A9N4: Molti nemici

Quitters can't be winners

Un estratto dall'opera prima di Daniele Manusia, una biografia di Eric Cantona.

Daniele Manusia

Illustrazioni di Patryk Mogilnicki.

Il titolo che vedete qua sopra è in realtà un tweet di Evander Holyfield, pugile americano quattro volte campione dei pesi massimi con un cuore grande così, come ci tiene a far notare dai pochi passaggi riportati nella sua biografia di Twitter. Daniele Manusia ha usato questa frase in esergo al suo libro, Cantona, una biografia di (indovinate?) Eric Cantona—in realtà gli eserghi sono due, ma non vogliamo rovinarvi tutte le sorprese. Il libro è in uscita per add editore il 27 giugno, e visto che Daniele è il nostro uomo del calcio, siamo felici di ospitare un estratto dalla sua opera prima. In questo passaggio potrete leggere la storia del “quinto Gran Brutto Gesto di Eric Cantona” (come vengono definiti da Daniele nel libro), che chiude la sua carriera in Francia: nel dicembre 1991, quando giocava nel Nîmes, tirò il pallone addosso all’arbitro per aver ritenuto discutibili alcune sue decisioni, e qualche giorno dopo insultò la commissione disciplinare dando a tutti degli idioti.

FINALE ALTERNATIVO

Il 13 dicembre 1991, un venerdì, L’Équipe pubblica in prima pagina una foto di Cantona che cammina di spalle lungo un sentiero di campagna.

Il paesaggio attorno a lui è sfocato, a sinistra degli alberi da frutto che non saprei riconoscere, a destra delle viti. Un bosco in fondo ostruisce l’orizzonte, la foto è tagliata poco sopra la testa e in effetti la sua silhouette è racchiusa nel verde in un modo quasi opprimente, come se quel bosco fosse un muro. La posa di Cantona sarebbe perfetta per trarne una statua. Ha i capelli lunghi e un gilet a fiori sbottonato (si intravede un lembo svolazzante) con sotto una t-shirt bianca. Le spalle inarcate piegano la stoffa lucida del gilet al centro della schiena, da cui immaginiamo il solito petto in fuori. Anzi, forse è da questo che lo riconosciamo senza poterne vedere la faccia. Indossa dei jeans chiari con una toppa blu sull’interno coscia, la gamba sinistra tesa e leggermente curva, l’altra piegata con la punta della scarpa da ginnastica che si sta staccando dal suolo. Sono gambe da calciatore, che comunicano un messaggio di forza a riposo.

I suoi due dobermann gli camminano a fianco come guardie del corpo, uno per lato, e quello di sinistra con la lingua di fuori. Sono due femmine. Una delle due, però, era morta almeno un anno prima e questo dettaglio fa di quella foto una foto vecchia. Non possiamo sapere il suo stato d’animo al momento dello scatto, magari stava semplicemente facendo una passeggiata, ma il contesto carica la camminata di Cantona di significato.

Il titolo è: “Cantona volta le spalle” e nel sottotitolo è riportata la notizia che il pubblico francese sapeva che prima o poi avrebbe ricevuto: “Punito dalla commissione disciplinare con due mesi di squalifica, mercoledì, Eric Cantona ha fatto sapere, ieri, di aver deciso di mettere fine alla sua carriera di calciatore professionista.”

Cantona in Francia è già un mito a venticinque anni. Lo chiamano familiarmente, ma senza troppo affetto, Cantò. Quando ne combina una delle sue si parla di “Cantonade”, o, nei casi più gravi, di “Affaire Cantò”. Scegliendo di non mostrare l’idolo che sta uscendo di scena, L’Équipe lo tratta come il protagonista di un film romantico sui titoli di coda, una popstar scomparsa prematuramente sulla copertina del disco di inediti.

È drammatico, sembra dire quella foto, tristissimo, ma in fondo è giusto che sia finita così. Sarebbe stato un buon finale per un megalomane?

SCENE DI VITA DI PROVINCIA

Per la stagione 1991-’92 Eric Cantona viene ceduto a titolo definitivo al Nîmes neopromosso in prima divisione.

