Tutti i modi in cui essere una donna nell'Italia di oggi è ancora un problema
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Tutti i modi in cui essere una donna nell'Italia di oggi è ancora un problema

Nonostante gli ultimi dati della situazione della donna in Italia sembrino abbastanza positivi, la parità dei sessi nel nostro paese è ancora lontana, soprattutto in campo lavorativo. Ne abbiamo parlato con un'economista.
28 dicembre 2015, 8:48am

Illustrazione di Amanda Lanzone.

Pochi giorni prima del 2016, avevamo con questo post cercato di ricapitolare la situazione delle donne in Italia. Riproponiamo oggi, in occasione dell'8 marzo e dello sciopero, lo stesso post—ancora attuale e utile per capire tutti i modi in cui essere una donna nell'Italia di oggi è un problema.

Nel Global Gender Report Gap Index del 2015—il rapporto del World Economic Forum che dal 2006 stila una classifica delle differenze di genere nei paesi del mondo in base a educazione, sanità, partecipazione all'economia e alla vita politica—l'Italia risulta 41esima su 145 paesi analizzati, con un miglioramento di 28 posti rispetto all'anno precedente. Per il nostro paese si tratta della posizione migliore di sempre.

Sul fronte della partecipazione alla vita politica—che prende in considerazione il gap tra uomini e donne in ruoli di alto rilievo decisionale politico—l'Italia, grazie all'aumento degli ultimi anni di donne in parlamento, come sottolinea il dato record del 2013, si posiziona all'undicesimo posto. Sul fronte dell'istruzione e della sanità i numeri sono meno brillanti rispetto a quelli di altri paesi, ma non evidenziano preoccupanti discriminazioni. Se esiste questo articolo, però, è perché nella partecipazione alla vita economica esistono problemi enormi che fanno sì che in Italia essere una donna rappresenti ancora una limitazione. In quella parte della classifica, infatti, il nostro paese è al 111esimo posto.

In particolare, il problema del rapporto tra le donne e l'economia in Italia si può articolare in quattro punti: l'accesso al mondo del lavoro, le limitazioni che intervengono per intraprendere una carriera, i salari, e conseguentemente, le pensioni. Ci siamo fatti aiutare da Elisabetta Addis, economista e attivista, per commentare i dati riguardanti questi quattro temi e fare un punto sulla situazione delle donne nel mondo lavorativo in Italia.

L'ACCESSO AL MONDO DEL LAVORO

In Italia, in rapporto all'istruzione, ci posizioniamo al 58esimo posto, e le statistiche ormai da diversi anni parlano di donne più istruite degli uomini. Se è vero che alcuni settori—quali l'ingegneria e l'informatica—rimangono prevalentemente maschili, il fenomeno sembra meno accentuato rispetto ad altri paesi europei. Ciò che si va allargando è il distacco per cui le donne conseguono risultati migliori rispetto agli uomini in tutti gli indirizzi. Questi dati non si traducono però in un maggiore accesso al mondo del lavoro, in cui le donne rimangono in minoranza rispetto agli uomini.

Dai dati Eurostat usciti a marzo del 2015 e relativi al 2013, infatti, il tasso d'occupazione femminile in Italia è del 47 percento, contro il 65,3 percento di quella maschile, diversi punti percentuali in meno rispetto al 62,6 percento della media Europea e lontano dagli obiettivi comunitari per il 2020, che prevedono una soglia del 75 percento per le donne di età compresa tra i 24 e i 64 anni.

"Come molti problemi italiani che riguardano le donne, anche questo è diviso in due parti: un problema generale italiano e un problema specifico delle donne italiane," mi dice Addis riguardo al basso tasso di occupazione femminile. Il problema generale, spiega, è rappresentato dal fatto che il sistema italiano sia fatto di piccole imprese che non premiano la qualificazione ma cercano personale 'economico', e che l'Italia abbia un tasso di occupazione basso rispetto agli altri paesi. Il problema più specifico, invece, è rappresentato dal fatto che "le piccole imprese sono state molto feroci con le donne—costringendole fino a qualche tempo fa a firmare le famose dimissioni in bianco. Inoltre, sussiste il problema che i tecnici e gli scienziati in Italia sono ancora rappresentati come maschi adulti bianchi in camice e occhiali, anziché vedere la realtà delle donne, normalmente vestite e truccate, che praticano scienza e tecnica."

