Carlos Henrique Raposo, il più grande truffatore della storia del calcio

Carlos Henrique Raposo è stato il più grande truffatore della storia del calcio e per anni ha militato in alcune delle squadre più importati del Sudamerica senza mai giocare una partita. Questa è la sua storia.

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06 settembre 2016, 8:22am

Carlos Henrique "Kaiser" Raposo. Immagine via Twitter

A 20 anni Carlos Henrique Raposo non accettava che la sua carriera calcistica fosse finita prima di cominciare. Come i suoi compagni, anche lui sapeva di non aver alcun talento e che non sarebbe mai diventato un professionista. Ma guardandosi allo specchio, Carlos aveva visto che la natura gli aveva donato un corpo da campione, asciutto e atletico.

Nei suoi anni da calciatore semi-professionista, Carlos si era guadagnato il soprannome di "Kaiser" perché il suo fisico ricordava quello di Beckenbauer. Era convinto che gli sarebbe bastato quello per ottenere la gloria che desiderava. Ma come fare?

"Gli unici problemi Carlos ce li aveva con la palla," racconta ridendo Ricardo Rocha, ex difensore brasiliano del Real Madrid. "Diceva di essere un attaccante, ma non ha mai fatto un gol né un assist. Diceva sempre di essere infortunato. Se la palla andava a sinistra lui andava a destra e viceversa. Non aveva talento ma era un tipo simpatico. Tutti gli volevano bene."

Tutti gli volevano bene: è stato questo l'unico motivo per cui Carlos, uno sconosciuto senza talento, è riuscito a frequentare i migliori calciatori della sua epoca e indossare—non a lungo, a essere sinceri—la maglia di alcune tra le squadre più prestigiose del Brasile.


Il "Kaiser" (a sinistra) con alcuni suoi compagni di squadra. Immagine via Twitter

Era andata così. Raposo aveva cominciato a frequentare i locali in cui uscivano giocatori come Rocha, Renato Gaucho, Romario e Edmundo. Ci andava indossando vestiti costosi chiesti in prestito agli amici per fare scena ed era riuscito a fare una buona impressione. In breve, qualcuno aveva parlato con qualcun altro e contro ogni pronostico il Kaiser si era ritrovato a giocare per il Botafogo, a 20 anni.

In genere, Raposo firmava contratti di sei mesi—il che gli garantiva stipendi sostanziosi ma non la possibilità di vivere tranquillo. La sua tattica era sempre la stessa: quando si presentava al primo allenamento diceva di non essere in forma e di dover seguire "per almeno due settimane" le indicazioni del suo—ovviamente inesistente—allenatore individuale.

I primi veri problemi arrivano qualche tempo dopo, quando gli allenatori volevano vedere i primi risultati di quella preparazione. A quel punto Carlos convinceva uno dei suoi compagni di squadra a fargli un intervento abbastanza duro da mandarlo in infermeria. Una volta lì, con qualche bustarella convinceva i dottori a dichiararlo infortunato.

"Chiedevo a un mio compagno di scontrarsi con me in area di rigore," racconta il Kaiser. "Poi dicevo che mi faceva male un muscolo e stavo 20 giorni fermo. Quando le cose sono diventate più difficili mi sono fatto amico un dentista che mi faceva finti certificati medici che attestavano che avevo problemi fisici. Tiravo avanti così."

Prima di andare avanti, bisogna dire che all'epoca—parliamo degli anni Ottanta—non esistevano tutti i controlli di oggi. Non c'era nemmeno molta copertura sui media: a meno di non andare allo stadio ogni settimana, era difficile conoscere tutti i dettagli tecnici di un giocatore. La radio, i giornali e il passaparola erano le uniche cose in grado di influenzare le opinioni. Bastavano poche parole dette dalla persona giusta per ottenere spazio e attenzioni. E in quel campo il Kaiser Raposo non aveva rivali.

