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Essere veramente ipocondriaci non è uno scherzo

Ancora oggi, appena apro gli occhi e spengo la sveglia la mattina, la prima cosa che faccio è controllare i sintomi della sera precedente. A volte i formicolii agli arti iniziano poco dopo il risveglio.

di Erica, come raccontato a Leon Benz
07 gennaio 2016, 9:38am

Illustrazione di Rose Wong.

Hai mai provato la sensazione di sentirti così stanco nel cuore della notte da non riuscire a dormire? A me, per esempio, di tanto in tanto capita questo: chiudo gli occhi, vedo polmoni bruciati e l'odore metallico della morte mi toglie il sonno. È una cosa che va avanti da anni, e ora che ne ho 32 sono perfettamente in grado di capire quando sta per arrivare quella sensazione.

Lavoro in un ospizio in provincia di Firenze, ma i miei problemi col sonno e l'ansia di morire non dipendono da questo. Il fatto è che sono ipocondriaca. Ancora oggi, appena apro gli occhi e spengo la sveglia la mattina, la prima cosa che faccio è controllare i sintomi della sera precedente. A volte i formicolii agli arti iniziano poco dopo il risveglio. Dipende dai periodi, dal ciclo, dal sangue che esce dalle gengive quando mi lavo i denti e da un sacco di altri fattori. È come se il mio corpo fosse diventato il terreno di gioco e al contempo l'espressione del mio disagio esistenziale. Durante le giornate storte inizio a vedere male non appena salgo in macchina e questo mi fa immediatamente ipotizzare un tumore al cervello.

Tutto è iniziato più o meno a 15 anni, quando ho cominciato a sentire un fastidio in mezzo al petto, una leggera pressione sulla zona polmonare sinistra. È andato avanti per giorni, finché mia madre non mi ha portato dal nostro medico di famiglia. Ma lui non ha rilevato nulla di sospetto, perciò sono stata rimandata a casa con una frase che da quella volta mi sarei sentita ripetere sempre più spesso: "Non hai niente."

La situazione è precipitata circa due anni dopo, quando ho cominciato a vivere una serie di sintomi somatici a cui applicavo le mie interpretazioni: non solo il mio cervello creava dei sintomi, ma ho anche iniziato a vivere ogni piccolo malessere come il segno premonitore di una malattia, fino ad arrivare in un periodo a ritrovarmi con dieci tab aperte su Google e la certezza di avere almeno una di 12 malattie mortali. In questi anni ho avuto praticamente ogni malattia esistente al mondo, dai tumori alla sclerosi, dalla gastrite alla congiuntivite, eppure non le ho mai avute davvero. Perché l'ipocondria è questo: la convinzione che qualsiasi disturbo avvertito possa essere sintomo di una malattia che potrebbe costarti la vita. Per gli ipocondriaci la sofferenza psichica si "riduce" a una sorta di materialismo organico: un polmone, il fegato, il cervello, il cuore—dipende dalle fisse.

E come tutte le persone ansiose sanno, in casi come questo internet funziona un po' come l'oroscopo: qualsiasi risposta è sempre applicabile al tuo caso. Col tempo le ricerche e le auto-diagnosi non facevano che peggiorare la mia ansia, fino al punto che non riuscivo più a leggere i giornali o guardare il tg. Una semplice sirena dell'ambulanza in lontananza mi faceva stare male. Allora sono entrata in terapia e mi sono stati prescritti diversi ansiolitici. Ho preso Lexomil, Lysanxia e Xanax, ma questi farmaci non facevano quasi nulla per l'ipocondria, lenendo solo la mia ansia e prevenendo collassi nervosi, perciò ho lasciato perdere e per anni ho tentato di farcela da sola.

Ho smesso anche di frequentare i medici. Il fatto è che nessun dottore mi ha nemmeno mai detto che sono in perfetta salute, e io non riesco ad andarci perché è troppo forte in me la convinzione che possano confermare ogni mia presunta malattia. Uno degli ultimi dottori con cui ho parlato mi ha detto proprio questo: "La sua è ipocondria."Ovviamente non tutti gli ipocondriaci sono come me, ed è giusto notare che ce ne sono almeno due tipi, quelli che vivono di analisi mediche e quelli che rifuggono da esse. In entrambi i casi si entra in un circolo vizioso, un serpente che si morde la coda malata per contagiare la testa, poi la gola, poi lo stomaco, poi l'intestino per tornare alla coda.

Nella pratica, la mia condizione si riflette su ogni aspetto della mia vita quotidiana e la cambia a suo piacimento. Il mio corpo ha dovuto cercare di adattarsi passivamente all'ansia e alla presunta inabilità, e l'ha fatto concentrandosi sul cibo: uno dei momenti più fastidiosi della giornata è quello dei pasti, perché soffro anche di ortoressia [l'attenzione patologica all'alimentazione]. Controllo tutto ciò che mangio e non vado mai al ristorante. Altre volte, quando sono fissata con un problema a un qualsiasi organo del sistema gastro-intestinale, mi passa la fame e mangio solo cibi liquidi perché sono convinta di non riuscire a digerire altro.

Proprio in relazione all'apparato digerente ho avuto forse la mia peggiore esperienza da ipocondriaca: mi ero fissata di avere un tumore allo stomaco. Non facevo altro che controllare le mie feci dentro il gabinetto, con una torcia in mano, per assicurarmi che non ci fosse del sangue o qualche altra anomalia. Non mi metto a raccontare dettagli, ma non è stata la prima né l'ultima volta che mi sono ritrovata a fare o pensare cose folli. O ad avere paura della paura.

Certo, ci sono momenti in cui mi sento "meglio". Quando dipingo e quando lavoro sto bene—aiutare le persone mi fa sentire in pace con me stessa. Ma la cosa più deprimente di tutta questa storia non sono né i sintomi fisici né l'ansia. Il problema è che il mio disturbo ha finito per non essere solo mio: qualche anno fa le persone vicine a me sono arrivate al punto da non sopportare più le mie ansie, i miei tormenti e le mie malattie. Come nella favola, all'inizio quando urlavo Al lupo! Al lupo! tutti mi ascoltavano e cercavano di aiutarmi e di calmarmi, ma con il passare del tempo e il ripresentarsi sempre uguale delle mie paranoie, i miei conoscenti si sono stufati di sentire solo e sempre lamenti.

A chi non mi ha abbandonato è andata forse peggio. L'analista una volta mi ha detto che le cause principali della mia ipocondria potevano essere due: una legata a un trauma e l'altra al narcisismo. Ovvero, la continua ricerca di attenzione attraverso pantomime sintomatiche. Poiché nel mio passato non c'erano stati traumi così forti, sono giunta alla conclusione che fosse tutto dovuto al mio egocentrismo e alla mia esclusività. Prenderne coscienza e informarne gli altri è stato come un boomerang in faccia. Persino ora, mentre racconto queste cose, mi rendo conto di quanto il mio atteggiamento sia pusillanime, ma ancora una volta la consapevolezza non mi impedisce di provare un certo senso di arrendevolezza.

D'altronde, le cose a cui opponiamo più resistenza sono quelle che durano più a lungo, no?

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