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Bulldozer israeliani e oliveti palestinesi

Le notizie dalla Striscia di Gaza non sono quasi mai buone, tanto che neppure gli alberi possono stare tranquilli.

Se molti giovani a Gaza sono decisi a non abbandonare il confronto con Israele, i più anziani sembrano troppo stanchi per rimanere al passo con la battaglia. Khamis Sukkar è palestinese nonché membro dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, associazione politica e paramilitare che funge da portavoce ufficiale del popolo palestinese. Khamis ha vissuto a Gaza finché non si è trasferito in Gran Bretagna per studiare e ora si divide tra Londra, la Giordania e Gaza, dove gran parte della sua famiglia continua a risiedere.

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Qualche anno fa, l'esercito israeliano è entrato nei terreni della sua famiglia abbattendo i 400 ulivi che coprivano un'area di circa 14.000 metri quadrati. Ogni albero produceva più di 18 litri di olio, quindi non è difficile comprendere la portata di questa disgrazia. Ora gli alberi sono stati ripiantati, ma per tornare a produrre olio saranno necessari almeno dieci anni. Ecco cosa ci ha raccontato Khamis.

VICE: Ciao Khamis. Cos'hai fatto dopo la distruzione degli ulivi?
Khamis Sukkar: Non ho mai sporto denuncia, sapevo che gli israeliani mi avrebbero solo causato altri problemi. Ho parlato con un avvocato israeliano, a Londra, e mi ha consigliato di lasciare perdere. Ha detto che non avevo speranza di vincere contro di loro in tribunale e che comunque avrebbero continuato a starmi addosso.

Conosci i motivi del gesto?
Gli alberi stavano sul confine, e gli israeliani esigono che i confini siano completamente sgombri al fine di evitare quelle che loro chiamano “infiltrazioni terroristiche.” Israele ha sempre una motivazione pronta. È per la loro sicurezza, data la costante minaccia "terroristica."

Ti hanno avvertito prima di procedere?
No, non avvertono mai. Arrivano nel cuore della notte con i bulldozer, i carri armati e un nutrito comparto militare. Radono al suolo tutto, nessuno può fermarli. È così che è morta Rachel Corrie, l'americana uccisa da un bulldozer. Ha cercato di difendere una casa palestinese che stava per essere distrutta—era la casa di povera gente, lei si è messa davanti e loro le sono semplicemente passati sopra.

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Conosci altri a cui hanno distrutto i terreni? Nessuno ha provato a intraprendere un'azione legale?
Direi che il 95 percento degli olivicultori hanno subito lo stesso trattamento. Alcuni hanno provato a combattere, ma senza risultati. A volte la Croce Rossa interviene dando nuovi alberi da piantare, ma ci vogliono comunque dieci anni prima che possano essere produttivi. I primi tre anni non producono assolutamente nulla. Io ho ripiantumato il mio terreno, ma so già che torneranno a distruggere tutto.

E come si giustificheranno?
Gli israeliani non hanno bisogno di giustificazioni. Hanno fatto un buco su uno dei lati della piccola casa che mi ero costruito, e l'altro lato è completamente andato. Grazie a Dio dentro non c'era nessuno. A volte, quando trovano qualcuno in casa sparano, sparano appositamente per uccidere. Nel nostro caso sono arrivati attorno a mezzanotte e sono rimasti fino alle sette di mattina. Quando sono tornato sul posto, una settimana dopo, non c'era più un filo d'erba.

Come vive questa situazione la tua famiglia?
Be', iniziamo dal 1948, con la cacciata dei palestinesi dalle loro terre. Mio nonno lavorava nel commercio navale. Nel 1900 aveva fondato una società e fatto fortuna, diventando uno dei dieci uomini più ricchi della Palestina. Dopo la Prima Guerra Mondiale, quando gli ebrei cominciarono a migrare in Palestina, i palestinesi li accolsero come rifugiati. Erano dalla loro parte. A volte le famiglie palestinesi si prendevano cura degli ebrei, li aiutavano, e in cambio loro ci hanno cacciato dalla nostra terra. È quello che è successo a mio nonno: l'hanno sbattuto fuori di casa, lasciandogli solo i vestiti che aveva addosso. Allora lui ha messo la famiglia su una barchetta che usava per pescare e sono partiti. Da Yafo, l'attuale Giaffa, ha remato per quasi 100 chilometri fino ad arrivare a Gaza.

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Cos'è successo di preciso all'epoca?
La mia famiglia non ha avuto scelta, si sono visti costretti ad abbandonare la casa, perché solo un paio di giorni prima gli ebrei avevano attaccato un villaggio chiamato Deir Yassin. I sopravvissuti si sono rifugiati dalla Palestina a Gaza, hanno dovuto remare per 100 chilometri. Alcuni sono morti di fame, altri di sete, altri sono annegati. I più fortunati sono arrivati a Gaza. A quel tempo l'ONU li aiutò fornendo loro acqua, cereali e tende, permettendogli di ricostruirsi una vita. Nel 1967 siamo tornati per vedere la casa di mia sorella. Ci viveva una famiglia ebrea e ci hanno lasciati entrare, è stato un bel gesto.

Essendo tu palestinese, che trattamento hai ricevuto in Gran Bretagna?
Non ho mai avuto problemi di convivenza. Anche ottenere il visto non è stato difficile, avevo abbastanza soldi. Però direi che dopo l'11 Settembre è cambiato l'atteggiamento verso gli stranieri in generale. La propaganda occidentale, sai.

Ecco come erano i terreni prima della distruzione.

In che senso è cambiato l'atteggiamento?
Be', i media sono in mano agli ebrei. Il più influente è Rupert Murdoch, mentre in passato c'era Robert Maxwell. E gli inglesi tendono a credere ai giornali e alla tv. Peccato che non dicano mai la verità. Anche quando gli israeliani uccidono centinaia di palestinesi, i telegiornali tacciono. Se però un palestinese uccide uno o due ebrei, cosa che io ritengo comunque sbagliata, i giornali non parlano d'altro.

A parte queste teorie sulla cospirazione mondiale, che ruolo hai avuto nelle proteste avvenute a Londra, in quanto membro dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina?
Sono un membro attivo della comunità palestinese in Gran Bretagna, e ho voglia di mettermi in gioco. In realtà non è che si possa fare gran che. Ecco cosa vuol dire vivere in Palestina.