TY1 Djungle intervista
Tutte le foto per concessione dell'intervistato

'Djungle' di TY1 non è solo un producer album, è un romanzo

Abbiamo intervistato TY1 per parlare del ruolo del DJ/producer nella storia del rap italiano, di 'Djungle' e di crescere in un quartiere difficile.
ST
Terracina, IT
7.5.21

Mi piace pensare alla storia del DJ Gianluca Cranco come a quella di un supereroe che, grazie al suo più grande superpotere, la musica, e in particolare grazie alle tecniche del turntablism e del beatmaking (questa soprattutto), si fa conoscere in giro per l'Italia come TY1.

Prima del producer album Djungle, fuori dal 7 maggio 2021, l'artista salernitano ha fatto una lunga gavetta, accompagnando tra club e festival, con i suoi DJ set, vari top player del rap italiano, da Ernia a Guè Pequeno, da Clementino a Marracash. Per quest’ultimo ha anche firmato la produzione dei brani “Non sono Marra” e “Quelli che non pensano” sul capolavoro Persona.

Nel progetto Djungle, oltre ai migliori nomi della scena italiana, si trovano anche i sudamericani Pablo Chill-E e MC Buzzz e il francese Dosseh. Allo stesso modo, anche le influenze sui beat spaziano molto, tra vecchia e nuova scuola, ritmi afro-latini e atmosfere da club.

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Ho contattato TY1 al telefono dopo la conferenza stampa del disco. Mi ha raccontato la storia italiana dei producer album, le esperienze che lo hanno formato professionalmente in questi anni, la collaborazione con gli artisti presenti nel disco.

TY1 Djungle intervista

La copertina di Djungle, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Noisey: Chi era TY1 prima di Djungle?
TY1:
Ho sempre spaziato musicalmente. Prima di questo disco ce n'è stato un altro dal timbro elettropop (Hardship, che è del 2016, N.d.R.); aveva un sound più anni Ottanta, di cui sono grande fan. A questo progetto avevano partecipato artisti italiani e internazionali, i brani erano tutti in lingua inglese.

Non suonando dal vivo durante il periodo del lockdown, ho prodotto più del solito—non che prima non lo facessi, anzi; ma la circostanza mi ha permesso di crescere tanto con questo progetto, perché ero più concentrato sugli obiettivi che volevo raggiungere. Con Djungle ho voluto realizzare un disco dal tiro hip-hop, un ritorno alle origini.

Djungle è la bandierina che ho voluto mettere, come a dire: “Io e la mia musica esistiamo.”

Ci trovi pezzi con dei break di stampo più classico, vedi “Adesso” con Massimo Pericolo o la stessa intro “Djungle” con Marracash, Taxi B e Paky. E c’è una traccia che già dal titolo ti fa capire cosa volevamo fare: “Novanta” con Jake La Furia e Samurai Jay. Ma il disco è contaminato anche dalle influenze afro e rock. In “Fantasmi” c'è un richiamo in chiave trap, il brano con Myss Keta ha quel sound uptempo da club. Nel disco c'è tutto l'amore per ciò che ascoltavo e che continuo ad ascoltare oggi.

Per cui ti rispondo così: che c'è stato un periodo transitorio, io non volevo soltanto fare produzioni e remix, ma realizzare un vero e proprio disco di canzoni. Djungle è la bandierina che ho voluto mettere, come a dire: “Io e la mia musica esistiamo.”

TY1 Djungle intervista

Da Robe grosse di Big Fish a Djungle: come si è sviluppato il circuito urban circa la creazione dei producer album in Italia?
C'è stato Thori e Rocce di Shablo e Don Joe, Fritz da Cat, Deleterio ai tempi. Da poco The Night Skinny con Mattoni e Mace con OBE. Ce ne sono stati molti negli ultimi anni, bisogna dire.

Il producer album è interessante come concetto, proprio perché ti permette di stabilire una connessione tra beatmaker e artista, o più artisti che magari insieme non avrebbero mai pensato di collaborare. Da producer mi piace vestire il ruolo di direttore artistico: il compito non si deve limitare a realizzare la strumentale, ma un producer dev'essere in grado di coinvolgere gli artisti e abbinare delle combo per i featuring. Ci vuole una certa affinità nel fare entrambe le cose.

I live sono fondamentali per la crescita artistica di ognuno, una vita senza live non ha senso.

Questo è accaduto in “Fantasmi” con Marracash e Geolier: avevo girato loro la strumentale, poco dopo mi hanno consegnato le strofe. E, incredibile, loro due non si erano sentiti! Da qui è nato un pezzo che è destinato a diventare un piccolo classico, che ascolteremo tranquillamente anche tra dieci anni. 

Quanto ha influito la tua esperienza da DJ in tour?
Moltissimo. Negli anni lego sempre di più con gli artisti che accompagno. Con Marracash sono stato anche in vacanza, siamo molto amici. Ci sono stati tanti dischi con Clementino. Quando sei in tour ti arricchisce tutto, perché traduci le esperienze in nuove sonorità. La maturità artistica e umana in quel senso conta tanto. I live sono fondamentali per la crescita artistica di ognuno, una vita senza live non ha senso. Registrare album va bene, ma prima o poi devi suonarli e farli conoscere; perché la musica è della gente che si diverte a ballare e a cantare i tuoi pezzi. Nei club e nei festival è la stessa cosa.

