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stili di gioco

Chi ama il calcio ama il Barcellona?

Una squadra disneyana troppo pettinata, o un esperimento geniale che difficilmente si ripeterà: sull'eterno dibattito tra fronda pro e anti-Barça.
2.10.12

Nel pezzo pubblicato sull'ultimo numero di IL, magazine del Sole 24 Ore, dal titolo provocatorio Chi ama il calcio odia il Barcellona, Michele Dalai sintetizza le argomentazioni di quella che potremmo chiamare la fronda anti-Barça. Una serie di ragioni, calcistiche e no, che si dimostrano resistenti al tempo e che vale la pena prendere in considerazione.

In sostanza le ragioni a cui richiamarsi per rivendicare il proprio diritto a odiare il Barcellona, o comunque a non amarlo, sono di tre tipi. Il Barcellona in quanto club calcistico è arrogante e maschera la propria potenza e arroganza dietro cose come lo sponsor Unicef (1). Xavi, Iniesta e gli altri prodotti della cantera blaugrana sono calciatori privi di personalità, tutto sommato conformisti, robotici dentro e fuori dal campo (2). Il gioco del Barcellona è noioso e lontano dalla vera natura del calcio, persino sadico e perverso (3).

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Tutto questo è cominciato in Inghilterra. Barney Ronay, sul Guardian, dal maggio del 2010 pubblica praticamente un articolo all'anno contro il Barcellona. E già nel primo pezzo, col sorprendente titolo Why are Barcelona so annoying?, sono presenti tutti gli elementi sopra elencati. Pochi giorni dopo che il Barcellona era stato eliminato dalla Champions League per mano dell'Inter di Mourinho, e proprio mentre si iniziava a discutere di calcio e anti-calcio, Ronay pubblica il suo manifesto controcorrente.

Il Barcellona, col suo "Bono-style Unicef endorsement" e quel "sense of swooning self-love" è una squadra iPod-qualsiasi cosa voglia dire, televisiva, che gioca un calcio fatto per piacere anche a chi non capisce niente di calcio, l'equivalente di una bottiglia da 40 sterline di Sauvignon Blanc. La cosa che sembra dare più fastidio a Ronay è l'assoluta unanimità di giudizio che vuole il Barcellona squadra dei sogni, degli spettatori televisivi, certo, ma anche di giocatori come Villa e Fabregas, pronti a lasciare Valencia e Londra, le città che li hanno resi famosi, per unirsi a un marchio globale che in qualche modo gli è superiore, non a misura d'uomo. Il pezzo termina con l'immagine di un mondo dominato dal franchise Barcellona, squadre tutte uguali che giocano solo tra di loro "endessly, untouchably good and pure," così che gli esseri umani normali possano tornare a godersi il loro "everyday bad football."

Nel 2011, tra aprile e maggio, Ronay scrive ben due articoli. Prima in occasione dei quarti di finale di Champions League tra Barcellona e Arsenal ("the most tippy-tappy, soft shoe fixture of the season"), poi in occasione della finale col Manchester United-cioè nel momento in cui il Barcellona era al culmine della propria qualità di gioco. Questo secondo pezzo è interamente basato sulla metafora tra il Barcellona e un hamburger creato in laboratorio, senza gusto, "a prison of engineered perfection." Ma è in quello precedente alla sfida con l'Arsenal che conia la definizione di "velcro touch midfield gnomes" e argomenta con più precisione l'origine della sua antipatia.

Il Barcellona è una squadra pretenziosa, che vuole essere superiore non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello morale, un'ideologia che si oppone a una non-ideologia. Il salto è vertiginoso, ma Ronay paragona tutto questo al rigore morale e all'adrenalina del calcio inglese kick-and-rush. Cita anche il libro The winning formula. L'autore, Charles Huges, a capo della federazione inglese (FA) durante gli anni Novanta, si è battuto per far adottare un gioco diretto di lanci lunghi come stile ufficiale del calcio inglese, imponendolo come materia di insegnamento nel centro di formazione di Lilleshall. La teoria di base, mutuata dagli studi statistici di Charles Reep sulla rivista degli anni Cinquanta Match Analysis, è che la maggior parte dei gol arrivi dopo uno scambio di cinque passaggi al massimo. Reep, che prenderà le distanze dal libro di Huges, in realtà parlava di tre passaggi, ma come spiegato benissimo da Jonathan Wilson le sue statistiche, e ancora di più quelle di Huges, vanno prese con le molle (anzitutto perché quando una squadra ha la palla tra i piedi non sta per forza di cose cercando di segnare).

