Foto per gentile concessione dell'intervistata. I nomi sono stati modificati.
Quando Lætitia viene internata in un ospedale psichiatrico di Lione ha solo 16 anni. Sono i suoi genitori ad aver preso questa decisione: contro la sua volontà, hanno chiesto al personale dell'ospedale di prenderla in cura il pima possibile a seguito delle raccomandazioni dei medici del pronto soccorso. Secondo loro, il suo stato depressivo richiedeva un ricovero immediato. Oltre alla depressione, Lætitia soffre di agorafobia. L'origine di tutti quei problemi è da ricercare nel suo passato, nelle violenze subite da un vicino di casa quando ancora non aveva dieci anni. A febbraio del 2005, dopo gli scarsi risultati scolastici e il consumo sempre più frequente di alcol, Lætitia viene portata nell'ospedale psichiatrico di Vinatier. Un giorno, però, decide di scappare. Oggi ha 26 anni, vive ancora a Lione e ha accettato di raccontarci il suo internamento e la fuga.
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VICE: Ciao Lætitia. Puoi ricordarci le circostanze che hanno portato al tuo internamento?
Lætitia: Ero in seconda liceo e non sopportavo più la mia routine quotidiana, era diventata un inferno. Volevo dimenticare, esserci senza esserci, sopravvivere e basta. Avevo preso una discreta quantità di alcol e sonniferi, e durante l'ora di matematica sono crollata sul banco. Quando mi sono svegliata ero in ospedale. Mi sembrava di stare in un film dell'orrore. I miei genitori e i medici erano gli altri personaggi. I medici hanno consigliato ai miei di farmi internare a Vinatier, una specie di Arkham Asylum lionese [ride]. La risposta è arrivata in fretta: un sì unanime.
Immagino che nessuno abbia chiesto il tuo parere.
Ero minorenne e la decisione spettava ai miei genitori, quindi no. Io li ho supplicati, ma avevano già deciso. Ho cercato di scappare ma mi hanno presa e sbattuta in un'ambulanza. Arrivati sul posto mi hanno portata in una stanza gelida, una roba che ancora oggi torna nei miei peggiori incubi.
In che stato ti trovavi in quel momento?
In una sola parola: atroce. La mia vita, di per sé un disastro, stava entrando in un nuovo capitolo che non avrei mai voluto scrivere: ero prigioniera di un sistema che mi dilaniava da quando avevo dieci anni, e che mi puniva nuovamente con tutto se stesso. Perché non bisogna illudersi: se un paziente decide di uccidersi, che sia in strada, in campagna o nella camera di un ospedale psichiatrico, lo può fare benissimo. Quindi dire che mi volevano "proteggere da me stessa" mi sembrava una cosa assurda.
Come sono stati i tuoi primi giorni lì dentro?
È come l'inizio di un videogioco. Non hai armi, non hai armatura, non hai le pozioni revitalizzanti. Hai solo un pigiama blu taglia XL che viene lavato una volta a settimana e delle scarpe di tela. Per due settimane non ho potuto ricevere visite o telefonate.
Il secondo giorno mi hanno accompagnata in un reparto in cui c'erano altri miei coetanei. Mi ricordo dei colori asettici e della puzza di fumo. Era un luogo di ritrovo e di abbruttimento generale. Ho iniziato a osservare i miei compagni di sventura. C'era di tutto: persone con ritardi mentali, psicotici, qualche borderline, molti depressi. In confronto, Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo era in vacanza a Saint-Tropez.
Come sono stai i primi approcci da parte loro?
Quel giorno un tizio più giovane di me mi ha squadrata dalla testa ai piedi e mi ha chiesto: "Ciao, ti piace Bob Marley?" Ho risposto di sì facendo un sorriso di circostanza. Poi mi sono accesa una sigaretta omaggio dei miei genitori, l'unica cosa positiva che hanno fatto per me durante quel soggiorno. Due minuti dopo mi ha rivolto la stessa domanda: "Lo conosci Bob Marley?" Voleva sapere se avevo dell'erba nascosta in camera? O era sotto l'effetto di qualcosa?
Com'era la situazione pasti?
Durante il pranzo dovevamo assumere diverse sostanze, ansiolitici compresi. Io facevo di tutto per non prenderli. Con i miei compagni di mensa comunque le conversazioni erano molto rare e pudiche. Ci scambiavamo degli sguardi senza la minima traccia di complicità. Ognuno era intento a capire come facessero gli altri a sopportare una situazione così surreale.
Gli incontri con i medici hanno dato qualche frutto?
Per niente. Come si fa a guarire qualcuno che è lì contro la sua volontà? Io non ce l'ho con chi lavora lì o con chi ci finisce, ma capisci: avevo detto chiaramente che non volevo essere internata, e c'ero finita comunque. Durante le sedute mi rifiutavo categoricamente di rispondere alle domande e la mezz'ora passava in fretta. Poi me ne andavo nella sala fumatori, e poi nella mia stanza.
Com'è nata l'idea della fuga?
Ho dovuto aspettare 15 giorni prima di poter riavere indietro i miei vestiti; era impossibile pensare di scappare in pigiama. Avevo osservato con attenzione tutti i meccanismi e i punti deboli dell'ospedale. Io stavo al piano terra e la mia finestra non faceva passare che un esile filo d'aria. Quelle dei miei vicini invece potevano essere aperte con una maniglia che, ovviamente, era stata rimossa per evitare problemi.
Ho aspettato il momento giusto, e durante un pasto ho rubato un coltello sotto il naso agli infermieri e me lo sono nascosto nei pantaloni. Poi sono andata dalla sola persona di cui mi fidavo. Mi ha permesso di svitare la maniglia del suo bagno e con quella ho aperto la finestra sopra il suo letto. Nel frattempo il mio amico era andato nella sala fumatori, per non essere troppo coinvolto in questa "evasione".
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E sei uscita dalla finestra. Cos'è successo dopo?
Non conoscevo la conformazione del parco. Dovevo essere prudente e sopratutto non fare errori, pena un prolungamento della mia permanenza. Mi sono nascosta in un boschetto. Per un'aracnofobica come me non era esattamente il massimo. Mi sembrava di essere in una scena di GoldenEye. Nel frattempo avevano iniziato a cercarmi, quindi ho aspettato che la situazione si placasse e poi ho attraversato l'ultimo tratto di corsa, col cuore a mille. Alla fine ho trovato la recinzione e l'ho scavalcata piuttosto facilmente.
Eri fuori.
Sì, ho preso il primo tram e ho chiesto ospitalità a una mia amica.
Come hai risolto poi con i tuoi genitori e con l'ospedale?
Due giorni dopo ho chiamato i miei genitori. Non gli ho lasciato scelta. Se volevano rivedermi dovevano farmi uscire definitivamente da quell'ospedale. Oggi non mi pento assolutamente delle mie scelte.
Sei riuscita a riprenderti dopo l'accaduto?
A essere onesti, l'internamento non è servito a nulla; ha soltanto fatto nascere in me un odio viscerale verso un sistema carcerario e alienante. In seguito ho avuto a che fare con le droghe pesanti e con la disperazione che si portano dietro. Ci sono voluti degli anni per rimettermi in sesto. Oggi mi definirei "piuttosto stabile".