Identità

Il coronavirus ha trasformato la mia relazione in una storia a distanza

In alcuni giorni è importante essere più vicini che in altri.
Vincenzo Ligresti
come raccontato a Vincenzo Ligresti
13 marzo 2020, 10:06am
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Foto Getty Images/PhotoAlto.

“Ho tirato fuori da poco l’ultima lavatrice, c’erano dentro anche i tuoi vestiti, e mi sono domandata quanto tempo passerà prima che succeda di nuovo.” Questo è uno degli ultimi messaggi che ho mandato a Ludovico, il mio ragazzo. A molti sembrerà un po’ romantico, ad altri ridicolo o esagerato, ma in questi giorni ce ne stiamo mandando tanti così.

Ci siamo conosciuti a Padova, dove abitiamo e lavoriamo. Tutto però è cambiato quando, domenica scorsa, la parte del Nord più colpita dal coronavirus è diventata zona arancione e lui è rimasto bloccato a Roma, dove era tornato qualche giorno prima per un weekend lungo dalla famiglia.

Alla prima circolazione della notizia, con quella bozza e tutte le chat di amici che la rilanciavano, ci siamo scambiati messaggi e chiamate nel tentativo di capire la portata del decreto. La confusione ha lasciato presto il posto alla rabbia. "Che idea del cazzo hai avuto a tornare." "Stiamo calmi, mica bloccano tutto." Poi, all'attesa. "Aspettiamo e vediamo che si può fare." "Ma mi spiace lasciarti sola in una situazione così." Infine, dopo l'implementazione di nuove limitazioni, alla rassegnazione.

Nel frattempo infatti le regioni esterne avevano chiesto a chi si fosse spostato dalla zona arancione di mettersi in autoisolamento per due settimane; successivamente, un nuovo decreto ha trasformato tutta l'Italia in zona a rischio—e poche ore dopo sono state prese misure ancora più serie e stringenti. L'idea iniziale di prendere un treno, nonostante la possibilità di tornare al proprio domicilio fosse prevista, era totalmente sfumata.

Ludovico aveva la possibilità di continuare a lavorare a distanza, i genitori erano preoccupati, esporsi a dei rischi o a ulteriore stress sembrava più stupido che altro. Così, lui è lì e io sono qui.

Sembrano trascorsi secoli se mi fermo un attimo a pensarci, ma in realtà soltanto una quindicina di giorni fa tutto era in divenire. Ora sappiamo che il weekend a Roma era più che evitabile, sì, ma sappiamo anche che tutti abbiamo commesso degli errori prima che il quadro prendesse forma—improvvisando un coworking affollato o una festa in casa, per esempio. E credo che le litigate al telefono delle prime ore siano bastate a entrambi.

Però è innegabile che le cose siano cambiate. In pratica, siamo passati dal vederci, complice lo smart working di entrambi, tantissimo—e a fare sesso infrasettimanale con una frequenza mai avuta prima—a non poterci vedere più. Teoricamente, sarà così fino al 3 aprile prossimo. Ma questo senso di incertezza che tutti ci portiamo dietro da un po’, dettato dalla situazione che muta in continuazione, non la rende una data certa nella mia testa.

Ovviamente non siamo due alieni che non hanno mai avuto relazioni a distanza o vissuto situazioni di forte emotività. Né siamo gli unici in questa condizione: negli ultimi giorni ho sentito tante storie di coppie che vivono a poche decine di chilometri di distanza e non possono vedersi. Di persone che avevano iniziato a frequentarsi poco prima delle limitazioni e che ora hanno messo in stand by tutto. Di persone che si sono mollate il giorno prima che tutto questo caos iniziasse e ora si sentono più sole che mai.

Se queste giornate fossero state a pieno ritmo, fossi andata in ufficio, se avessi mantenuto una serratissima routine, probabilmente non avrei vissuto tutto in modo così dilatato. Ma il tempo passa molto più lentamente quando la tua libertà di movimento è limitata e il tuo spazio vitale è ridotto. E avere qualcuno accanto che ti sia di supporto in questi momenti in cui tutto sembra più buio è un lusso (così come essere costretti in poco spazio con un'altra persona violenta, o con cui si ha una relazione tossica è, come molti stanno rilevando, un enorme problema e rischio).

È una situazione particolare, che di certo non ho mai vissuto prima—anche se sono in salute, anche Ludovico lo è e abbiamo tutto ciò che ci serve, e in questo non dobbiamo dimenticarci di quanto siamo privilegiati.

Intanto, visto che per noi questa sorta di rapporto a distanza è nuovo, stiamo trovando poco a poco un equilibrio. Banalmente: non eravamo abituati a comunicare così tanto al telefono o su Whatsapp. Così innanzitutto, per le questioni delicate, come per esempio archiviare le ultime litigate, ci siamo dati al rapporto epistolare, mandandoci delle lunghe mail chiarificatrici. Per quasi tutto il resto ci sentiamo molto spesso su Facetime: facciamo la pausa sigaretta delle undici e trenta, poi ci sentiamo in pausa pranzo, nel pomeriggio e dopo cena.

In un certo senso gli appuntamenti telefonici scandiscono queste giornate, che sto cercando di riempire il più possibile come tutti. Dopo lavoro, per esempio ho iniziato a seguire un corso online di Photoshop, sentire di più gli amici, la mia famiglia e, dato che dopo una giornata davanti a degli schermi non ne posso più, alla sera ho ripreso a tenere un diario. Non ci metto dentro quello che mi succede durante la giornata, è più un modo per svuotarmi e preservare la mia salute mentale. Sto pensando spesso a quanto noi umani ci sappiamo adattare piuttosto velocemente ai cambiamenti, anche se sono grandi e pervasivi.

Per dire, anche ai modi alternativi in cui possiamo fare sesso. Io abito da sola, ma la camera d’infanzia di Ludovico confina con quella del fratello e dei genitori. Così, dato che la situazione attuale prevede che nessuno esca di casa spesso, il sesso un po’ rumoroso in cam è al momento escluso. Però è altrettanto innegabile che ci sia anche molto più tempo per inviare foto e che il sexting classico non imponga dei limiti.

In una vera relazione a distanza queste modalità sono piuttosto usuali e un escamotage per alleggerire il conto alla rovescia per il successivo incontro con il partner; stavolta in più c'è l'incertezza del quando avverrà questo incontro. Non dipende da te, o da lui. Ma, ehi, a tutti quelli che si trovano nella stessa situazione, vorrei dire: ce la faremo.