Tre anni prima, quando l’Olympique Marsiglia lo aveva prelevato dall’Auxerre, Cantona era diventato il giocatore più costoso di Francia, adesso il suo cartellino era passato di mano per meno della metà di quei ventidue milioni di franchi.

Appena arrivato Cantona dichiara: “Sento che sta per succedere qualcosa. Sento che questo club diventerà grande.” Tra il Mediterraneo e le Montagne del Massiccio Centrale, Nîmes è ricca di storia e monumenti romani tra cui un’arena dove si tengono ancora corride, di cui Cantona è spettatore assiduo. Oltre che per il progetto tecnico che lo vede alla guida di una squadra di giovani (e oltre al fatto che non molte altre squadre volevano sentir parlare di lui), Eric ha accettato quell’offerta anche per la cultura che si respira in città.

A dicembre il Nîmes naviga in cattive acque, viene da sei sconfitte consecutive e Cantona, con la fascetta da capitano al braccio, ha segnato solo due reti entrambe su rigore.

I giornali parlano di un “pittore senza ispirazione.”

Il feeling con il pubblico di casa inizia a compromettersi quando, sentendosi preso di mira, Eric si mette a fare gestacci verso le tribune.

Un tifoso del Nîmes dice però che si tratta di un malinteso: “Fischiavamo contro l’arbitro ma Cantona pensava ce l’avessimo con lui.”

Durante la sconfitta in casa contro il Caen gli spettatori si alzano in piedi applaudendo gli avversari. “Non mi lascio influenzare, per me non contano niente”, dice Cantona. “Sono degli asini.”

Ne fa una questione personale: “Ci sono ottomila persone che vengono allo stadio solo per vedermi fallire.” Ammettendo anche che avesse ragione (forse a quel punto poteva aver ragione), stava per dare ai suoi contestatori esattamente quello che volevano.

È il 7 dicembre 1991 e il Nîmes sta perdendo in casa contro il Saint-Etienne. L’arbitro, tale Monsieur Blouet, ha espulso un giocatore del Saint-Etienne al quarto d’ora del primo tempo ma nonostante l’uomo in più il Nîmes va in svantaggio e non riesce a recuperare per tutto il secondo tempo.

A otto minuti dalla fine l’arbitro fischia un fallo in attacco a Cantona, saltato con il gomito alto in un contrasto aereo fuori area (a me, rivedendolo, sembra di no).

Eric si infuria e dopo aver raccolto la palla da terra la scaglia con le mani contro l’ufficiale di gara. Dopo aver colpito l’arbitro la palla torna verso Cantona che questa volta la calcia genericamente in direzione dell’ufficiale di gara senza raggiungere il bersaglio.

Negli anni Novanta gli arbitri erano signori di mezz’età non particolarmente in forma e Monsieur Blouet, ostacolato da un giocatore del Nîmes, fa appena in tempo a girarsi e a tirare fuori il cartellino rosso dal taschino che Cantona sta già uscendo dal campo con la sua camminata napoleonica da fumetto, gli mancavano solo i fulmini disegnati intorno alla testa.

Se si guarda con attenzione l’espulsione di Cantona si capisce che il suo è un gesto puramente dimostrativo. Infantile, ma non violento. In nessun modo avrebbe potuto fare davvero male all’arbitro, colpito all’altezza dei polpacci. Un gesto da Palla Avvelenata. Sembra voler rivendicare la propria autorità morale su quella istituzionale del povero arbitro, lasciato lì con il braccio teso e il cartellino in mano a guardargli la schiena. Cantona esce dal campo proclamandosi da solo vincitore dell’incontro. Mostra la schiena al mondo del calcio (alle istituzioni ma anche ai giornalisti e ai tifosi, insomma quasi a tutti), anziché il dito medio.

Continua nella pagina successiva.

Poi rimane nel tunnel che porta agli spogliatoi fino a fine partita (i suoi compagni, nel frattempo erano riusciti a agguantare un pareggio insperato all’ultimo secondo). “È molto semplice,” ha raccontato il capitano del Saint-Etienne, Sylvain Kastendeuch, “a Cantona non era andata giù l’espulsione, ha aspettato fuori dagli spogliatoi e quando gli sono passato davanti è venuto verso di me e mi ha dato un diretto alla mascella che mi ha steso.”

