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Tea's Tacos

Working Girl

A Milano ho lavorato come spogliarellista, PR, cameriera, insegnante e schiava da showroom. Tutte occupazioni diverse, ma da ognuna ho tratto la stessa lezione: non scopare dove lavori.
8.10.12

Come chiunque abbia studiato qualcosa di poco pratico(arte, storia, letteratura), sono disoccupata. Sì, ogni tanto scrivo, ma con quei "lavori" ci pago a malapena la crema antirughe (grazie, VICE). E per quanto vorrei, non posso farle la spogliarellista per sempre (depilarsi ogni giorno è estenuante). Mi laureerò a breve, quindi sono impegnata nella ricerca di un Vero Lavoro, e la cosa mi fa paura. E non perché mi senta intimidita dai colloqui, minacciata dalla competizione o impaurita dal rifiuto. Fa paura perché sono preoccupata di quello che succederà dopo l'assunzione.

Oltre a fare la spogliarellista e scrivere, a Milano ho lavorato come PR (chi non ci è passato?), cameriera (sono ingrassata), insegnante d'inglese (la gente è stupida), assistente personale (se si può parlare di "persone") e schiava da showroom (Il diavolo veste Prada meets Saw III). Erano tutte occupazioni diverse, ma da ognuna ho tratto la stessa lezione: non scopare dove lavori.

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Il mio primo lavoro a Milano è stato quello di assistente showroom per un piccolo marchio di abbigliamento maschile. Facevo tempo pieno e la sera andavo a lezione, perciò la mia vita era divertente tanto quanto guardare all'infinito Il paziente inglese. Dover trascorrere tutto il giorno a lavorare e [fingere di] studiare non mi sembrava giusto. Era come se mi stessi "lasciando sfuggire" qualcosa. Mi sentivo una completa perdente. Ma invece di lamentarmi (non avevo amici con cui farlo *sob*) mi ero imposta di essere ottimista e approfittare fino in fondo della situazione. E dal momento che nella scuola che frequentavo erano tutti gay, ho dovuto concentrare le mie forze sul lavoro.

"Puzzi come una distilleria," mi aveva accolto la capa una mattina in cui mi ero presentata in showroom con due ore di ritardo. La sera prima ero uscita col nostro modello ceco, un "duro" che girava col coltello ma portava esclusivamente vestiti con sopra i Looney Tunes. Si eccitava ogni volta che gli facevo indossare i pantaloni, perciò era solo questione di tempo prima che mi portasse a casa sua, mi offrisse strane droghe slovacche e me lo mettesse in culo. Al risveglio puzzavo di vodka e vomito, ma non c'era stato tempo per la doccia. "Non badate alla mia assistente," aveva detto la capa ai clienti, "è troppo impegnata a chiavare coi modelli per lavarsi." Probabilmente sono episodi come questo che l'hanno portata a spiegare, stagione dopo stagione, il fatto che mi pagasse "in natura" piuttosto che con soldi veri (questo, e il fatto che fosse una stronza taccagna).

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Dopo due anni me ne sono andata, ma non solo perché non mi pagavano o perché mi bruciavo col ferro da stiro o perché stavo sviluppando un'insana paura degli appendiabiti. Me ne sono andata perché avevo ricevuto un'altra proposta—quella di un nostro cliente (*risata malvagia*). Era un buyer mediorientale, il tipo di uomo che potrebbe benissimo avere una barca. Aveva detto di cercare una "segretaria" che scrivesse le sue email, e quando gli avevo risposto di odiare le email si era offerto di pagarmi cinquanta l'ora. Avevo accettato. Ed era un buon lavoro, se andare a casa di un uomo a fare il bagno e scopare tra un tasto "Invia" e l'altro può essere definito tale. Mi piaceva anche, almeno finché non ho capito che il suo accento me l'aveva fatto credere un uomo attraente quando in realtà era uno psicopatico e che l'abitudine a fingere orgasmi mi aveva messo in testa che il sesso con lui non fosse terribile. Così avevo lasciato anche quel lavoro, e per qualche giorno lui era rimasto con la macchina sotto casa mia, a mandarmi mail minacciose talmente piene di errori da farmi capire perché inizialmente mi avesse assunta per scriverle al posto suo.

Mi piacerebbe potervi dire che il sesso è l'unico problema quando si tratta di lavoro, ma non è così. In effetti, sarei molto felice se lo fosse, perché è facilissimo da evitare (deve esserlo, visto che non ne faccio da settimane). Ci sono molti modi per incasinare il lavoro più che col sesso. Ad esempio, essere "troppo vicini" a qualcuno, in tutti i sensi.

Dopo il mio periodo da sexy segretaria con stalking ho lavorato come PR. Ovvero, mandavo via dai locali gente "vestita malissimo", portavo il pranzo in ufficio a gente "vestita benissimo", aiutavo a servire da bere durante eventi "davvero importanti" e a volte fingevo persino di fare la DJ. Dati i trascorsi, ho evitato di andare a letto con chiunque facesse parte del lavoro, senza tuttavia prendere in considerazione la possibilità di non parlare delle volte in cui lo facevo con tutti gli altri. Per quanto mi riguarda, non credo esista qualcosa come l'oversharing, e nutro una certa antipatia per quelli che non condividono ogni dettaglio della propria vita quando gli viene richiesto. Tuttavia, devo ammettere che quando chiedi al capo se sul tuo vestito c'è dello sperma, è un po' strano metterti a parlare dello stipendio subito dopo, no?

Qual è la morale della favola? Non credo ce ne sia una. Quello che so è che d'ora in poi cercherò di mettere in pratica una serie di principi che dovrebbero rendere la mia vita lavorativa più sopportabile e che potrebbero aiutare anche voi. In primo luogo quindi, lavorate con persone per cui non provate alcuna attrazione. Se non potete, cercate di renderle scarsamente attraenti ai vostri occhi. Per esempio, se il vostro collega è sexy, sforzatevi di seguirlo in bagno dopo che ha cagato o cercate di sorprenderlo mentre si scaccola o si gratta le palle, così da far scendere tutta l'eccitazione (a meno che queste cose non vi piacciano, e in tal caso, non ho suggerimenti per voi). In secondo luogo, fate di modo di avere un capo col quale non volete diventare amici. Niente superiori giovani e divertenti che apprezzano la vostra vita immorale. Optate per qualcuno dell'età del Papa, e con lo stesso senso dell'umorismo. Infine, tenete sempre gambe e bocca chiuse. Nessuno vuole guardare presentazioni, leggere report o comprare vestiti quando la persona che sta dall'altra parte è qualcuno a cui ha toccato il buco del culo o di cui conosce la cartella clinica, sezione malattie sessualmente trasmissibili.

Segui Tea su Twitter: @TeaHacic

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