Le finte notizie sull'Isis sono il nuovo passatempo della stampa italiana

Negli ultimi tempi la stampa italiana ha deciso di battere con estrema convinzione la pista di un nuovo sottogenere giornalistico: rilanciare notizie inventate o non verificate sullo Stato Islamico senza poi preoccuparsi di smentire o rettificare.

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09 marzo 2015, 11:44am

Ad esempio. Via Facebook.

Negli ultimi tempi, specialmente a seguito dell'avanzata dell'Isis in Libia, la stampa italiana ha deciso di battere con estrema convinzione la pista di un nuovo sottogenere giornalistico: quello del rilancio continuo di notizie non verificate e sempre più sensazionalistiche sulle atrocità dello Stato Islamico—fatti sempre più cruenti che sui nostri giornali diventano verità autoevidenti che non necessitano di conferme o rettifiche.

Ora, è impossibile confutare la circostanza che l'Isis stia seminando terrore nel Medio Oriente. Ma sui media italiani l'organizzazione jihadista ha assunto le caratteristiche di un cattivo capace praticamente di qualsiasi cosa e di ogni tipo di Male Assoluto che è già qui, tra noi. Non è importante capire come o perché; la priorità assoluta è dare l'impressione che la minaccia sia costante.

L'ultimo esempio in questo senso si è verificato la settimana scorsa, quando il sito Globalist.it ha scoperto la "prova-provata della presenza di 'italiani' in quei territori" basandosi su un video in cui un miliziano avrebbe detto "Yalla, yalla, yalla, piano, piano, piano" dando indicazioni a un altro jihadista che stava manovrando un'autobomba. Nell'arco di qualche ora, e senza alcun tipo di controllo, la "notizia" è ripresa ovunque—dalle agenzie di stampa alle homepage dei quotidiani, passando addirittura per il telegiornale di La7 in prima serata.

Peccato che quelle parole non siano mai state dette, e che anche la località indicata nel testo ripreso da chiunque fosse errata. Come spiegato da chi capisce l'arabo o ha anche solo un minimo di buon senso, nel filmato non viene pronunciata alcuna frase in italiano. La smentita, seppure arrivata poco dopo la pubblicazione della "rivelazione," non ha avuto lo stesso eco della bufala. Al massimo è diventata un " giallo" (formula jolly utilizzata per non ammettere di aver detto una cazzata) o un'occasione per seminare condizionali qua e là, mentre il sistema informativo italiano aveva già dato il meglio.

L'equilibrato titolo del Giornale sulla vicenda.

Ma quella dell'italiano-forse-straniero che combatte nell'Isis, appunto, è solo l'ultimo episodio di disinformazione allarmistica—un episodio che si inserisce nel crescendo di paranoia, inesattezze e falsità che su questo tema ha fatto letteralmente perdere la testa ai media italiani. Come hanno scritto i giornalisti Cristiano Tinazzi e Amedeo Ricucci, "la verità è che per mantenere l'ISIS in prima pagina—alimentando le paure degli italiani e sperando che questo faccia schizzare in alto le vendite o lo share—non si è esitato a raschiare il fondo del barile."

Solo durante gli ultimi mesi, infatti, il campionario della psicosi sullo Stato Islamico ha raggiunto vette inenarrabili. Pochi giorni prima del "mujaheddin che parla italiano," i giornali italiani si erano occupati di alcuni militanti dell'Isis che avrebbero dato in pasto a una donna il proprio figlio e della presunta esecuzione di 13 adolescenti colpevoli di aver visto in tv la partita Iraq-Giordania. Un'esecuzione che non ha trovato grandi riscontri sulla stampa internazionale, né è stata confermata da fonti ufficiali dell'Isis o da fonti locali. Sempre in tema di "rivelazioni", il quotidiano Il Tempo ha sfondato ogni limite dell'imbarazzo intervistando un italiano che sostiene di aver cenato con Al Baghdadi "una volta sola circa otto mesi fa" (senza però ricordare "il giorno preciso"), descrivendolo come un trafficone, alcolizzato e gay.

