralmente ineccepibile? E comunque, com'è possibile che criminali che passano la vita tra azioni del tutto immorali si convincano di essere persone integerrime?

L'unica spiegazione che sono riuscito a darmi è che per essere un criminale devi essere molto bravo a mascherarti la realtà, o deve non fregartene proprio un cazzo.

Secondo lo psicologo criminale Shadd Maruna, gli studi indicano che la maggioranza dei criminali si fabbricano delle scuse o cercano di giustificare in qualche modo le loro azioni. Non ci sono prove che queste giustificazioni siano create prima di commettere i crimini, perciò è possibile—e in qualche modo anche probabile—che nascano dopo, per il bisogno di mitigare il senso di colpa.

"I criminologi hanno intervistato ogni tipo di individui che hanno infranto la legge, e hanno scoperto che le cosiddette 'tecniche di neutralizzazione' sono molto diffuse," mi ha spiegato Maruna. "Hanno fatto studi su bracconieri, terroristi, stupratori, taccheggiatori, hacker, assassini—dinne uno, c'è uno studio. E tutti cercano di darsi giustificazioni a posteriori per quello che hanno fatto."

Queste "tecniche di neutralizzazione" sono alla base del concetto di "teoria della neutralizzazione", che è stata ideata dai sociologi David Matza e Grasham Sykes negli anni Cinquanta. Secondo questa teoria i criminali sono in grado di neutralizzare il valore di quello che altrimenti li paralizzerebbe usando da uno a cinque diverse giustificazioni: "deresponsabilizzazione", "ridimensionamento", "colpevolizzazione della vittima", "colpevolizzazione degli accusatori" e "adesione a un codice d'onore".

La "deresponsabilizzazione" avviene quando un criminale sostiene di essere stato obbligato al reato dalle circostanze, il "ridimensionamento" consiste nel continuare a sostenere che il crimine non abbia fatto male a nessuno, la "colpevolizzazione della vittima" significa credere che la persona che subisce il danno se la sia andata a cercare, e "colpevolizzazione degli accusatori" sostenere che chi critica o vuole punire un crimine voglia in realtà semplicemente allontanare da sé una colpa. Il metodo finale, l'"adesione a un codice d'onore", consiste nel credere che la legge debba essere violata per il bene di una piccola parte di società—per esempio, un gruppo di amici o una gang.

Volevo vedere come funzionano nella realtà queste teorie, perciò mi sono messo in contatto con cinque ex criminali e ho chiesto loro come si sono giustificati i loro reati.

Darren Armstrong (un po' sfocato).

La prima persona con cui ho parlato è stata in carcere per frode e per rapina. Si chiama Darren Armstrong e oggi gestisce un'associazioni benefica per il reinserimento di ex-carcerati e tossicodipendenti.

"Per quanto riguarda le accuse di frode, non facevo che derubare i grandi marchi quindi pensavo, 'Non sentiranno certo la mancanza di questi soldi'," ha detto. "Quando facevo le rapine per strada, di solito ero strafatto di gas butano, vedevo qualcuno per strada con addosso qualcosa di bello e pensavo, 'Perché c'è gente che ha delle belle cose e io invece non ho niente?' Ero senzatetto, pieno d'odio per la società e mi sentivo deluso dal sistema."

L'idea che Darren derubasse solo le persone che potevano permetterselo sembra rientrare nella categoria "ridimensionamento", e il fatto che pensasse che le sue vittime non meritassero il benessere di cui erano portatrici perché erano ricche mentre lui era povero fa pensare a una "colpevolizzazione della vittima".

Poi ho parlato con l'ex gangster di Glasgow Kevin Dooley, che è stato in carcere per vari crimini con armi da fuoco e tentato omicidio, e ora lavora come coach per chi vuole disintossicarti. Mi ha spiegato che faceva quello che faceva perché lo status quo comunque faceva schifo ed era sbagliato. "Minimizzavo, razionalizzavo e giustificavo le mie azioni con tutti, incluso me stesso," dice. "Le mie giustificazioni includevano che i politici erano corrotti, così come la polizia e la società."

Un classico caso di "colpevolizzazione degli accusatori". Per ora tutto bene. Comunque, non tutte le persone con cui ho parlato rientravano in queste classificazioni.

