Abbiamo chiesto a un avvocato perché è impossibile fermare le bufale su Internet

Bufale e notizie false sono diventate una componente costante della nostra vita online. Ma non si può fare proprio nulla dal punto di vista legale per limitarne la diffusione? L'abbiamo chiesto a un avvocato.

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03 agosto 2015, 11:14am

Praticamente ogni settimana, una bufala o una notizia completamente inventata riescono a imporsi in qualche modo sulle notizie vere. Recentemente, ad esempio, ce ne sono state due che hanno fatto discutere parecchio. La prima è la famigerata tassa occulta di 200 euro sui condizionatori, che è diventata virale causando panico e rabbia in tutto l'Internet al grido di "sono arrivati a tassare anche l'aria." La seconda ha a che fare con l'immigrazione, e riguarda il cibo "rifiutato" dai migranti a Eraclea, in Veneto—una storia che è stata utilizzata a fini di propaganda, tra gli altri, da Giorgia Meloni e Luca Zaia.

Nessuno dei due episodi era vero. O meglio: la premessa era reale—nel caso del cibo rifiutato si trattava di una protesta dei migranti per le "condizioni disumane" dell'accoglienza—ma lo stravolgimento è stato talmente profondo da far assumere a queste notizie un altro significato. E nonostante siano arrivate le smentite, le bufale hanno continuato a circolare pressoché indisturbate.

Da ormai diverso tempo, esperti e ricercatori studiano i meccanismi che stanno dietro alla viralità delle notizie false, specialmente sui social network. Secondo l'informatico Walter Quattrociocchi, coordinatore del Laboratory of Computational social science dell'IMT di Lucca, "le bufale si diffondono tanto, e velocemente, semplicemente perché sulla rete sociale tendiamo a fare amicizia con persone simili a noi, che fruiscono i nostri stessi contenuti." Inoltre, chi si informa sulle pagine "alternative" dedica alle diverse notizie "la stessa quantità di attenzione, tutto indipendentemente dalla qualità dell'informazione, e persino della sua veridicità, perciò le notizie false hanno la stessa rilevanza delle notizie vere."

È anche e soprattutto per la struttura di queste reti sociali, come si sostiene nello studio "Viral Misinformation: The role of Homophily and Polarization," che il debunking non basta a smorzare la viralità delle bufale—paradossalmente, anzi, potrebbe rinforzarla. "Più un utente è dedito al consumo di informazioni complottiste," si legge nel paper, "più l'aggiunta di post o satirici o di debunking aumenterà la probabilità di continuare a fruire di articoli complottisti."

Viste le dimensioni che ha assunto il fenomeno, Facebook e Google hanno annunciato alcune contromisure. Facebook, ad esempio, ha apportato delle modifiche al News Feed, dando la possibilità agli utenti di segnalare un elemento come "notizia falsa," e modificando l'algoritmo per penalizzare i post di click-baiting. Anche Google, del resto, ha messo a punto "un algoritmo che premia (o penalizza) i siti in base all'attendibilità dei contenuti che pubblicano."

Ma nemmeno queste misure, a giudicare dal successo che continuano a godere certe pagine di "contro-informazione," sembrano essere sufficienti—anche perché il confine tra una notizia vera, verosimile o falsa è diventato sempre più incerto. Di fronte a una situazione del genere, perciò, è legittimo chiedersi se non si possa fare proprio nulla dal punto di vista legale per limitare la diffusione di notizie false e bufale dal contenuto razzista o estremista. Per cercare di capirlo, l'ho chiesto all'avvocato Fulvio Sarzana, che nel corso della sua carriera si è occupato di diritti fondamentali e Internet, sottoponendogli alcuni casi di cui ci siamo anche occupati su VICE.

Subito dopo la liberazione in Siria di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, ad esempio, il sito Catena Umana aveva inserito in un articolo—ripreso parola per parola dal Giornale—il particolare per cui le due volontarie avrebbero fatto "sesso consenziente con guerriglieri." Come ha dichiarato lo stesso gestore, si trattava di una circostanza completamente inventata, che tuttavia gli ha "fatto fare il giro del web" e incassare "anche 1000-2000 euro al giorno."

Naturalmente, sostiene Sarzana, "non è possibile" mettere impunemente in giro una falsità del genere. "In quel caso le ragazze avrebbero potuto (e forse dovuto) querelare il sito per diffamazione. Tra i requisiti necessari per poter fornire una notizia è che la stessa sia vera—anche se la verità può essere putativa, come insegna la Corte di Cassazione."

Per l'avvocato, in più, "bisogna anche considerare i riflessi incontrollati che una notizia del genere produce nella rete. Ne è una dimostrazione la circostanza, riportata anche da diversi organi di informazione, per cui il senatore Maurizio Gasparri, reputando la notizia vera, l'ha ritwittata sul suo account Twitter attribuendone la paternità al sito PioveGovernoLadro. Si tratta appunto di un effetto 'a catena,' che contribuisce a 'demolire' la reputazione dell'ignaro bersaglio."

Se siti di "informazione" alla Catena Umana hanno fatto della manipolazione delle notizie un business, un altro filone molto florido—e costantemente in ascesa—è quello dei siti di "satira." Uso questo termine tra virgolette perché, ovviamente, di tutto si tratta fuorché di satira. In Italia, ad eccezione di siti genuinamente satirici come Lercio, tra quelli più famosi c'è sicuramente il Corriere del Corsaro , che si definisce "un portale di informazione satirico e irrivente," ma che in realtà si muove in un'area grigia di "fake news," disinformazione e bufale.

