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Luigi Di Maio ha lasciato la guida del M5S, ma non se n'è accorto quasi nessuno

Di Maio è riuscito a rendere irrilevante il Movimento pur stando al governo—e questa, in fondo, non era un’impresa alla portata di chiunque.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
23 gennaio 2020, 9:44am
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Luigi Di Maio, ai bei tempi delle trattative per il governo con Matteo Salvini. Foto via Presidenza della Repubblica/Wikimedia Commons.

A leggere il Blog delle Stelle o i gruppi di sostenitori su Facebook (sì, esistono ancora), uno potrebbe convincersi che per il Movimento Cinque Stelle le cose stiano procedendo a gonfie vele.

Il partito ha ancora la maggioranza relativa in Parlamento, è al governo da due anni ed esprime ministri di peso—tra cui il Presidente del Consiglio—e ha portato a casa riforme importanti come il reddito di cittadinanza e il taglio dei parlamentari. In altre parole, si considera l’ago della bilancia della politica italiana e chi dice il contrario è un volgare spacciatore di fake news.

È una lettura che ci sta, per carità; nessuna propaganda enfatizza gli aspetti negativi. Peccato che la realtà suggerisca altro—tipo che sta andando tutto a rotoli.

In appena due anni il M5S ha dimezzato i suoi consensi, preso batoste elettorali, fatto terra bruciata attorno a sé a livello europeo e perso oltre una trentina di parlamentari (la metà dei quali solo nelle prime due settimane del 2020).

Dentro e fuori il Movimento, la responsabilità di questo disastro è attribuita a una persona in particolare: il capo politico Luigi Di Maio. Il quale, solo qualche giorno fa, diceva di essere “stanco” delle “pugnalate” alle spalle. Tant’è che diverse testate avevano ipotizzato le sue dimissioni dalla guida del M5S—ma non dal M5S stesso o dal ministero degli Esteri. Alla fine, quelle dimissioni sono arrivate.

“Ho portato a termine il mio compito,” ha detto Di Maio al tempio di Adriano a Roma. “È giunto il momento di rifondarsi. Oggi si chiude un'era.” Ma che era è stata? Cosa c’è da rifondare? E soprattutto: come ha fatto Di Maio a passare, nell’arco di un periodo relativamente breve, dall’essere una figura di spicco della “Terza Repubblica” ad un politico meno notiziabile di una tigre che si libera da un circo in Sudafrica?

Per iniziare a capirlo, bisogna partire dal fatto che l’intera parabola del 33enne di Pomigliano d’Arco è legata a doppio filo con l’ambizione governista del M5S.

Se Di Battista incarna l’anima movimentista, e deve dunque tenere accesa la fiamma anti-sistemica delle origini, Di Maio rappresenta quella istituzionale. È lui, infatti, a masticare il politichese; a fare da mediatore con vari gruppi di potere; a sapersi muovere nelle trame parlamentari; e a prendere in mano l’organizzazione interna del partito, soprattutto dopo il “passo di lato” di Beppe Grillo.

L’elezione a “capo politico,” arrivata nel settembre del 2017 e ratificata dall’82 percento dei votanti su Rousseau, ha coronato la sua ascesa e fissato un obiettivo molto ambizioso: portare il M5S al vertice della politica italiana. Cosa che si è effettivamente verificata alle elezioni parlamentari del 2018, quando il partito ha raggiunto il 33 percento, il suo massimo storico.

Col sennò di poi, tuttavia, è la cosa peggiore che potesse accadere. Le trattative per la formazione del governo sono state più convulse e insensate dell’ultima stagione di Game of Thrones, e Di Maio è addirittura arrivato a minacciare lo stato d’accusa contro Sergio Mattarella perché stava bloccando il suo sogno: fare il governo insieme alla Lega. Alla fine, come sappiamo, ce l’ha fatta. Ma le cose non sono andate come se le aspettavano.

Mentre Salvini dettava militarmente l’agenda mediatica del paese e rosicchiava punti nei sondaggi, i Cinque Stelle si facevano contagiare da una forma particolarmente acuta di sindrome di Stoccolma e avviavano uno spettacolare processo di autocombustione politica.

La lista è parecchio lunga, ma vale la pena citare le giravolte più significative: quelle su F-35, Ilva, Tap, banche, voto di fiducia, autorizzazione a procedere (il salvataggio dell’ex ministro dell’interno sul caso Diciotti). Nemmeno la regola aurea dei due mandati è stata risparmiata, almeno a livello locale.