Quindi Ronay si richiama a una tradizione ben precisa di calcio inglese. Un'idea base di calcio, giocato su campi di erba bagnata in cui è difficile controllare il pallone, più semplice lanciare lungo e correre. Allo scontro tra Barcellona e Arsenal (la meno inglese tra le inglesi da quando a guidarla c'è Wenger) preferisce quello tra Birmingham e Blackburn. A differenza dei suoi predecessori, che pensavano comunque che un gioco di lanci lunghi potesse essere più vincente di uno tutto possesso palla, Ronay ha di fronte ai propri occhi non solo la squadra che compie più passaggi al mondo, ma anche la più vincente. Si rende conto che con il metodo di Huges non si può vincere (suggerisce di aggiungere alla fine di ogni frase del libro "this will definitely not work"). Semplicemente per Ronay il punto non è questo.

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Ma allora qual è il punto? Nell'ultimo pezzo della serie, pubblicato lo scorso aprile prima di sapere che il Barcellona sarebbe stato eliminato dal Chelsea subendo tre gol tutti in contropiede, Ronay invita tutti a salire sul treno della sua antipatia e guardare annoiati il Barcellona, finché si può. Il Real di Mourinho sta per vincere la Liga e Ronay dubita per la prima volta che il Barcellona possa vincere per sempre. Il Barcellona, dice ora, è un evento unico, "a freakish coincidence of grand talents." Paradossalmente, insiste Ronay, questo è l'aspetto più noioso di tutti. Ma ormai è  veramente difficile credergli. Le sue argomentazioni si sono fatte meno persuasive. Adesso dice che il Barcellona non è fortunato, o aiutato dagli arbitri-quello era il periodo del primo Mourinho, quando la distanza era incolmabile e la paranoia da complotto necessaria per creare energia-sono 25 anni di riforme del regolamento tese a favorire un calcio televisivo non di contatto a rendere possibile una squadra come il Barcellona (il fallo da dietro sanzionato col rosso? Il divieto per i portieri di giocare con le mani su retropassaggio?).

La presa di posizione di Ronay è strettamente intellettuale. In altri suoi pezzi è ancora più evidente l'opposizione a quella che gli sembra essere la direzione in cui sta andando il calcio moderno. Una direzione poco inglese che lo spinge a scrivere articoli sull'obsolescenza dei vecchi finalizzatori all'interno di un calcio troppo organizzato e atletico, contro i finti-centravanti o contro l'uso delle statistiche che rende l'analisi sportiva troppo fredda, a discapito della scrittura, come nel caso della "all-seeing cyborg voice" di Michael Cox. Gli articoli di Ronay, lo avrete capito, non sono mai troppo contro, quello che più conta è la qualità della sua voce, e le sue offese somigliano quasi sempre a delle adulazioni.

Anche a Dalai non piace il motto Més que un club, lo sponsor Unicef e lo "spirito disneyano" che il Barcellona richiede ai propri campioni. "Li vogliono tutti uguali, pettinati allo stesso modo, educati e al servizio del collettivo." Ma sotto quest'aura da club modello che rende il Barcellona un "prodotto vendibile," si cela una cinica spietatezza. Il tiqui-taca (o per usare le parole di Ronay, il tippy-tappy) è "una delle cose più deprimenti della storia del calcio e il fine ultimo della creazione del suo gioco, l'umiliazione dell'avversario ancora più e prima che la sua sconfitta, aberrante." Siamo di fronte a una "seduta collettiva di onanismo" e al tempo stesso a un "sadico torturatore". Il Barcellona è una squadra "costruita in laboratorio" a cui Dalai preferisce la bellezza di un contropiede o la ruvidezza di uno stopper capace solo di spazzare in tribuna la palla.

Adesso, si potrebbe rispondere che è questione di gusti. O ribattere che quello descritto non è il Barcellona, che non sono tutti "impomatati", che Dani Alves è pieno di tatuaggi, che Piqué non è inferiore fisicamente a John Terry, che Xavi e Iniesta sanno anche calciare da fuori, Messi colpire di testa… Ma credo che il tema di fondo di invettive di questo tipo, per quanto provocatorie e ripetitive, sia importante e universale. C'è più libertà nella solitudine o in un gruppo organizzato? C'è più felicità nell'imperfezione istintiva dell'individuo o nella complessità del progresso tecnologico?

