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Ho finalmente capito il cinema giapponese

Durante un film giapponese la probabilità di imbattersi in un attore con un mestolo nel culo non è poi così scarsa. E Zatoichi di Kitano mi ha fatto capire il perché.
16 giugno 2014, 2:22pm

Questo post appartiene alla nostra serie sul meglio del catalogo Sky Online.

Durante un film giapponese la probabilità di imbattersi in un attore con un mestolo nel culo non è poi così scarsa. Non perché autopunirsi con un utensile da cucina sia una pratica centenaria dell'altra parte del mondo, ma perché per i giapponesi infilare a un certo punto della sceneggiatura una scena goffa è normale mentre per noi è inspiegabile_. _

Per anni ho passato in rassegna le pellicole d'oriente cercando di farmi un'idea di quale reazione giusta dovessi avere davanti a quegli sprazzi ingenui; sforzandomi di capire se ridere davanti a un senso dell'umorismo discutibile o se socchiudere gli occhi per cogliere la profondità di un personaggio.

Ho ricollegato questo modo di girare a un certo tipo di registi, come Miike o Tsukamoto, che nell'euforia del gore si abbandonavano ogni tanto anche ai cazzi rotanti, ma poi dopo aver visto anche Takeshi Kitano fare uso di questo cambio di registro audace ne ho capito finalmente il senso.

In un film come Sonatine ad esempio, di un'austerità e gravità di temi che il solo nominarlo "mi ricorda che nella vita nulla è, e se anche qualcosa fosse non sarebbe conoscibile, e se anche qualcosa fosse conoscibile non sarebbe comunicabile agli altri," sono presenti scene coreografiche goliardiche che più che pensare mi facevano rabbrividire.

Ma è in Zatoichi che Kitano riesce a costruire un intero film in equilibrio sul dramma e il divertissement, sull'autentico Yakuza movie e la satira del genere: insomma sul cazzo duro e il mestolo nel culo.

La trama del film è lineare: Zatoichi è un vagabondo cieco che si guadagna da vivere come massaggiatore in un piccolo paese. In realtà è un mostruoso samurai.

La Yakuza locale sta chiedendo un pizzo troppo alto per i cittadini e coinvolge nei suoi regolamenti di conti anche innocenti. Al solito. Zatoichi venuto a conoscenza della triste storia di due orfani ai quali è stata sterminata la famiglia decide di aiutarli e fare giustizia da solo.

La pellicola tra il serio e il divertito alterna con abilità scene di duelli bellissime, famose quella sotto la pioggia e quella finale in notturna, a momenti decisamente più disimpegnati.

La poesia di Zatoichi è nello stile mai definito e nella scioltezza con la quale si passa da incantevoli intermezzi musicali nei campi, (prima di alcuni zappatori e poi di ragazzini che pestano il terreno bagnato della pioggia scandendo gli accenti della melodia); da curate coreografie dei combattimenti con arti mozzati e spruzzi di sangue mai eccessivi e nauseanti; al vicino di casa trash di Zatoichi, un ciccione mezzo ritardato che trascorre le sue giornate culo all'aria, ad imparare l'arte dei samurai urlando come un ossesso e brandendo una lancia come un vichingo.

E così via: dopo essere venuti a conoscenza della storia dei due orfani, Kitano riprende Ichi con un sorriso demenziale e sulle palpebre chiuse due occhi disegnati. O ancora nell'ultima parte di film (non è uno spoiler) la lunga sequenza di ballo tip tap che poco si addice all'andamento drammatico dell'intreccio; fino all'ultimo fotogramma che in un qualsiasi altro film lascerebbe molto più che perplessi.

Al termine di Zatoichi ho ragionato un'ultima volta sulle impressioni sconvolgenti che spesso mi dà il cinema giapponese, ma poi ho smesso perché ho capito. Non derivano semplicemente da un diverso senso dell'umorismo, né da un diverso pianeta come le ultime scoperte vogliono farci credere. È semplicemente un approccio cinematografico diverso, che va oltre il genere, oltre il canone, oltre le menate d'occidente. Un approccio diretto che raggiunge il centro dell'arte: "fare sempre il cazzo che si vuole."