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Klaus Thymann: Kiruna è una città mineraria nell’estremo nord della Svezia. Penso sia la più grande miniera di minerale di ferro al mondo–c'erano miniere ancor prima che la città fosse fondata nel 1900. A causa degli scavi eccessivi, si è creata un’imponente spaccatura nel terreno che si muove verso la città al ritmo di 15 metri all’anno. Non sembra creata dall’uomo: è irregolare e lacerata. Fa paura. Significa che la città e i suoi abitanti si devono trasferire altrove se non vogliono essere inghiottiti dalla terra.È una brutta storia.
Sì. Da un punto di vista ingegneristico è da pazzi spostare un’intera città in un altro posto. La vita di quelle persone è in uno strano limbo. La maggior parte di loro sa che a un certo punto dovranno trasferirsi, ma non sanno esattamente quando. Non sono neanche in grado di vendere le loro case perché nessuno vorrebbe comprarle. Tutto quel che riceveranno è un compenso fisso dal governo.
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Forse. La società svedese è alquanto matura, quindi penso che la cosa abbia a che fare con questo aspetto. Ma si tratta anche di un progetto moderno; 20 anni fa le cose sarebbero state diverse. Probabilmente abbiamo raggiunto un punto in cui la nostra storia e i nostri valori influenzano le nostre decisioni.Tu che ne pensi? Credi sia una cosa giusta trasferire gli edifici?
Sì e no. Questa distruzione sta accadendo per l’estrazione dei minerali di ferro, ma è la complessità del fenomeno che mi affascina. Io documento i fatti con le mie foto e porto l’attenzione del pubblico su questa vicenda; non cerco risposte, più che altro cerco di aprire un dibattito e creare una rappresentazione interessante della situazione.

Allora, ho incontrato tanta gente che deve trasferirsi il prima possibile, entro un anno e mezzo più o meno. Riesco a comprendere quel tipo di incertezza. Quando sai che non starai in un posto a lungo certe cose non contano più, se ti si strappa la carta da parati non pensi ad aggiustarla. Credo sia una sensazione strana, non li invidio.
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Circa un anno fa. Sono stato lassù due volte finora. Il piano è di tornare frequentemente nell’arco dei prossimi dieci anni. Alcune zone sono già state chiuse e sono inaccessibili, e alcuni edifici sono stati demoliti. Un altro aspetto del progetto è che ad ogni foto è collegata una coordinata GPS. Grazie a questo sistema, posso iniziare a creare immagini ripetitive; in questo modo tutti possono vedere i cambiamenti avvenuti nel tempo. Non ho ancora idea di quando finirò il progetto, però.Dal tuo lavoro è evidente che tu abbia un grande interesse per la mappatura. Come mai?
Alla fine degli anni Novanta in Danimarca lavoravo su un progetto che si chiamava Virus. Trattavamo questioni un po’ marginali, facevamo una specie di controcultura. Siamo stati i primi a fare una serie su ECHELON ad esempio, che tra l’altro è stato una sorta di PRISM antesignano; in pratica è un grande sistema di sorveglianza che seleziona le informazioni. Ho continuato a lavorare su Hybrid, un progetto in cui documentavo culture ibride in tutto il mondo, cose tipo il giardinaggio underground di Tokyo. Ora sto anche lavorando su Project Pressure, ci occupiamo di mappare i ghiacciai del globo. È uno sforzo collettivo.
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