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Di fatto nel calcio filosofie contrarie si sono sempre date battaglia. Scriveva Gianni Brera dopo la sconfitta dell'Italia con il Brasile nella finale di Coppa del Mondo 1970: "Con la Germania è stata la vittoria del cuore e anche della fortuna. Il calcio istintivo ci ha portato a un successo che i romantici considerano memorabile. Guardando tuttavia quanto è avvenuto in campo, io personalmente non mi son sentito di ingannare i lettori." Quarant'anni dopo tutti noi ci ricordiamo della "romantica" vittoria in semifinale contro la Germania (4-3) e non del sonoro 1-4 rimediato in finale.

Che si tratti di uno scontro tra idee, il cui scopo è quello di influenzare il progresso del calcio, è molto chiaro leggendo il manuale di storia della tattica di Jonathan Wilson, La piramide rovesciata. Nell'epilogo Wilson si chiede se, in un calcio che tende verso squadre più tecniche e giocatori sempre più completi, non assisteremo alla scomparsa del centravanti classico (Pippo Inzaghi) capace di risolvere situazioni confuse che, in teoria, dovrebbero verificarsi sempre di meno. È ovvio che di una cosa del genere proveremmo tutti nostalgia. Ma che il progresso vada in un'unica direzione, non è così scontato.

Dopo anni di Milan Sacchi finisce al Real Madrid, apoteosi del calcio individualista. Wilson cita un Sacchi sconfortato: "Nel calcio attuale la cosa importante è riuscire a gestire le caratteristiche dei singoli giocatori. E questo è il motivo per cui vediamo questa proliferazione di specialisti. Il singolo ha trionfato sul collettivo. Ma va però considerato come un segno di debolezza. È un calcio che tende a reagire, non basato sull'iniziativa e l'intraprendenza. (…) Non moltiplica le qualità dei calciatori a livello esponenziale, che invece è esattamente quello che si prefigge la tattica."

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Al calcio del Barcellona ci si è arrivati attraverso un secolo di tentativi e fallimenti (come sempre in natura e nell'arte-e rimando come sempre al libro di Sandro Modeo Il Barça per rendersi conto dell'importanza storica del Barcellona di Guardiola). Forse può essere utile andarsi a rileggere l'esperienza dell'Ajax di Rinus Michels, così come la racconta Wilson. Anche quel tipo di eccellenza non fu gratuito. Oltre alle certezze che abbiamo adesso riguardo al doping, alle pillole di John Rollink che permettevano di "giocare 60 minuti di pressing," il problema principale è sempre quello della libertà dell'individuo in un'organizzazione di alto livello.

Per rendersi conto del grado di disciplina richiesto da Rinus Michels basta l'aneddoto secondo cui la prima cosa che un giocatore dell'Ajax avrebbe chiesto a Kovacs, l'allenatore subentrato a Michels nel '71, è stata: "Come vorrebbe che fosse la lunghezza dei nostri capelli?" Il primo anno di libertà, il primo anno senza Michels fu il migliore in assoluto per l'Ajax. Secondo Crujiff "la squadra era pronta per partecipare alle decisioni che andavano prese," ma dopo due Coppe Campioni lasciò anche Kovacs-troppo morbido-e quando gli subentrò Knobel-così morbido e democratico da far votare alla squadra il loro capitano-l'Ajax si disintegrò e tutta quella bellezza svanì con esso. Cruijff andò proprio al Barcellona di Michels e Knobel fu esonerato dopo aver accusato i suoi giocatori, in un'intervista a un quotidiano, di bere e andare a donne. Gerrie Muhren, nostalgico della disciplina di Michels, dice: "Avremmo potuto essere campioni d'Europa per sempre."

Nel Barcellona ritroviamo gli aspetti gloriosi e quelli inquietanti di qualsiasi sistema complesso superiore all'individuo. Possiamo amarlo o odiarlo per questo, immedesimarci nella squadra frustrata dal suo possesso palla o appassionarci alla spasmodica ricerca dello spazio sufficiente a far passare il pallone dietro la difesa. Possiamo accusare il Barcellona di uccidere l'intrattenimento sportivo inteso come adrenalina e colpi di scena, cambiamenti di fronte e disequilibri tattici, o portarlo in gloria per il grado di perfezione tecnica e tattica raggiunto. Possiamo considerarlo il modello di una società soffocante e tecnocratica, o l'utopia realizzata dell'armonia tra individui esaltati dalla struttura. In ogni caso dobbiamo guardare il Barcellona come l'apice di qualcosa che difficilmente si riprodurrà sotto i nostri occhi, con la speranza che non finisca mai, con la consapevolezza che è già quasi finito tutto.

Segui Daniele su Twitter: @DManusia