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Μoda

Mode Italo-adolescenziali #2: nuovi scheletri nell'armadio

Marchi della nostra pubertà estetica il cui nome evoca ancora tanto rispetto e timore.

di Clara Miranda Scherffig
07 febbraio 2012, 2:00pm

Tuffarsi nel passato dei nostri guardaroba non è stata cosa facile, ma data la grande richiesta e l'assenza di alcuni indumenti assolutamente fondamentali, abbiamo deciso di ripetere quest'incresciosa esperienza. Grazie ai molti suggerimenti abbiamo rinvenuto scarpe e accessori che avremmo preferito non citare, un po' perché il ricordo era troppo doloroso, un po' perché li teniamo ancora nella parte bassa e polverosa del nostro armadio e facciamo un po' fatica a buttarli via, come il blog che avevamo su Splinder e che abbiamo appena copincollato su Open Office.

Altri marchi della nostra infanzia pubescente sarebbe stato meglio tacerli per sempre, ma il loro nome evoca ancora così tanto rispetto e timore—per la percentuale di consonanti estranee all'alfabeto italiano e per la quantità di soldi che abbiamo dovuto sborsare per averli—che forse vale la pena nominarli ancora un'ultima volta.

MBC – WS

Capi e accessori della MBC erano trasversali e ovunque. C'erano magliette per ragazzi e canotte per ragazze, zaini e borsette, tutti spesso con fantasie hawaiane. Se il loro scopo era far credere ai ragazzi bene del lungomare di Camogli o ai Pariolini in vacanza al Circeo di essere dei surfisti, purtroppo credo che ci siano riusciti. Il suo fondatore, l'imprenditore romano Paolo Muccifora, in realtà è responsabile di azioni molto più grandiose. Secondo alcuni infatti, l'origine delle magliette-slogan all'italiana risalirebbe proprio a lui, che, per capirci, nel lontano 1994 ha lanciato il suo impero di cotone con la maglietta "Rutelli non è il mio sindaco". La cosa curiosa è che il marchio continua ad esistere, e si ostina a proporre quel crossover femminil-fighetto-sportivo che partorisce ancora oggi le ragazzine con borsetta ascellare che si appollaiano in massa sui motorini fuori scuola.

FORNARINA UP CLASSIC ZEPPA / PRADA SPORT / NIKE SILVER

Ecco quello che si può definire "un classico che non muore mai": la scarpa ortopedica elevata a status symbol. Una variante contemporanea di questa impressionante calzatura sono le altrettanto impietose (per chi le indossa e per chi le vede) Hogan. La mia amica Arianna le aveva nella variante violetta e io non ne capivo il senso. O meglio, trovavo estremamente affascinante la loro zeppa semitrasparente e quando vedevo qualcuno con le Buffalo (che non verranno approfondite in questa sede perché ci sarebbe troppo da dire) immaginavo degli ibridi mutanti, tipo degli Alien che potevi mettere ai piedi. In ogni caso furono responsabili della più importante scissione all'interno del mondo femminile: quelle che sanno camminare coi tacchi e quelle che non ne sono capaci. Inutile dire che appartengo al secondo gruppo. Quindi a posteriori mi sento di dire che indossare le Fornarina per tutta la seconda media non è stata una scelta così sbagliata.

Variante ricchissima erano le Prada Sport, di preferenza bianche ma se i tuoi erano di sinistra allora le prendevi rosse. Più tardi arrivarono quelle blu e quelle argentate ma la somiglianza con una pantofola a forma di papera rimase.

Le Nike Silver non sono ancora del tutto tramontate e devo ammettere che non mi hanno mai dato particolarmente fastidio. Ma se il catarifrangente è un materiale piuttosto simpatico e democratico, trovo ingiusto che abbiamo trasformato la normale scarpa da jogging in una cosa che luccica come il giubbotto dei lavoratori dell'Amsa, soprattutto se penso a quanto costano e a chi sono rivolte. Certo, l'idea di infilare un calzino di spugna bianco sotto la linguetta per tenerla alzata e rendere la scarpa ancora più gigantesca (non più calzatura ortopedica ma per piedi deformi) è stata sicuramente una delle trovate più atroci di quegli anni.

KILLAH BABE

Forse uno dei nomi migliori mai partoriti dopo Essenza, è nato con il chiaro intento di soddisfare quella fetta di mercato di "ragazze cattive" che non si riconoscevano pienamente nella Onyx. Oserei dire che fu, perlomeno in Italia, una specie di marchio proto-emo—non a caso ogni tanto bisogna riconoscere una certa lungimiranza dell'imprenditoria tessile italiana.