Uno dopo l’altro, insomma, il M5S ha smantellato i suoi principi cardine—quelli che, in sostanza, l’avevano portato al 33 percento in appena nove anni di vita. Coprendosi inoltre di ridicolo con un annuncio più roboante dell’altro, su cui svettano “l’abolizione della povertà” proclamata dal balcone di Palazzo Chigi e la presentazione della prima card per il reddito di cittadinanza dentro una teca di vetro.

La profonda crisi valoriale, unita alle difficoltà di dover governare insieme a uno che vuole farti le scarpe, ha inevitabilmente avuto un impatto sulle performance elettorali sul territorio. Nel senso che, sotto la leadership di Di Maio, ogni tornata è finita in un bagno di sangue. Il risultato più drammatico è stato senza ombra di dubbio quello delle Europee di maggio 2019—Lega al 34 percento, e M5S in picchiata libera al 17—che di fatto ha decretato la fine dell’esperimento gialloverde.

C’è da dire che Di Maio ha fatto di tutto per convincere Salvini a restare al governo. E fino all’ultimo è rimasto aggrappato al mantra “lavoriamo bene con la Lega,” intimamente convinto che dell’altro vicepremier ci si poteva fidare. Invece, il tradimento si è consumato lo scorso agosto, con la richiesta di “pieni poteri” di Salvini direttamente dal Papeete di Milano Marittima.

Come riporta un retroscena del Corriere della Sera, Di Maio avrebbe voluto andare subito al voto. Da un lato per “consolidare i consensi rimasti,” e dall’altro per avviare un processo di rinnovamento interno. Grillo e Davide Casaleggio—che la vedevano come una mossa ostile per scalare il Movimento—hanno deciso altrimenti, costringendolo a farsi andare bene il governo con il Partito Democratico (l’odiato “partito di Bibbiano”) e puntando su Giuseppe Conte come garante dell’alleanza con il centrosinistra.

Il resto è storia recentissima. Da una posizione più defilata rispetto all’esperienza del governo gialloverde, Di Maio ha continuato a incassare sconfitte—tra cui la débâcle delle regionali in Umbria (appena il 7 percento) e persino un voto contrario degli iscritti su Rousseau—e a perdere progressivamente il controllo dei gruppi parlamentari, che secondo Il Fatto Quotidiano ormai sono “divisi in gruppetti” e “agitati da rancori vecchi e nuovi.”

Per cercare di recuperare terreno, l’ex vicepremier ha pensato di dare una nuova struttura al M5S lanciando gli “Stati generali” (previsti per marzo 2020) e introducendo i cosiddetti “facilitatori regionali”—una lista di persone da votare sulla piattaforma di Casaleggio, e scelte poi dal capo (cioè lui).

Ma nemmeno questa mossa ha sortito effetti. Al contrario: all’inizio di gennaio, un gruppo di senatori ha rilasciato un documento piuttosto duro in cui contestano l’“indirizzo politico” troppo ondivago, chiedono un “organismo collegiale democraticamente eletto” al posto del “capo politico,” esigono la fine dei “doppi ruoli” e descrivono Rousseau come un “corpo estraneo.”

Le dimissioni di Di Maio, insomma, erano solo una questione di tempo; e se sono arrivate adesso è anche, banalmente, per non finire nuovamente sulla graticola in vista della prevedibile disfatta elettorale in Emilia-Romagna. Al momento il reggente pro-tempore del M5S è Vito Crimi (quello del complotto dei “piedini sporchi”), ma gli scenari sono quanto meno incerti. Giuseppe Conte si è detto “dispiaciuto” della scelta, aggiungendo che “non avrà ripercussioni sulla tenuta del governo.” Come a dire: grazie di tutto, eh, chiudi la porta, se vuoi fatti sentire quando arrivi.

Di sicuro, come ha detto il politologo Mauro Calise su La Stampa, Di Maio è rimasto schiacciato da un carico di responsabilità “che nemmeno Sisifo avrebbero sopportato”—figuriamoci un “neofita” poco più che trentenne—scazzando completamente il difficile processo di transizione istituzionale del M5S. Ma del resto, ricorda Piergiorgio Corbetta, “la storia è piena di lezioni impartite ai movimenti populisti una volta che sono saliti al potere.”

Nella sua incompetenza, tuttavia, almeno una cosa l’ha fatta: è riuscito a trasformare il partito che voleva aprire il Parlamento come “una scatoletta di tonno” in una specie di Democrazia Cristiana nella sua fase terminale. E questa, in fondo, non è un’impresa alla portata di chiunque.

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