Su questo, a rappresentare un problema non è soltanto il tasso di occupazione, ma anche i lavori che le donne svolgono. Se da una parte negli ultimi anni si è assistito a una crescita importante nella presenza delle donne nelle pubbliche amministrazioni e in politica, da quanto emerge dai dati queste rimangono escluse da lavori meglio retribuiti e da ruoli di rilievo.

"La cosa che purtroppo dobbiamo rimarcare," aggiunge Addis, "è che la struttura occupazionale non si sta integrando. Sono cifre difficili da misurare, ma sono stati creati degli indicatori che evidenziano che l'Italia è sia verticalmente che orizzontalmente molto segregata. Le donne non sono distribuite omogeneamente nel sistema economico, e questo è da attribuire agli stereotipi di genere."

Questi dati sono confermati nella percezione che hanno le donne del lavoro. Da una recente indagine svolta dalla Thomson Reuters Foundation in collaborazione con la Rockefeller Foundation, il 57 percento delle donne italiane intervistate—il dato più alto d'Europa—ritiene che il genere rappresenti uno svantaggio, mentre il 45 percento vede in questo divario il problema principale della propria vita lavorativa.

LIMITAZIONI ALLE POSSIBILITÀ DI CARRIERA

Tra le limitazioni di questa categoria più ingombranti vi è sicuramente quella rappresentata dalla natura stessa della struttura societaria in cui viviamo, che vede le mansioni domestiche attribuite esclusivamente al sesso femminile. Da una recente indagine emerge che ogni donna in Italia dedica ai lavori domestici circa 36 ore a settimana, rispetto al massimo delle 14 ore dedicatevi dagli uomini—dato più alto rispetto agli altri paesi europei.

Inoltre, mi spiega Addis, "lo standard di pulizia delle case, di attenzione verso i familiari e di tempo è dato dalle molte donne che non lavorano. Per cui le donne che invece lavorano devono dare il doppio per stare dietro agli standard societari e portare avanti una carriera."

Ma a evidenziare le difficoltà riscontrate nella vita lavorativa e la sua conciliazione con quella famigliare è soprattutto la larga diffusione, tra le donne, di lavori part-time.

Per quanto, mi spiega Addis, l'orario di lavoro molto più breve delle 40 ore settimanali, in un mondo in cui la tecnologia gioca un ruolo sempre più importante e fa risparmiare sul lavoro umano, dovrebbe essere una condizione non solo necessaria ma vincente per tutti, la realtà è ben diversa. "Le uniche che prendono il part time sono le donne, ed è ancora più spiacevole che si tratti di un part-time imposto—sono donne che per la maggior parte [...] vorrebbero lavorare a tempo pieno. Non si tratta quindi di part-time, ma di sottoccupazione."

In strutture societarie come la nostra, considerando la lunga storia di scarsità di asili nido, la donna è spesso obbligata a dover scegliere tra lavoro o carriera, e dai dati Istat del 2014, il 22,4 percento lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Per arginare questo problema, nella legge di stabilità di giugno il governo Renzi ha stanziato un fondo di 65 milioni di euro—la cui destinazione è ancora da determinare—per la promozione della conciliazione tra vita professionale e vita privata. Nella legge di stabilità è stato introdotto anche il congedo di paternità obbligatoria di 15 giorni retribuito all'80 percento, da usare nel primo mese di vita del bambino.

Pur trattandosi di un congedo esiguo se paragonato ad altri paesi europei non solo scandinavi, si tratta di un passo in avanti importante rispetto al singolo giorno obbligatorio oggi per la paternità—soprattutto a livello culturale.

SALARI

Nonostante sia la costituzione italiana a sancire che "La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore," le donne in Italia (e nel mondo) guadagnano ancora meno rispetto agli uomini. In numeri,secondo i dati Eurostat pubblicati nel 2015, il gap salariale tra donne e uomini italiani è di circa il 7,3 percento. Si tratta di un dato basso rispetto alla media europea (che è del 16,4 percento), ma in aumento negli ultimi anni.

