Attualità

Perché ho deciso di fare figli nonostante la società sembri destinata al collasso

A causa della crisi climatica, la nostra società rischia seriamente il tracollo tra una o due generazioni. Abbiamo chiesto a genitori ambientalisti come la vivono.
Alessandro Pilo
Budapest, HU
25 settembre 2020, 7:53am
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Foto Getty Images/Istvn Dobos / EyeEm.

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Mio figlio Bruno ha compiuto da poco quattro anni. È ovviamente uno degli elementi più importanti della mia vita, eppure ammetto di aver esitato a lungo prima di decidermi insieme a sua madre. Al di là delle preoccupazioni più pratiche—precarietà economica, scarsità di asili, ecc.—ce n’era una più esistenziale: ha senso riprodursi quando sei consapevole che la crisi climatica potrebbe far collassare la nostra società da qui a trent’anni?

Malgrado abbia scritto un libro di ecologia per ragazzi e vada spesso nelle scuole a parlare di attivismo ambientale con spirito motivazionale, ho regolarmente momenti di ecoansia in cui immagino scenari distopici alla Mad Max o Children of Men fatti di siccità, apartheid sociale e regimi autoritari. Mi sento dire spesso che i nostri figli saranno i cittadini green del futuro, quelli che cambieranno le sorti del pianeta. Peccato che quando Bruno avrà raggiunto l’età di Greta Thunberg, almeno secondo gli scenari peggiori, la Terra potrebbe non essere più essere “salvata.”

Alle prese con questi pensieri, ho deciso di confrontarmi con altre coppie che hanno riflettuto a lungo sul tema, per capire meglio come si può essere genitori su un pianeta che va incontro al disastro ambientale e continuare a dormire la notte.

La prima persona con cui parlo è Leonardo Caffo, docente di filosofia alla NABA di Milano, commentatore televisivo e autore di vari libri su postumanesimo e antispecismo.  Il pensiero di Caffo è ricco di riflessioni sulla questione climatica, e a suo parere solo una trasformazione radicale della società capitalista salverà la nostra specie dal tracollo.

Si tratta di una prospettiva che non invoglia di certo a riprodursi, “ma talvolta la vita reale scompagina le nostre convinzioni e se ne fotte. È successo tante volte con cose brutte, almeno questa volta l'antitesi alla mia tesi ha il sorriso di mia figlia.” Nei giorni in cui l’Italia toccava il picco dei decessi per via dell’epidemia di coronavirus, infatti, nasceva sua figlia Morgana. “È arrivata all'improvviso, non l'abbiamo cercata,” mi dice. “È lei che ha cercato noi, e ne siamo felici.”

In un suo libro di qualche anno fa, Caffo ha scritto che quando una nicchia ecologica entra in crisi—magari per esaurimento delle risorse—talvolta una specie muta i propri comportamenti per sopravvivere; e pur restando identica nell’aspetto, si avvia a diventare una specie biologicamente diversa. Secondo lui, ciò sta già accadendo oggi all’Homo Sapiens. Chi sceglie un regime alimentare vegetariano, abbandona le città e si avvicina a uno stile di vita più contadino non esprime solo un diverso paradigma culturale, ma un cambiamento di specie.

“L’Homo Sapiens e questa nuova specie, chiamata postumano contemporaneo, coesistono ignorando di essere diverse: solo nel futuro le vedremo gradualmente distanziarsi,” spiega Caffo. Per il resto, mi racconta che si sta già documentando sulla presenza di asili che insegnano a coltivare, a farsi da mangiare e a riconoscere piante, sul modello del progetto Casa Sulà in Costa Rica. In altre parole, vuole preparare sua figlia a diventare una “postumana.”

La seconda coppia con cui mi confronto è formata da Francesca, ostetrica, e Giovanni, ingegnere. Tutti e due sono molto impegnati nell’attivismo ambientale; Giovanni fa anche il divulgatore climatico, e quest’anno ha partecipato a una riuscita azione di protesta in occasione del Forum di Davos.