Basta una semplice ricognizione della pagina, infatti, per capire che il vero obiettivo non è fare satira, ma racimolare like e visite con titoli accattivanti e fuorvianti. Tra questi ci sono "notizie" come "LIRA ITALIANA: è ufficiale, da Gennaio 2015 sarà reintrodotta la valuta italiana rimossa nel 2002," o "Ufficiale: da Dicembre aprirà la tratta Ryanair Roma-New York a 9,99 €." Il massimo dell'ambiguità, tuttavia, lo si raggiunge con i titoli sulle minoranze. Uno di questi, risalenti al giugno del 2014, recita "'Fuori gli Italiani dall'Italia': il 30 Giugno scendono in piazza i Rom per difenderei loro diritti."

È evidente che, almeno nell'ultimo caso, non ci sia alcuna traccia di satira. Cosa si può fare, dunque, con siti del genere? Per Sarzana, la premessa fondamentale è "verificare se ci siano gli estremi del diritto di satira––che, pur non essendo codificato nella nostra Costituzione, è comunque oggetto di diverse pronunce dei Tribunali––e se questi estremi siano effettivamente comprensibili per il lettore."

Nei casi in cui "le bufale sui rom, o su altri gruppi razziali, etnici o religiosi, oltrepassino i limiti di libertà di manifestazione del pensiero, divenendo una aggressione ai suddetti gruppi, sarebbe teoricamente ipotizzabile l'applicazione della legge Mancino." Ma quest'ultima, che punisce i "crimini d'odio" e le discriminazioni per motivi razziali, è stata finora adottata "solo in casi estremi," come ad esempio quello del forum estremista di Stormfront.

Qualche mese, stando a un articolo di Repubblica, l'UNAR (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) avrebbe iniziato a mandare avvisi agli amministratori di certi siti, invitandoli a togliere i contenuti che possono incitare al razzismo.

Tuttavia, non sembra che l'iniziativa stia avendo un grande successo—anche perché per un sito che toglie un contenuto, ce ne sono molti altri che lo riprendono e rilanciano. Anche l'avvocato esprime la sua perplessità: "Francamente non ne vedo una particolare utilità, anche perché i confini tra hate speech, che di per sé potrebbe non essere punibile, e reati veri e propri, può essere stabilito solo dall'Autorità Giudiziaria, e non da una articolazione dell'esecutivo, che, peraltro non ha poteri di intervento diretto."

Una "notizia" tipo da

VoxNews.

Un altro grosso problema è rappresentato dal fatto che molte bufale razziste nascono e crescono su Facebook. Il sistema di segnalazione consente di rimuovere determinati post, ma è ben lontano dall'essere efficace. Tra l'altro, sottolinea Sarzana, è necessario "distinguere tra i soggetti che vengono 'maltrattati' sui social network." Se si tratta di persone specifiche, "ci possono essere gli estremi per denunciare all'autorità giudiziaria"; quando si ha a che fare con interi "gruppi etnici, religiosi e razziali, allora tutto diventa più difficile, perché si dovrebbe riscontrare la presenza degli estremi della legge Mancino."

A volte, comunque, chi propaga bufale particolarmente pesanti ne paga le conseguenze. All'apice della psicosi Ebola di qualche tempo fa, un uomo di 44 anni aveva diffuso su Facebook la falsa notizia di tre casi di Ebola a Lampedusa. Secondo le cronache, la polizia postale l'ha denunciato per procurato allarme ed è riuscita a cancellare il post, che era stato condiviso da "oltre 27mila profili."

In un caso del genere, il punto è il seguente: una volta individuata la fonte, cosa bisogna fare con quelli che riprendono una cosa del genere? "Innanzitutto va detto che questi tipi di reato sono molto blandi nel nostro ordinamento," mi dice l'avvocato. "Sia il procurato allarme, che l'abuso di credulità popolare che la diffusione di notizie false e tendenziose (previste dall'art. 656 del c.p.), sono reati contravvenzionali, ovvero forme di infrazione molto più blande dei delitti veri e propri."

Come sottolinea Sarzana, "pur essendo teoricamente punibili, nel concreto si tende a evitare la chiamata in giudizio di tutti coloro che hanno ripreso la notizia, perché sarebbe poi difficile la prova della reale volontà di nuocere i diritti altrui e della conoscenza circa la falsità della notizia."

È evidente, dunque, che le dinamiche dei social network siano difficilmente inquadrabili o "governabili" a livello normativo. Ma eventuali modifiche legislative, avverte l'avvocato, comportano tutta un'altra serie di problemi.

"Sono dell'idea che possibili modifiche alla legge Mancino, e ad altre norme sulla diffusione delle informazioni che conferissero poteri di rimozione di contenuti sulla rete non monitorati attentemente dalla magistratura, possano in realtà costituire un pericolo data la natura incerta dei reati di opinione." Sarebbe preferibile, prosegue Sarzana, "una collaborazione tra istituzioni e social network diretta a individuare i casi più eclatanti, a cui far seguire però l'attivazione di un procedimento giudiziario, con tutte le garanzie costituzionali del caso."

Per tutto il resto, sostiene l'avvocato, "lo strumento migliore—quando non sono coinvolte come vittime persone specifiche—è l'indifferenza, al fine di non alimentare effetti opposti, come ad esempio l'effetto Streisand, ovvero la diffusione incontrollata di notizie su tentativi di rimozione andati a male, e la possibile accusa di aver tentato di influenzare la libertà di manifestazione del pensiero."

In definitiva, bufale e false notizie sono ormai una parte integrante di un ecosistema informativo complesso, sfaccettato ed estremamente fluido. E la realtà è che non ci si può fare molto: le bufale sono qui per restare, e nessuna legge potrà mai fermarne la diffusione—salvo imporre una restrizione generalizzata, e naturalmente inaccettabile, alla libertà d'espressione di tutti.

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