Il rap italiano aveva bisogno della follia di Pufuleti

Se anche voi non ne potete più delle rime scontate sul cash, sappiate che c'è chi ancora sperimenta fregandosene di più o meno tutto—e oggi ha fatto uscire un nuovo, bellissimo disco.
Daniele Ferriero
Milan, IT
pufuleti
Tutte le fotografie compaiono per gentile concessione de La Tempesta

L’industria musicale infila tutti i giorni nel suo sistema produttivo ogni centimetro quadrato disponibile, mangiandosi chiunque le serva. Se accumuli le dovute centinaia o migliaia di views su Instagram e TikTok—e non per forza gli ascolti in senso stretto, via SoundCloud, Spotify o YouTube—puoi finire in cima alla lista dei vincenti in un soffio, e trovare da un giorno all’altro sul tuo tavolo un contratto d’oro, da firmare però col sangue.

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È il tipo di patto che un tempo qualche moralista avrebbe definito demoniaco, con il quale ci si vende l’anima per qualche moneta e un quindici minuti di visibilità. Ma il problema non è per niente nel meccanismo in sé quanto nel fatto che dà vita a un orizzonte molto distorto, dove di fatto conviene inseguire il suono che va per la maggiore, nonché la musica più accomodante e “semplice”.

Pufuleti Catarsi Aiwa Maxibon

La copertina di Catarsi Aiwa Maxibon di Pufuleti, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Per fortuna, di tutto questo, Pufuleti non vuole saperne un cazzo. Nato in Sicilia, trasferitosi da giovanissimo in Germania, Giuseppe Licata ha avuto l’intelligenza di sviluppare un lessico che non ha uguali nella scena, è l’originalità fatta musica: un miscuglio assurdo e allucinato di dialetti, linguaggi, stimoli e referenti culturali, che gli ha permesso prima di arrivare allo status di culto in Germania, con il nome Joe Space, e poi di approdare di nuovo in Italia per trasformarsi in Pufuleti, appunto, grazie tra gli altri alla spinta ulteriore del collettivo artistico romano Misto Mame e alla forza dei suoi video sghembi e stralunati.

Tumbulata è stato uno degli album che più ci siamo ascoltati nel 2019, da queste parti, vicino all’eccezionalità di meraviglie stravolte dalla vita e dimenticate quali Aesop Rock e gli artisti dell’etichetta anticon, magari ripassati al filtro dei Cypress Hill e, perché no, un po' di italianissimi Uochi Toki. Visto che rispetto al resto della scena italiana Pufuleti è un vero e proprio alieno, uno che se ne frega di barriere, limiti e generi e preferisce soltanto immergersi nella costruzione del suo immaginario, attendevamo decisamente irrequieti il suo nuovo parto, arrivato come il bad trip che non ti aspetti a sventrare i tuoi neuroni.

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Rispetto al resto della scena italiana Pufuleti è un vero e proprio alieno, uno che se ne frega di barriere, limiti e generi.

Catarsi Aiwa Maxibon esce per La Tempesta e Legno proprio oggi, e si rivela forse ancora più particolare e fuori dagli sche(r)mi rispetto all’album precedente, tanto che sin dall’inizio appare chiaramente inutile o, peggio ancora, controproducente, stare lì a cercare i significati dei suoi brani e piluccare le interpretazioni dei testi. La musica basta a se stessa e si affida a barre che hanno il sapore della poesia, di quella alta e sperimentale, ma imbastardita con la materia più bassa e quotidiana, di un T. S. Eliot che passa le notti a fumarsi l’inverosimile mentre in televisione e nel cervello scorrono le repliche di Italia 7 Gold, la Mediaset anni Novanta e tutte le carrellate di telemarketing possibile e immaginabile, con riferimenti storti a Bruno Vespa e Toto Cutugno, Alessandra Mussolini, Maurizio Costanzo e Lupin.