Kastendeuch, difensore di correttezza esemplare, capace di giocare più di seicento partite da professionista senza mai prendere un cartellino rosso, amatissimo sia a Saint-Etienne sia a Metz dove ha passato la maggior parte della propria carriera (e che nel 2001 è uscito in barella al sesto minuto della sua partita d’addio dopo essere stato messo nuovamente K.O., questa volta da una pallonata in pieno volto), nei giorni seguenti si dice amareggiato non tanto per l’accaduto, ma perché Eric, con cui aveva diviso la camera durante i dodici mesi di militare, non gli aveva fatto neanche una telefonata il giorno dopo.

Il pugno a Kastendeuch (negato dal Nîmes) resta fuori dal referto dell’ufficiale di gara. Monsieur Boulet fatica a capire quella reazione per un fallo fischiato in buona fede sulla tre quarti di campo: “È un peccato, perché adesso rischia di costargli cara.”

(IL QUINTO GRAN BRUTTO GESTO DI ERIC CANTONA IN REALTÀ È ESEGUITO IN DUE PARTI)

Il rischio era che insieme a quell’ultimo errore gli facessero pagare anche quelli passati. Michel Mezy, dirigente del Nîmes responsabile dell’acquisto di Cantona, mette le mani avanti: “Si è taciuto di falli ben più gravi, ma siccome si tratta di Cantona, siccome è un personaggio, la storia viene gonfiata. Lo capisco, ma fatemi dire che se non si fosse trattato di lui se ne sarebbe parlato meno.” Era dalla parte del suo giocatore, ovvio, ma non poteva negare che qualcosa in Eric non andava: “Anche lui qualche domanda dovrà farsela. Io continuo ad aver fiducia, ma sta a lui dimostrare che non mi sbaglio. E lo farà.”

Mercoledì 11 dicembre Cantona si siede davanti alla commissione disciplinare.

Jacques Riolacci, il presidente, racconta così l’incontro: “Cantona dice che c’è una sola cosa che non sopporta: l’ingiustizia. Che quando è invaso da questo sentimento deve reagire. Ci ha detto che secondo lui il fallo era ingiusto, considerato anche che un suo compagno si era infortunato in un’azione precedente. Ha reagito d’istinto. Ha confessato di aver capito subito che tirando la palla contro Blouet stava facendo una stronzata. Parole sue. Per questo si è diretto verso gli spogliatoi da solo senza aspettare la sanzione.”

Riolacci aggiunge che considerando che Cantona non può essere giudicato come un qualsiasi altro giocatore, perché la strada alle sue spalle puzzava “di zolfo”, la commissione aveva deciso di squalificarlo per quattro turni. Il doppio di quello che ci si sarebbe aspettati.

Poi Riolacci si fa avaro di dettagli nel raccontare alla stampa quanto accaduto in seguito. Inizialmente si limita a dire che Cantona ha offeso i membri della commissione ed è uscito sbattendo la porta. Ma la scena è più bella di così.

A quanto pare Cantona si alza dalla sedia borbottando. I membri della commissione gli chiedono di ripetere a voce alta quello che sta dicendo e solo allora lui decide di passarli in rassegna uno a uno con il dito puntato, scandendo per bene le sue parole: “Idiota. Idiota. Idiota. Idiota.”

Concludendo con: “Siete tutti degli idioti.”

“Cantona ha scelto di comportarsi come un marginale,” commenta Riolacci, “e da un marginale ci si può aspettare di tutto.” Dopo gli insulti (dopo che Cantona e Mezy se ne sono andati), la commissione riapre il dossier e raddoppia la squalifica, dovrà restare lontano dai campi due mesi.

Il giorno dopo Eric Cantona annuncia il suo ritiro.