La stampa italiana, come già sottolineato da Tinazzi e Ricucci, si era superata anche e soprattutto quando si era ventilato l'intervento italiano in Libia, tra "tagliagole" per le strade di Tripoli che non ci sono mai stati, l' inesistente "primo raid di terra" lanciato dall'Egitto e l'identikit dei due fantomatici "terroristi libici" a zonzo per la Capitale, poi scambiati per due nigeriani a Terontola. Tra l'altro, se si eccettua l'attenzione per l'incursione di Gianluca Buonanno, è quantomeno bizzarro notare come la questione libica sia completamente sparita dalle pagine dei giornali.

Quello di cui non c'è mai penuria, invece, è l'attenzione per le minacce dell'Isis rivolte a Roma. L'ideale è quando queste vengono lanciate da account sconosciuti su Twitter e sono accompagnate da immagini del Colosseo, pur essendo—lo afferma l'Ansa stessa in un lancio—"difficile stabilire se l'odierna 'sparata' mediatica sia collegabile a minacce precise e concrete." Nel dubbio, comunque, meglio pubblicare.

In questo senso, la questione #We_are_coming_O_Rome è ancora più emblematica. L'esistenza di questo hashtag viene "scoperta" dall'analista di SITE (un'organizzazione for profit non esente da critiche) Rita Katz, che il 19 febbraio la comunica su Twitter. La circostanza piuttosto curiosa è che quell'hashtag non esisteva prima del tweet dell'analista americana, e che il corrispettivo in lingua originale aveva solo "all'incirca 18 tweet da una quindicina di utenti," a cui si aggiunge quello di un tifoso saudita della Juventus del 2012.

Insomma, non siamo di fronte a numeri da giustificare titoli cubitali del tipo " #ARRIVIAMOAROMA" o in grado di generare l'impressione che l'Isis sia alle porte dell'Italia. L'intera vicenda, come scrive il giornalista Fabio Chiusi, è "un ottimo esempio di come la propaganda di Isis possa essere efficace col minimo sforzo grazie allo scandalismo e alla scarsa accortezza di buona parte dei media."

Oltre alle "minacce" dai social, comunque, anche i famigerati "manuali dell'Isis" per "conquistare Roma" hanno ovviamente sollevato l'interesse della stampa italiana. È il caso del PDF di 64 pagine "Lo Stato Islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare," rilanciato acriticamente da tutti gli organi di informazione italiani in questi giorni—nonostante fosse online dal 3 dicembre—al grido di " L'Isis parla italiano" o "Lo Stato Islamico arruola terroristi italiani."

A un'occhiata nemmeno troppo approfondita, tuttavia, ci si accorge subito che la grafica è atroce (mentre le riviste ufficiali dell'Isis, come Dabiq, sono estremamente curate) e che il contenuto è un collage amatoriale di materiale trovato su Internet e tradotto in italiano. Per chi l'ha letto con spirito critico, infatti, "sembra essere più un lavoretto di un singolo jihadista da tastiera, che pare non conosca neanche troppo bene l'arabo, che un prodotto elaborato ufficialmente dallo Stato Islamico."

L'indice del documento, con tanto di font arcobaleno. Via.

Una simile approssimazione è resa possibile dal fatto che quando si parla di Isis—e di argomenti correlati, vedi la crisi libica—gli esperti non vengono mai chiamati in causa, e qualsiasi tipo di stortura è legittima. Le conseguenze, naturalmente, sono deleterie: non solo non si capisce nulla della natura della propaganda dell'Isis (nonché sull'organizzazione stessa), ma si crea un panico di fondo che distorce la realtà e complica inutilmente le cose.

Il punto è che quasi tutte le "notizie" sulle ultime imprese dell'Isis non sarebbero mai state tali se qualcuno avesse speso circa cinque minuti del proprio tempo per scegliere le fonti e verificare i fatti. Ma del resto, pretendere un simile sforzo da un giornale italiano nel 2015 è inaccettabile, poiché lo avvicinerebbe pericolosamente agli standard delle pubblicazioni estere più serie.

In fondo, l'importante è sparare IL TITOLONE AD EFFETTO, incassare like e passare a qualcosa di più leggero—qualcosa che abbia a che fare con pancake e jihad, per intenderci.

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