Tutti nomi che ci ricordano quanto, presi insieme, questi programmi e palinsesti televisivi e culturali fossero in effetti del tutto fuori di testa e possano aver influito sul nostro stesso immaginario personale in una maniera strana e inquietante, soprattutto a furia di guardarli nei momenti precedenti al sonno “con la tv accesa su un canale morto”, e se pensiamo all’arrivo e all’impatto successivo di internet nelle nostre vite, capiamo come siamo arrivati a vaporwave, a e s t h e t i c, Oneohtrix Point Never, The Caretaker e quel marasma di generi musicali che sono usciti negli ultimi vent’anni. Pufuleti, però, non vuole saperne un cazzo nemmeno di questo o, senza esagerare, quantomeno molto poco.

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Pufuleti

Se è vero infatti che i materiali culturali che compongono la sua esperienza hanno finito per influenzare a dovere la sua musica, tanto da arricchirla di una bizzarria non catalogabile, è vero anche che l’indizio più importante sul mondo marcio e storto di Pufuleti è la fierezza e consapevolezza della sua complessità linguistica: un miscuglio impagabile e sgangherato di italiano e dialetto siciliano, comprensivo del fondamentale tedesco, ma anche del francese e dell’inglese, così come di slang, citazioni, e folli improvvisazioni semantiche totali, con rime quali “Assaggia il limone / Minchia quant’è buono! / In chiesa Sieg Heil / Papà come si diventa? / Mi tuffo nei prodotti siciliani / Vocabolario siciliano: tribunale, gel, duxtufo, caarnevale”. Un orizzonte di significati e significanti che non solo non ha quasi eguali—per vertigine creativa—nel panorama italiano, ma che soprattutto risulta essere molto più sincero del resto del baraccone rap e trap, più ancorato alle proprie radici, per quanto nomadi, e meno incline a subire il fascino di modelli consumistici, volgari e banali.

Per intenderci, questo significa che il denaro e le “bitches” non dominano i suoi testi, che invece contengono perle di nonsense e irrealtà, anzi surrealtà, quali “Chiamami tramite l’afri.com / Non si lecca dalla parte sbagliata il Maxibon / Fotto solo con quelli più grandi / Strike, ti calmi col cellophan poso come jihadisti su nastri”, oppure “Yesterday was a good day / Ero fatto di alghe / Lei era fatta marmo / Ho fatto l’uomo col fango / Non mi calmo”. Non fraintendete, quindi, come potete vedere non si tratta di mettere in scena un immaginario accomodante o semplice, né di una musica piena di citazioni postmoderne od occhiolini strizzati verso l’ascoltatore, ma di rime ermetiche che devono essere godute come durante una nottata o una vita intera di stranezze, deliri visionari ed eccessi vari.

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Una vertigine creativa che risulta essere molto più sincera del resto del baraccone rap e trap.

Non crediate però che il fascino di questo disco sia tutto qui: il ragazzo ha un flow che la maggior parte dei giocatori sulla scena si sogna, straripante di personalità e potenza evocativa, carisma ed energia palpabile, per quanto onirico e surreale. E ogni volta che sentirete cose quali “Blocchi di tufo / Giri di bici sul balcone / Come la donna giovane mi turba / A casa si mangia bene, all’Al-Jazeera non ci ritorno / A Genova non ci ritorno”, queste si pianteranno nella vostra testa come un sogno stralunato ma fatto con gli occhi spalancati e in pieno giorno.

Un sogno a cui partecipano appieno i beatmaker di C.O.T.A, tra i quali l’ottimo Wun Two già al lavoro in Tumbulata, e la direzione artistica di Lapo Sorride in quota ai già citati Misto Mame, che ha curato anche C.A.M., la fanzine che ha anticipato e accompagnato l’uscita di Catarsi Aiwa Maxibon. Una fanzine che se siete tonti come me probabilmente vi siete persi: piangiamo insieme.

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Proprio i Misto Mame da qualche anno hanno cominciato a introdurre la definizione, piuttosto ampia e adeguatamente generica e spigolosa, di “new weird italia”, un termine che potrebbe accogliere giustamente anche Pufuleti. Quindi, perché non la smettiamo tutti con i soliti noiosi, abituali e paraculi ascolti, e ci ascoltiamo e abbracciamo questa meraviglia di stranezza? Si tratta pur sempre di uno con il coraggio per citare persino Bernardo Tasso.

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