FINE PRIMA PARTE

Michel Platini dice: “Non voglio scusarlo. Aggiungo anzi che non posso capirlo, perché non abbiamo lo stesso concetto di giustizia. Il problema con lui è questo, ha il suo concetto di giustizia, vive in un mondo tutto suo e porta le sue idee fino alle estreme conseguenze.”

Lui aveva continuato a convocarlo in Nazionale anche nel periodo in cui Goethals lo teneva fuori squadra all’OM. Neanche un mese prima aveva detto: “Eric vede le cose più velocemente degli altri. Le capisce più velocemente.”

Come si dice, game recognizes game.

Sull’Équipe, Patrick Urbini sostiene che quel suo ultimo gesto, il più violento e spettacolare di tutti, va letto “come frutto di una riflessione matura e non solo come una follia umorale.” Ricorda che a inizio carriera Cantona già diceva di aver “fatto una croce” sulle persone conosciute nel mondo del calcio: “Non abbiamo niente in comune. Non hanno niente da darmi e lo sanno.”

Si ricorda una sua dichiarazione di ottobre. Dopo la partita con la Spagna valida per la qualificazione a Euro ‘92, Cantona aveva detto: “Oggi so distinguere tra la passione e il mestiere. Mi sento più professionale.”

Jean Marie Lanoë si chiede: “Il calcio è diventato così brutto che lui, l’esteta, non può fare a meno di lasciarlo? Ma Cantò è bello da vedere quando educa i bambini alla contestazione o alla violenza?” Dice che a venticinque anni Eric “ha conservato l’orgoglio demenziale di quando ne aveva quindici,” e ipotizza che quando dà di matto in realtà sta facendo un referendum per capire quanto è amato: “Mostrandogli amore potremmo fargli cambiare idea?”

Michel Denisot, giornalista di Tf1 e a quei tempi presidente del Paris Saint-Germain, lo considera un vero artista: “È un ipersensibile. Una persona molto timida che desidera sentirsi amato. È anche una persona che non bara. Che dice quello che pensa quando lo pensa.” Una persona pura che poteva vivere “spoglio di tutto, senza alcun lusso.” France Football è dalla parte di Cantona.

“L’ultima storia di Cantona è stupida,” scrive Jacques Thibert nel suo editoriale. “Squalificato per sette partite per una bazzecola, caduto in una spirale burocratica kafkiana. Cantona non sopporta l’ingiustizia. Non è l’unico. Ma è uno dei pochi disposti a morire per combatterla.” In quei giorni stavano raccogliendo le ultime votazioni per il Pallone d’Oro (che avrebbe vinto Jean-Pierre Papin) e Thibert pensa che se Cantona fosse stato più costante avrebbe potuto figurare molto in alto in classifica. “Probabilmente se ne frega, orgoglioso com’è di essere all’altezza della sua reputazione e dell’immagine che ha di se stesso.” Poche pagine dopo François de Montvalon dice che Cantona era stato punito “per non aver rispettato le regole, per essere uscito dalla fila indiana.” E riguardo all’uso da parte di Riolacci della parola “marginale”, dice: “Una riflessione stupefacente quanto stupida, come se avesse appena pestato un escremento animale.”

Stéphane Saint-Raymond aggiunge: “Quindi, se ho capito bene, non è colpa di nessuno, soprattutto non del sistema. A noi basta usare la parola ‘marginale’ con la connotazione peggiorativa che le si dà oggi, e l’affare è chiuso. Abbiamo detto tutto. Soprattutto, non abbiamo capito niente.”

Il cognato, Bernard Ferrer dice: “Tornerà, ama questo mestiere.”

Ma la citazione più bella è quella di Gilles Rousset: “Il calcio francese perde un grande giocatore. Ma la vita ha appena guadagnato una persona speciale.”

Se avesse smesso di giocare sul serio a dicembre del 1991, nessuno di noi saprebbe oggi chi era Eric Cantona.

Se fosse rimasto, se avesse onorato il contratto che per altri due anni lo legava al Nîmes, sarebbe stato quasi sicuramente lo stesso.

Per quanto in quel momento Cantona non potesse saperlo, dare l’addio al calcio era stata la migliore idea che gli fosse mai venuta.


Segui Daniele su Twitter: @DManusia

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