Mubarak Mohamud.

Mubarak Mohamud era una figura di spicco di una gang di Camden, prima di lasciare il crimine per creare un'azienda di abbigliamento. Ora cerca di tenere altri ragazzi lontano dal crimine. Quando era in una gang, riusciva a minimizzare il senso di colpa raccontandosi che il fine giustifica i mezzi.

"Pensavo, 'Devo trovare un modo di fare soldi'," mi ha detto. "Cercavo di giustificare i mezzi dicendomi che andava tutto per il meglio, che avevo successo, e me lo ripetevo talmente tante volte che alla fine ci credevo."

Heith Copes, specializzato nei pattern decisionali dei criminali, mi ha spiegato che trattare il crimine come "un'abilità" può aiutare i criminali a mitigare il senso di colpa, perché—nella loro mente—legittima il loro comportamento. Mubarak giustificava quello che faceva considerandosi un imprenditore abile invece che qualcuno che si guadagnava da vivere commettendo azioni immorali.

Poi è venuto il turno dell'ex rapinatore a mano armata Frank Prosper, oggi attore, che mi ha detto di aver evitato di proposito di pensare in termini di giusto/sbagliato quando era un criminale. Mi ha detto che sarebbe stato difficile fare una rapina se avesse passato ore a interrogarsi sulla moralità della sua carriera.

Secondo Copes, astenersi dal considerare le implicazioni etiche di un crimine è un'altra tecnica che i criminali usano per evitare che le coscienze sporche funzionino da freno. "Non pensare alle cose è un modo per superare il senso di colpa," ha detto. "E questo è esemplificato da pensieri o discorsi tipo 'chissenefrega' prima o dopo il crimine."

L'ultima persona con cui ho parlato è Marcus "Paradise" Dawes, che è stato in carcere per crimini con armi da fuoco prima di tornare nel Regno Unito e diventare mentore per i ragazzini in riformatorio. Mi ha detto che si considerava parte di un "classico scenario alla Robin Hood" al tempo, il che farebbe pensare che ci troviamo di fronte alla categoria "adesione a un codice d'onore". Ha detto che le giustificazioni se le era fabbricato dopo la condanna e ruotavano intorno al fatto che pensava di essere stato punito troppo duramente. Questo si riconduce al fatto che la neutralizzazione non deve per forza avvenire al momento del crimine, ma può entrare in gioco dopo.

Dawes sostiene anche che la "colpevolizzazione degli accusatori" può essere considerata da alcuni una ragione valida per infrangere la legge, piuttosto che una scusante a posteriori. "Chi fa la legge, chi la interpreta nel sistema giudiziario e chi la fa rispettare è considerato corrotto e doppio come il sistema stesso," dice.

Alcuni potrebbero considerarla un'altra giustificazione; per altri i Panama Papers e gli scandali che coinvolgono i membri dei governi offrono qualche lume.

Se alcune giustificazioni possono essere ritenute razionali, è chiaro che altre sono create appositamente per non soccombere al senso di colpa. Viene quindi da chiedersi, riuscire a convincerti che stai facendo la cosa giusta ti rende una persona pericolosa—dato che riesci a manipolare la tua coscienza al punto da facilitarti le malefatte?

Secondo Maruna, è vero l'opposto. "Nel corso degli ultimi trent'anni, le scusanti si sono fatte una brutta reputazione e la responsabilità personale è sorta a uno status di culto come panacea per i mali sociali," ha detto. "Chi ha commesso un reato e frequenta i gruppi di aiuto viene diagnosticato con qualche distorsione cognitiva o pensiero criminale, e gli viene detto che non ha il diritto di inventare scusanti o giustificazioni, che deve farsi carico della responsabilità completa dei suoi crimini. Il problema è che questo ti lascia in balia di una sola narrativa possibile: l'ho fatto perché volevo farlo. E se ci credi veramente, be', ti ritrovi nei parametri dello 'psicotico' o del 'malvagio'. E questo non è ok da un punto di vista terapeutico, no?"

Perciò non è delle persone che compiono crimini convincendosi che vada bene che dovremmo avere paura; ma di quelle che non fanno nessuno sforzo per trovarsi un'attenuante. Quelle che pensano, "Non me ne frega un cazzo se sono cattivo o no."

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