TY1 Djungle intervista

Come sei arrivato a collaborare con le nuove leve del rap internazionale?
Pablo Chill-E l'ho conosciuto tramite un mio amico che lavora per lui, e lo ringrazio perché mi ha avvicinato ad altri artisti giovani provenienti da tutto il mondo. Dosseh uguale.

Con Gué Pequeno e Capo Plaza volevamo un terzo nome che fosse dell'America Latina – visto il sound latineggiante ed esotico. Pablo Chill-E era perfetto per noi. MC Buzzz l'ho contattato io, ero rimasto stregato da un suo pezzo. Mi ha stupito vedere un giovane lanciarsi con così entusiasmo nel mio progetto. Pazzesco! La combinazione con Vettosi, quindi San Paolo (Brasile) e Napoli, ha fatto il resto. 

La tua realtà ti contamina tanto, soprattutto se è così forte. Ti trasforma un ragazzo dalla bravura immensa. Vedi Vettosi e Geolier.

Chi è Vettosi?

Vettosi ci ha raccontato quanto sia stato fondamentale il tuo lavoro di scouting, incoronato con la sua presenza nel mixtape di Guè Pequeno.
Cosa ti ha colpito di questo ragazzo di Secondigliano?
Me lo aveva segnalato il mio manager Ciro Buccolieri (Thaurus), dicendomi che c'era un ragazzo molto forte di Napoli. Avevo questo brano tra le mani con MC Buzzz, ce lo vedevo bene; Vettosi si è dimostrato super motivato della proposta. Quando l’ho fatto sentire a Guè, lui mi ha risposto: “Lo voglio nel mixtape.” Così è andata.

Vettosi ha una voce scurissima, nonostante sia molto giovane. Un talento puro. Se senti Geolier è uguale: dall'attitudine pensi che abbiano cinquant'anni. Entrambi provengono da un quartiere in cui ti viene insegnato come si vive sul serio. Non è affatto semplice. La tua realtà ti contamina tanto, soprattutto se è così forte. Ti trasforma un ragazzo dalla bravura immensa. Vedi Vettosi e Geolier.  

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In conferenza stampa hai definito l'album “un romanzo urban fantasy.” Ti andrebbe di spiegarmi meglio questo concetto?
Si vede già dalla copertina: un bambino che vive una realtà difficile, urbana, in un contesto sociale da cui può riscattarsi, come riescono a fare tanti altri ragazzi con la musica, nonostante provengano da ambienti ostili. Le immagini che vede sono come dei cartoni animati, belle, affascinanti, perché sente che può farcela con la sua arte.

C'è stato un momento in cui la sinergia tra producer e rapper è decollata del tutto?
Diversi brani sono nati subito, per altri ancora c'è voluto più tempo (anche causa Covid-19). 

Tra le esperienze più magiche ricordo quella con Noyz Narcos e Speranza: andare in studio con loro è stato produttivo. Loro due non si erano sentiti mai prima di allora: ha registrato prima Noyz, subito dopo è entrato Speranza. Il beat, incredibile ma vero, è rimasto di quella lunghezza. Le strofe che avevano scritto ci sono entrate nude e crude. Una volta usciti avevamo il pezzo pronto. Era destino. Il brano doveva nascere così.

TY1 Djungle intervista

E che scambio ci deve essere tra producer e artista emergente?
Una fitta collaborazione. Per esempio, mi confronto spesso con Touché.
Non bisogna mai imporre il proprio pensiero, e questo si è visto con lui; nonostante io abbia più esperienza, lui è propositivo, mi dice sempre la sua e manda continuamente proposte. Touché, come tanti altri presenti nel disco, può trasmettere un punto di vista fresco, differente dal tuo, cosa che considero essenziale. 

Guardi a 360° a tutta la scena nazionale del rap. Ci sono realtà locali che catturano la tua attenzione in particolare?
Molti li trovi nel disco. Penso alla scuola romana Lovegang 126 con Ketama126 e Pretty, insieme hanno tirato su un pezzone come “Lattina”. I ragazzi della FSK mi piacciono molto. La scuola napoletana è incredibile. A Salerno non ne abbiamo molti: c'è stato Rocco Hunt, Capo Plaza, ma speriamo ne escano altri a breve.

Conta molto il disegno e l'approccio grafico nell'artwork del progetto. Se “Djungle” fosse un fumetto, quale sarebbe?
Da ragazzino ne ho letti tantissimi. In generale ti direi il mondo orientale e quello dei manga soprattutto. L'artwork è nato spontaneamente dalle mani di Gianfranco Villegas, l'uomo dietro alla copertina con il bambino dai capelli rasati e con il mio marchio sulla nuca. Successivamente ha aggiunto gli animali colorati, mentre Marco Locati ed Emanuele amato hanno realizzato le bellissime tavole contenute nel CD box speciale.

Quale direzione artistica prenderà TY1 dopo l'uscita di
Djungle?
Continuo a produrre tanto, mi lascio andare dal momento, non sono mai stato un programmatore. Chissà se i pezzi resteranno nell'hard disk, o tra qualche mese li sentiremo con altri ospiti nell’edizione Deluxe. Per ora mi godo l'uscita di Djungle.

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