Questo dato, che di primo impatto può sembrare positivo, non tiene però conto del tasso di disoccupazione e delle ore lavorative. Si tratta insomma, commenta Addis, di "un'illlusione ottica" determinata dal fatto che in Italia le donne che lavorano sono meno, e sono coloro che possono permettersi un salario abbastanza elevato da pagare chi le sostituisca nelle attività domestiche. "Considerando anche la precarietà del welfare privato e pubblico del nostro paese, a lavorare sono solo le donne più qualificate, che riescono a ottenere un salario più alto creando l'illusione che l'Italia se la passi bene rispetto alla media europea. Se però paragoni, come ha fatto la professoressa Addabbo dell'Università di Modena, uomini e donne qualificati allo stesso modo, il gap torna a essere intorno al 15-17 percento, più in linea con quello europeo."

Il fatto che negli ultimi anni il gap salariale sia aumentato, in controtendenza rispetto all'Europa, "è la dimostrazione di ciò che dicevamo prima. Con la crisi l'occupazione femminile è aumentata—anche se molto leggermente. Sono entrate quindi nel mondo del lavoro persone meno qualificate, facendo aumentare il gap." Per quanto riguarda il lavoro femminile, mi spiega Addis, sono infatti aumentati lavori autonomi del servizio alla persona.

In occasione dell'Equal Pay Day, Vera Jourova, Commissario europeo per la giustizia, i consumatori e la parità di genere ha tradotto il gap europeo in giorni lavorativi, dichiarando che le "europee lavorano gratis per due mesi all'anno." Ovviamente il divario non va a influenzare solo l'aspetto economico, ma va a rafforzare lo status quo—se un uomo ha maggiori possibilità di guadagno è più facile che tra i due sia la donna a restare a casa—e si traduce in un minore accumulo pensionistico.

PENSIONI

Secondo gli ultimi dati Istat presentati a ottobre 2015, le donne incassano il 30,5 percento in meno rispetto agli uomini. In pratica, una media di mille euro per più della metà delle pensionate (rispetto a un terzo degli uomini), e un 15 percento che non raggiunge la soglia mensile di 500 euro.

In un sistema pensionistico contributivo come il nostro, mi spiega Addis, che abbiamo adottato coscienti dei suoi pregi e dei suoi difetti e che tiene conto dei contributi versati durante la propria carriera lavorativa, apportare delle modifiche che mirino alla tutela delle donne e delle fasce più deboli è pressoché impossibile, l'unica cosa da fare è trovare il modo per cui le donne abbiano un lavoro regolare e contribuiscano alla loro futura pensione. Ci sono però alcune cose che non rientrano assolutamente nel discorso di alcun politico o partito ma che, spiega Addis, sarebbe necessario fare. "Gli assegni sociali, le pensioni minime che spettano alle famiglie che non raggiungono un certo reddito, sono calcolate sul reddito congiunto [...] mentre sarebbe giusto provvedere alle pensioni delle anziane in maniera indipendente da quelle dei loro mariti."

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In quanto al futuro, Addis non è ottimista e non lo è principalmente per i dati sui Neet, che riportano che il 60 percento delle donne appartenenti alla categoria è sposata, rispetto al 15 percento degli uomini. "In Italia," mi dice, "purtroppo vedo un regresso, piuttosto che un miglioramento. Queste ragazze sposate e senza una fonte di guadagno stanno facendo il primo passo della carriera di casalinghe, e sono molte. Non c'è assolutamente niente di male, ma la loro autonomia di reddito è molto bassa, si tratta di cittadini che dipendono da qualcun altro, e questo non può essere un bene per la nostra democrazia. La democrazia," conclude, "è fatta di persone autonome non ricattabili."

Che essere donne dal punto di vista economico sia sempre stato un po' più complicato è una verità difficile da contestare, eppure molto spesso non si sa dove finisce il luogo comune e dove iniziano i limiti reali. Nonostante negli ultimi anni si siano fatti importanti passi avanti sul fronte della sensibilizzazione e ci si stia muovendo verso un mondo più equo o per lo meno più cosciente del problema, esistono dati oggettivi che dimostrano che in Italia, spesso, essere donna rappresenta ancora un discriminante.

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