"Se il ritiro era in un albergo, io ci andavo due o tre giorni prima portando con me una decina di ragazze e affittavo loro le stanze sotto quelle prenotate per la squadra. Così di notte nessuno doveva lasciare l'albergo, bastava scendere le scale," racconta Carlos Henrique.

I soldi continuavano ad arrivare. Le amicizie si facevano più strette. Raposo organizzava feste, intratteneva i suoi compagni, diventava sempre più popolare e cominciava a godersi la vita da calciatore... al punto che una sera il famoso attaccante del Palmeiras Renato Gaucho era stato lasciato fuori da una discoteca perché "Renato è già dentro"—il Kaiser era entrato spacciandosi per lui.

Un articolo di giornale su "Kaiser" Raposo. Immagine via Twitter

La seconda squadra a cadere nella truffa era stata il Flamengo, una delle più titolate del Sudamerica. Carlos Henrique Raposo era riuscito a farsi ingaggiare grazie alla sua amicizia con il suddetto Renato Gaucho. Al suo arrivo, il Kaiser aveva dichiarato di avere "tutto da dimostrare," perché nei pochi mesi passati al Botafogo non aveva potuto mostrare al mondo il suo talento a causa della lesione muscolare subita durante il primo allenamento. Un paio di buone parole sui giornali, una raccomandazione da parte di qualche amico e voilà: il Kaiser era diventato un calciatore del Flamengo.

Risultato: zero minuti giocati, zero gol.

Nonostante questo, il passaggio al Flamengo non aveva danneggiato la sua carriera. Dopo aver lasciato quella squadra, il Kaiser aveva continuato a girare per il campionato brasiliano tramite favori e raccomandazioni di amici. Poi aveva tentato l'avventura all'estero e a suo dire era finito a giocare per il Puebla FC in Messico e per gli El Paso Patriot nel campionato statunitense.

Le sue statistiche erano sempre uguali in ogni squadra: mai un minuto di gioco, nessun gol segnato.

Come ci insegnano i migliori film sui truffatori, tutto stava nella creazione del personaggio e nel portarlo avanti giorno per giorno. Se credi in te stesso, anche gli altri crederanno in te.

"[Kaiser] faceva finta di parlare in inglese al cellulare, che allora era un oggetto molto costoso e raro, inventando le parole," racconta Ronaldo Torres, che oggi è un preparatore atletico della Fluminense ma che nella sua carriera ha giocato nel Botafogo insieme a Raposo. "Un giorno gli ho chiesto, 'con chi parli?' E lui è scoppiato a ridere, quel bastardo! Gli volevamo tutti un gran bene."

Nel 1989 era tornato in Brasile, al Bango Rio de Janeiro, dove secondo la leggenda sarebbe anche riuscito a segnare un gol guadagnandosi sulla stampa il soprannome di "Pelé del Bangu." È lì che aveva avuto una delle idee più geniali della sua (finta) carriera.

Tutte le squadre in cui ha giocato Raposo. Immagine di Kevin Domínguez, via Twitter

L'idea gli era venuta durante una partita che il Bangu stava perdendo 2 a 0. Castor de Andrade, il magnate delle scommesse illegali proprietario della squadra, era isterico e dimenticando tutte le voci su quello scarpone chiamato "Kaiser" aveva deciso che era il momento di farlo giocare. Il presidente voleva un attaccante in campo e lo voleva subito, perciò aveva chiamato l'allenatore con i walkie-talkie e gli aveva ordinato di far entrare Carlos Henrique Raposo.

Chiunque altro sarebbe andato nel panico, ma è proprio nei momenti più difficili che si vede il genio. Carlos Henrique si era guardato intorno, aveva scelto un calciatore a caso della squadra avversaria e aveva cominciato a insultarlo, facendo scoppiare una rissa dal nulla. Era stato espulso prima ancora di entrare in campo, senza aver giocato un solo minuto.

Alla fine della partita, Castor de Andrade era infuriato. Si era diretto negli spogliatoi con l'intenzione di dare a Kaiser una lezione ed era rimasto sorpreso quando se l'era ritrovato davanti con le lacrime agli occhi.

