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Coronavirus

L'importanza di una casa: romanticizzare la quarantena è un privilegio di classe

Meno luce e meno metri quadri ci sono in una casa, più grande è la paura. Paura per il genitore che deve continuare a prendere i mezzi per andare in fabbrica.

di Ana Iris Simón; traduzione di Carlo Casentini
20 marzo 2020, 8:57am

Foto via Twitter/arturoayala_4. Grafica VICE.

In questi giorni in cui quasi tutti passiamo molto più tempo su Instagram, vi sarà capitato di vedere influencer, personaggi famosi o sportivi fare dirette e stories dalle loro case in cui raccontano come stanno affrontando la quarantena. In Spagna, dove vivo, hanno avuto abbastanza eco i video di due calciatori, Rafael van der Vaart e Jesé Rodriguez.

In un’altra situazione vedere due calciatori nel loro ambiente naturale—aerei privati con sedili color crema, appartamenti con tavoli in marmo, piscine sul tetto e frigoriferi a otto sportelli—non avrebbe causato tutto questo trambusto. I ricchi fanno cose e hanno case da ricchi, lo sapevamo.

Ma questa quarantena ci sta facendo rendere conto, tra le altre cose, che le classi sociali, oltre ad esistere, fanno la differenza; che non è la stessa cosa trascorrerla in ville di lusso con giardini enormi o in appartamenti minuscoli in case popolari. Che c’è chi la trascorre in strada. “Romanticizzare la quarantena è privilegio di classe,” recitava un cartello appeso a un balcone molto condiviso in questi giorni. E lo è.

È paradossale che proprio quando ci vediamo obbligati a isolarci ci rendiamo conto che ciò che dice il meme è vero: VIVIAMO IN UNA SOCIETÀ. In una società liberale e capitalista, più precisamente. E ce ne rendiamo conto perché la strada ci livella. Quando ci chiudiamo alle spalle la porta di casa e usciamo sembriamo, in un modo o nell’altro, tutti uguali. Facciamo più o meno le stesse cose, indossiamo più o meno gli stessi vestiti, parliamo più o meno delle stesse serie tv.

Ma le videochiamate e le stories Instagram ci stanno rendendo consapevoli come mai prima dell'importanza di una casa. Di come le differenze di classe diventano molto più evidenti tramite la luce che entra dalle finestre, le librerie e i frigo più o meno pieni, i metri quadrati, la tinteggiatura delle pareti e persino le posate.

Sono passati 28 anni da quando sono nata e fino ad oggi ho vissuto in 13 case. Dodici traslochi, ognuno per una ragione diversa. Ho avuto stanze con balcone e villette con giardino e ho condiviso la camera con mio fratello e i miei genitori quando, dopo il loro divorzio, abbiamo dovuto imparare a vivere separati e con la metà dei soldi. Ma non avevo mai pensato quanto ora all’importanza di una casa, di un tetto, e che niente rispecchia altrettanto da dove veniamo e chi siamo, né quanto è allineata la nostra dentatura né il nostro modo di parlare o di vestire.

È già passata una settimana da quando mi sono messa in quarantena nel mio appartamento condiviso a Madrid, con due bagni e stanze abbastanza grandi. E da allora non ho smesso di pensare alla mia famiglia e ai miei amici, se stanno bene o no e, molto spesso, alle loro case. Penso a mia madre e il suo appartamento al piano terra con affaccio interno, a mio padre che si fuma le sigarette in balcone parlando con la dirimpettaia e a mio nonno nel suo cortile pieno di fiori che bestemmia perché gli hanno chiuso il circolo. Penso a Cynthia, che convive con il suo ragazzo in un monolocale da 800 euro e a mia cugina Marta e a Sara, che hanno una terrazza quasi più grande del suo appartamento.

Domenica un amico mi ha mandato una foto nella quale apparivano lui e sua sorella nel giardino con piscina della sua casa di famiglia a nord di Madrid, mentre facevano un po' di movimento sopra due tappetini. E mi sono ricordata della videochiamata che avevo fatto dieci minuti prima con altri amici per fare cardio e di Cynthia a casa sua, che affaccia su un cortile ed è di quelle in cui l'unico spazio libero per fare gli addominali è tra il divano e il tavolo, che hanno comprato pieghevole apposta per poter vedere la televisione che altrimenti rimarrebbe nascosta. Mi sono ricordata anche di quando nel 2008 hanno licenziato suo padre dal bar in cui lavorava. E del giorno in cui mi ha detto che in 18 anni di vita si era preoccupata per il denaro più di quanto faccia molta gente in tutta la sua vita. Ed era vero.

In questa quarantena ci stiamo rendendo conto dell’importanza di una casa, di un tetto, per la differenza che comporta passare un mese chiuso in 40 metri quadri e in 100. Stiamo prendendo coscienza di quanto ci segnano e a volte ci riflettono le pareti tra le quali viviamo. E stiamo iniziando a renderci conto anche che c’è una relazione inversamente proporzionale tra la luce, i metri quadrati e la paura in questi giorni. Meno luce e meno metri quadri ci sono in una casa, più grande è la paura. Paura per il genitore che deve continuare a prendere i mezzi per andare in fabbrica o a fare la guardia all'entrata del supermercato. Paura per la cifra che mostrerà il conto in banca quando tutto questo sarà finito.

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