ZAINI NAPAPIJRI

Altro nome capace di fotterti il cervello, questo marchio valdostano fu praticamente la risposta italica ai sempreverdi Jansport. Riuscendo per un certo periodo a soppiantare l'Eastpak, gli zaini Napapijri si rivolgevano per lo più a un pubblico maschile e di preferenza nord italiano, devoto al connubio sport-Radio Deejay e amante dell'Australia, luogo esoticissimo che per mancanza di soldi veniva soppiantato dalla più abbordabile Ibiza. Stando alla sua pagina Wiki, in finlandese Napapijri dovrebbe significare "polo artico" e guardando la patacca circolare cucita al centro dello zaino, ci viene un lieve sospetto di plagio... ehi, ehi, quadratissimi backpack Fjallraven, guardateci, ehi, ci siamo anche noi!

ESSENZA PER UOMO, ARTIGLI PER DONNA

Di questo marchio non mi ricordo altro tranne un bomber che aveva il nome ricamato a caratteri cubitali corsivi sul dorso, tipo la giacca di Ryan Gosling in Drive ma indossata da Andrea Caruso, mio compagno delle medie con discendenze palermitane e normanne, già molto sviluppato e uomo, e ça va sans dire, bellissimo. Ora ne è testimonial Dj Francesco e la scelta mi sembra azzeccatissima.

La risposta femminile a Essenza era (ed è tuttora, soprattutto nei centri commerciali di Kotor, Montenegro) Artigli, una marca tanto popolare quanto insensata: come la versione maschile ama proporre stampe molto appariscenti e in rilievo (materiale tipo: spugna o velluto alto 3 cm) applicate in posizioni strategiche come il retro dei pantaloni.

ZAINI MONOSPALLA HSL

Il significato della sigla è Hic sunt leones ed è un perfetto esempio della capacità di sintesi degli imprenditori milanesi. In un unico accessorio sono riusciti a condensare ben tre correnti diverse ma tutte ugualmente irritanti: la frequentazione di licei classici, l'appartenenza a tifoserie calcistiche tipo la Fossa dei Leoni e una certa preferenza politica destrorsa, non smentita dalla prediletta variante rossa di questo borsello monospalla. Probabilmente dopo aver creato la variante "Milano" e "Italia" con stemmi e bandiere, hanno sentito puzza di provincialità e cercato di abbattere le barriere dell'ignoranza proponendo lo stile "Paesi del mondo".

MAGLIETTE LUPIN / ARANCIA MECCANICA / CARLSBERG ETC

Dimostrazione esemplare della confusione ideologica degli adolescenti, tutti ne avevano almeno una. La smorfia giapponese di Lupin in stampa bianca su maglietta nera è stato un prezioso criterio di scrematura per i miei fidanzatini al mare, un po' come il motto "dimmi che scarpe hai e ti dirò chi sei", che mi ha preservato da rovinose scelte sentimentali (ed estetiche).

L'indiscriminata diffusione del logo arancione di A Clockwork Orange su sfondo nero è stato forse uno degli indumenti più colpevoli dei primi anni Duemila. Pur apprezzando moltissimo il film di Kubrick, ancora oggi faccio fatica ad avvicinarmi alla copertina del romanzo di Burgess. Grazie, Sergio della 4a C, per avermi precluso quest'esperienza culturale indispensabile e grazie a te, Fabrizio della 1a F, per aver indossato la tua Fruit of The Loom durante tutte le ore di educazione fisica e avermi suggerito l'associazione "drughi-puzza di sudore" ogni volta che penso al Korova Milk Bar (cioè ognuna delle rare volte che bevo latte).

Variante altrettanto diffusa ma in accezione più "ribelle" erano le magliette arancioni con stampa nera della locandina di Trainspotting. In questo caso ritengo sia stata fatta una buona azione: nonostante la sua presenza alla fiera di Sinigallia fosse quasi più frequente del tascapane militare, ho imparato le mie prime parole in scozzese grazie a Ewan McGregor riuscendo allo stesso tempo ad evitare l'inquietante e sovrastimata versione letteraria di Irvine Welsh.

Le T-Shirt coi marchi degli alcolici tipo Carlsberg, Guinness e Jack Daniels erano invece la variante nazionalpopolare e senza pretese di quelle appena citate: se abitavi in centro allora una felpa della birra danese non te la toglieva nessuno, ma se ti toccava prendere il treno per venire il città il sabato pomeriggio, allora è più probabile che indossassi il logo "dell'alcolico preferito di Kurt Cobain".

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