"Prima di dirmi qualunque cosa, sappi solo che Dio mi ha tolto mio padre e ora me ne ha ridato un altro [riferendosi a lui]. E non posso permettere che qualcuno dia a mio padre del ladro," aveva detto il Kaiser. Castor de Andrade si era commosso e l'aveva perdonato.

Missione compiuta: il contratto gli era stato rinnovato per altri sei mesi.

Carlos Henrique Raposo qualche anno fa. Immagine


via Twitter

Uno degli episodi più oscuri della storia di Carlos Henrique Raposo è il suo ingaggio da parte dell'Indipendente, una squadra argentina vincitrice della Coppa Libertadores nel 1984. Secondo Raposo, era riuscito a firmare un contratto—sempre di sei mesi—tramite un amico che aveva in comune con Jorge Burruchaga, calciatore argentino compagno di squadra di Maradona e campione del mondo nel 1986. A suo dire, in quei sei mesi non aveva ovviamente giocato nemmeno una partita.

L'Independiente ha smentito questa versione dei fatti. Secondo Carlos, la prova della sua buona fede sarebbe la foto di squadra dell'epoca, in cui si vede un calciatore con lunghi capelli castani che risponde al nome di Carlos Enrique. Il problema è che questo Carlos Enrique, senza la h, non è il "Kaiser" ma un'ala sinistra argentina che non ha niente a che fare con lui.

Negli anni Ottanta, per un calciatore brasiliano, giocare in Europa era il massimo livello di successo possibile. Il Kaiser non poteva farsi sfuggire quest'opportunità e a un certo punto della sua carriera aveva deciso di trasferirsi sul vecchio continente e si era fatto ingaggiare dalla squadra francese del Gazélec Ajaccio. L'accoglienza che aveva ricevuto nella nuova squadra l'aveva sorpreso, ma era riuscito a cavarsela grazie a un'altra grande idea.

"Lo stadio era piccolo ma pieno di tifosi. Pensavo che avrei dovuto solo fare qualche corsetta e salutarli, ma quando sono arrivato in campo ho visto che c'erano dei palloni e ho capito che avrei dovuto allenarmi sul serio. Sono diventato nervoso, avevo paura che dal mio primo allenamento avrebbero capito che non sapevo giocare," racconta Kaiser.

Cosa puoi fare se ti ritrovi in uno stadio pieno di tifosi accorsi in massa, se non sei un professionista?

"Ho iniziato a raccogliere tutti i palloni e a lanciarli ai tifosi. Nel frattempo salutavo e mandavo baci. La folla era impazzita. Alla fine sul campo non c'erano più palloni," ha spiegato Raposo. E visto che non c'erano più palloni la squadra aveva dovuto limitarsi all'allenamento fisico, cosa con cui Kaiser non aveva problemi.

A 39 anni, Carlos Henrique Raposo aveva appeso gli scarpini al chiodo. Ancora oggi è difficile credere che qualcuno sia riuscito a giocare in tutte le squadre in cui ha giocato lui senza saper nemmeno com'è fatto un pallone. Il Kaiser ha raccontato la sua storia nel 2011, in un'intervista alla televisione brasiliana, anche se molti dei personaggi che vi sono citati hanno negato di essere rimasti in rapporti con lui.

È anche difficile immaginare che una storia come la sua possa succedere oggi. Che tutte le sue avventure siano vere o meno, restano comunque incredibili. A giocare in tutte quelle squadre prestigiose avrebbe potuto essere chiunque e nessuno si sarebbe accorto di niente.

"Non devo scusarmi di niente. Le squadre hanno illuso e continuano a illudere un sacco di giocatori, qualcuno doveva pur vendicarli," ha detto Carlos Henrique Raposo, che si vede come una specie di supereroe del calcio, quando in realtà è solamente il più grande truffatore della storia del gioco.

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