Francesca mi spiega così la nascita della figlia, due anni fa: “A 25 anni il desiderio di maternità, già subdolamente presente in me, è divampato. Un anno dopo la mia laurea è nata Nora. So di aver portato la vita in un mondo che non promette bene, ma credo che il desiderio di fare figli sia intrinsecamente egoistico: lei è stata concepita per completare me, ma da quando è nata passo ogni giorno lavorando alla sua felicità.”

Malgrado le loro paure, Giovanni e Francesca sono ragionevolmente ottimisti sul futuro. Tutto nasce dalla sensazione di essere già in transizione verso uno stile di vita adatto a resistere al collasso climatico. “Abbiamo rigettato l’idea di essere expat in cerca di fortuna, senza tempo libero e frullati dal jetlag per ricollegarsi ai familiari per le feste,” racconta Giovanni. Ora vivono in provincia di Novara tra orto, galline, arnie e pannelli solari, e affermano di aver ridotto le loro emissioni del 70 percento in due anni.

Sono convinti che—se certe politiche climatiche verranno estese globalmente e si riuscirà a rendere accettabile una vita più semplice, lenta e decarbonizzata—le prospettive per i nostri figli saranno comunque accettabili, nonostante il peggioramento inevitabile degli equilibri climatici.  Per Giovanni il telelavoro potrebbe avere implicazioni sociali e ambientali molto ampie: “oltre a migliorare la qualità della vita di migliaia di pendolari, molti sceglierebbero di vivere in campagna o in zone in via di spopolamento, piuttosto che in città con affitti alle stelle.”

L’ultima coppia che sento è quella composta da Lucia e Lorenzo. Entrambi sono liguri: lui è musicista, mentre lei è una traduttrice editoriale—oltre che una blogger zero waste. Nel 2018 hanno adottato un figlio che ora ha due anni, e pensano di fare lo stesso con un secondo. Per Lucia è ragionevole riflettere e dibattere sulla sostenibilità di avere dei figli, “specialmente in Occidente, visto che l’impronta ecologica di un cittadino europeo o nordamericano è decisamente maggiore di quella nei paesi in via di sviluppo.”

Il tema è delicato e può essere usato per affermare l’esatto opposto; lo scrittore George Monbiot ha notato che la colpa dei problemi ambientali planetari viene imputata sempre più frequentemente al tasso di natalità di alcuni paesi in via di sviluppo—una pericolosa convergenza tra ecologia ed estrema destra alimentata da paranoie sulla sostituzione etnica.

La scuola di pensiero “fare figli inquina” ha anche costretto le ideatrici del movimento “Birthstrike” a interrompere la loro attività. La community online era stata creata per dare voce a chi non se la sente di essere genitore in un pianeta devastato, ma la discussione del gruppo era stata dirottata da chi si concentrava sul controllo della popolazione mondiale, nonostante il manifesto originario affermasse chiaramente che il vero problema del pianeta non è il sovrappopolamento, ma un sistema economico consumista che costringe i cittadini a vivere in modo poco sostenibile.

Lucia prova a non cedere al nichilismo e sente la necessità di concentrarsi su ciò che può offrire un margine di speranza nel futuro, “d’altronde gli scenari descritti dagli scienziati non sono inevitabili, si avvereranno o meno a seconda delle decisioni prese nei prossimi dieci anni.”

Nel suo atteggiamento un po’ mi ci ritrovo, ma sono consapevole che in fondo la nostra è una strategia di autoconservazione; secondo la psicoanalista e scrittrice Anouchka Grouse, davanti alla crisi climatica ci troviamo costretti a scegliere tra un ottimismo che ci può fare apparire incoscienti e autodistruttivi, o un ansioso pessimismo che porta a prepararsi preventivamente alla catastrofe. “È da pazzi mettersi in lutto per qualcosa prima ancora di averlo perso?”, si chiede Grouse.

Decidere di non avere figli per via della crisi climatica, o di averli nonostante la crisi, sembrano entrambe scelte radicali e altrettanto valide. L’unica cosa certa è che questo dibattito certifica definitivamente il fallimento della politica: non trovando risposte sistemiche dai governi, sempre più cittadini sentono il dovere di caricarsi le sorti del pianeta sulle spalle e risolvere il problema primariamente attraverso scelte individuali. Al punto che anche anche la propria vita riproduttiva è diventata una questione esistenziale e ambientale.

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