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Perché Andrea Bargnani è diventato lo zimbello dell'NBA?

Il giocatore italiano ha firmato per due anni con i Brooklyn Nets, ma non è stato salutato con simpatia dal pubblico d'oltreoceano che lo conosce per la sua espressione vacua e per i continui infortuni, e ne ha fatto un capro espiatorio.

di Robert Silverman
16 luglio 2015, 10:12am

Foto di Carl Edmondson

Questo articolo è tratto da VICE Sports, il vertical di VICE US dedicato allo sport.

È difficile scegliere un momento solo che definisca la carriera di Andrea Bargnani. Forse per cercare di capire il giocatore è più corretto considerarne una serie, dai Vine dei suoi errori alle GIF scattose che hanno definito il triste secondo atto della sua esistenza sportiva. Quando è uscita la notizia che avrebbe firmato per due anni al minimo salariale con i Brooklyn Nets, Twitter è stato invaso da una serie impressionante di battute e video in cui quello che dovrebbe essere un atleta professionista perde il controllo sul proprio corpo. Ecco. Questo per gli americani è Andrea Bargnani.

Sui social media quando si parla di basket il sarcasmo si spreca e un fatto relativamente ininfluente come Bargnani che va ai Nets e gioca 15 minuti a partita diventa l'argomento di conversazione di tutti.

E poi ci sono cose come questa.

Uno dei video di basket più visti negli Stati Uniti è quello in cui Bargnani cade e si procura l'infortunio che porrà fine alla sua prima stagione a New York. Con tanto di "I believe I can fly" in sottofondo. Ok, è divertente, ma è anche crudele. Eppure, Andrea Bargnani nel 2015 è anche questo. Non c'è nessun altro giocatore che sappia provocare lo stesso sarcasmo. Non ci stiamo solo divertendo a prenderlo in giro. Non è più uno scherzo.

Che il talento di Bargnani sia appena sufficiente per giocare nell'NBA non è più un segreto. Non dopo la stagione 2014/2015, in cui si è conquistato non soltanto "il peggior differenziale in campo-fuori campo di ogni altro giocatore dei Nicks stagione 2014/2015", ma anche––come rileva Devin Kharpetian su The Brooklyn Game––il "peggior real Plus-Minus del campionato tra i centri, pessimo quasi quanto lo scorso anno."

Ma il rancore verso Bargnani dei tifosi americani sembra avere radici più profonde. Va molto oltre il farsi beffe per essere stato la promessa disattesa di una prima scelta nel draft, al provare imbarazzo per un talento sprecato o al lamentarsi per la fissazione coi grandi nomi dell'epoca pre-Phil che l'ha portato ai Nicks. Lo odiano, punto.

Foto di Chris Humphreys/USA TODAY Sports

Durante le ultime due stagioni ai Toronto Raptors i canadesi lo fischiavano senza pietà. L'accanimento era tale che alcuni commentatori, quando hanno saputo che si sarebbe tolto di mezzo, hanno fatto partire il Nessun Dorma e versato finte lacrime di gioia. Arrivato a New York, i tifosi hanno iniziato a fischiarlo già nel primo quarto della sua prima partita. Quando si è infortunato (di nuovo) ed è rimasto per diverso tempo in panchina, annoiato con lo sguardo fisso, ogni volta che la sua foto da bambino compariva sul maxischermo i tifosi lo fischiavano. Davvero.

Sembra uno spreco di energie inutile per un giocatore della relativa statura e importanza di Bargnani nell'ecosistema NBA. E lo dico come uno che disprezza profondamente il suo posto nei Knicks e si è unito al coro delle critiche della domenica. Ma è facile capirne i motivi: sembra, e effettivamente è così, che a Bargnani non freghi niente di niente. Gioca con noncuranza e pare che le critiche gli scivolino addosso. E così non fa che attirarsene altre.

Dà l'impressione di essere una specie di invertebrato; sembra che stia poco bene. Sta sempre con la bocca mezza aperta e vaga per il campo come uno zombie con le braccia a penzoloni. È confuso e annoiato. Sembra che non sia affare suo passare la palla, o tirare o fare qualsiasi altra cosa che nel basket dovrebbe essere naturale. Sembra che gli importi soltanto di provare tiri da tre che finiscono sempre inesorabilmente fuori. Ma soprattutto sembra che per lui non cambi niente tra vincere e perdere; non gli interessa nemmeno prendere in considerazione la cosa, e anzi sembra non capire perché a noi possa interessare così tanto.

Prendete il video qui sopra. Bargnani fa un tiro da tre con il cervello staccato, tanto che Clyde Frazier, che nelle ultime stagioni ne ha viste di tutti i colori, sbotta, "COSA STA FACENDO? Ma che fa? Perché ha fatto quel tiro? Perché?" Bargnani non ha risposta, mormora qualche scusa e tira fuori quell'espressione da Monna Lisa sotto ketamina che ha contraddistinto la sua carriera. Non mostra traccia di delusione, contrizione o di una qualunque emozione. Di sicuro, non prova niente di paragonabile alla sofferenza espressa dai suoi compagni in panchina.

La storia dell'NBA è piena di giocatori che non hanno espresso appieno il loro potenziale, ma nessuno sembrava così distaccato come lui. Lunedì il commentatore sportivo Frank Isola ha scritto che "il distaccato Bargnani era ineffabilmente triste, non solo quando aveva a che fare con la stampa." E non c'è bisogno di scavare molto per scoprire che arriva spesso in ritardo agli allenamenti e snobba le iniziative di beneficenza della squadra. È sempre distante, imbronciato e scontroso, e non sembra in grado di—o forse non vuole—lavorare sui suoi evidenti difetti. Non gli interessa nemmeno bere del vino decente.

Ma anche per una persona così si può provare empatia. Probabilmente di mezzo ci saranno stati allenatori italiani eccessivamente impazienti, che hanno visto tutti quei centimetri e quel talento––che deve pur esserci, anche se è sommerso da montagne di piattezza e menegreghismo––e gli hanno spiegato di tutti i soldi che si sarebbe potuto intascare in America. E detestare un lavoro quando lo fai solo per i soldi è comprensibile—anche se in fin dei conti i soldi che si ritrova in banca a fine mese potrebbero essere un incentivo al sorriso. E si può anche immaginare che dopo dieci anni da puntaspilli abbia sviluppato uno strano meccanismo di difesa fatto di mutismo e mancanza di personalità per sopportare tutta questa pressione negativa.

Anche l'empatia però ha un limite—perché per i tifosi non c'è peggior giocatore di quello che se ne frega. Che non ci crede mai. In più Bargnani sembra l'incarnazione di quella noia quotidiana a cui cerchiamo di sottrarci guardando proprio una partita di basket. Per lui questo sport non solo è un lavoro, ma è un lavoro che odia.

Ma alla fine, chi può dirlo? Forse Lionel Hollins è l'allenatore che riuscirà a tirare fuori qualcosa da lui. Forse ha ragione chi paragona Bargnani ad Andray Blatche, un'altra causa persa che ha svoltato proprio a Brooklyn una carriera fallimentare. Bargnani forse ritroverà il suo tiro e la capacità di muoversi in campo. Forse inizierà a importargliene qualcosa di giocare. E se c'è un punto di partenza per la salvezza, è proprio quello.