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Com'è andata davvero l'incredible storia dell'Isola delle Rose

Il film su Netflix il neolaureato Giorgio Rosa fonda la sua 'isola' al largo di Rimini, ma la storia è un po' diversa. Ne abbiamo parlato anche con Graziano Graziani, esperto di micronazioni.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
16.12.20
isola delle rose
A sinistra: foto via Netflix. A destra: l'Isola delle Rose dopo l'inaugurazione, nel 1968. Foto di pubblico dominio via Wikimedia Commons.

Fino agli anni Duemila, quella delle Isole delle Rose era una delle tante stranezze relegate nel dimenticatoio della storia contemporanea italiana.

Per chi non conoscesse la storia, ecco un brevissimo riepilogo. Nel 1968, l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa (scomparso nel 2017) e un ristretto gruppo di persone avevano proclamato l’indipendenza della “Repubblica esperantista dell’Isola delle Rose,” una piattaforma d’acciaio costruita al largo di Rimini, fuori dalle acque territoriali. I lavori erano iniziati qualche anno prima, tra difficoltà burocratiche e i sospetti delle autorità locali.

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La nuova micronazione aveva aperto un bar, si era dotata di un ufficio postale e di appositi francobolli, e stava pensando di emettere una propria moneta (i Mills). Ovviamente, il governo italiano dell’epoca non la prese benissimo: mandò le forze dell’ordine a sgomberare la piattaforma e in seguito la fece esplodere.

A recuperare questa vicenda ci hanno pensato alcune retrospettive—in primis quella di Fabio Vaccarezza su una rivista di filatelia, poi quella del giornalista Graziano Graziani su Carta—oltre che vari siti Internet, un documentario uscito nel 2010 e il romanzo di Walter Veltroni L’isola e le rose del 2012. In questi giorni siamo probabilmente arrivati al picco dell’interesse, grazie all’uscita del film di Sydney Sibilia L’incredibile storia dell’Isola delle Rose su Netflix.

La versione cinematografica narra l’avventura di un geniale inventore che, insieme a un pugno di strani amici, costruisce un mondo utopico per scappare da un’Italia ingessata e bigotta. Ma quanto c’è di vero in questo ritratto? Per capirlo ho fatto una chiacchierata con Graziani, che nel 2008 ha intervistato a lungo Rosa ed è l’autore de L’atlante delle micronazioni—libro di cui abbiamo parlato su VICE qualche anno fa.

VICE: Ciao Graziano. Nel film, il protagonista interpretato da Elio Germano è un neolaureato eccentrico, idealista e visionario. Come prima cosa, dunque, ti chiedo: chi era Giorgio Rosa nella realtà?
Graziano Graziani
: Un personaggio eccentrico lo è stato, vista l’idea che ha avuto e messo in pratica. Tuttavia all’epoca era un professionista di quarant’anni, non un neolaureato. L’intuizione di costruire un’isola in acque internazionali fu sua, ma ne discusse con diversi docenti universitari. Provò anche a realizzarla qualche anno prima, nel 1966, ma in quel caso la piattaforma si ribaltò.

Più che un idealista era una persona molto pratica, che provava una forte insofferenza verso la burocrazia e una diffidenza di fondo nei confronti della politica. L’isola è stata finita nel 1968, l’anno delle contestazioni, eppure è solo un caso; lo stesso Rosa diceva di non aver tempo “per quello cose.” Nella discussione che ho avuto con lui è un tema su cui tornava spesso, utilizzando anche un linguaggio aspro: parlava di “paramassoneria,” ce l’aveva con le “conventicole politiche” e definiva la Chiesa una “setta cattolica.”

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Per usare un lessico moderno, era un “uomo del fare” con punte che oggi chiameremmo di populismo, e che all’epoca erano del tutto originali: l’impresa del singolo uomo non apparteneva per nulla alla cultura dell’Italia negli anni Sessanta.

Al suo culmine, la vita sull’Isola è raffigurata come una sorta di festa infinita e spensieratauna specie di pseudo-comune libertaria. Era davvero così?
Non so dirti se effettivamente ci siano state delle feste di quel tipo; Giorgio Rosa parlò solo di “grandi mangiate.” Per il resto, sull’isola viveva un custode mentre gli altri andavano e venivano, ma non dormivano in mare.

Stando a quello che mi ha detto Rosa, la frequentavano soprattutto le sei persone che formavano questo “governo”—che più che altro era una trovata pubblicitaria per rimarcare la diversità dall’Italia. Così come erano una trovata i francobolli e la moneta (che non venne mai coniata).

Era una specie di teatro, giocato però sull’ambiguità del diritto internazionale. L’intuizione, infatti, era corretta: trovarsi fuori dalle acque territoriali significava anche essere fuori dalla giurisdizione italiana, che però fece valere la propria sovranità con la forza.

A parte qualche accenno al 1968, mi sembra che nel film manchi completamente il contesto politico. Sia quello personale di Rosa, che quello più generale. Che discussione si era sviluppata intorno all’Isola delle Rose?
Una discussione piuttosto strana, con dei rovesciamenti inaspettati. Rosa da giovane aveva militato nella Repubblica Sociale Italiana, tant’è che—anche a ottant’anni—chiamava “terroristi” i partigiani; mi disse di essersi disinteressato della politica dopo la guerra, perché la vedeva come qualcosa di compromesso e sporco.

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Di sicuro era contrario sia alla Democrazia Cristiana (che per lui aveva svenduto l’Italia agli americani) che al Pci (che l’avrebbe svenduta all’Unione Sovietica). I comunisti però finirono per appoggiarlo, soprattutto per andare contro al governo democristiano. Buona parte della autorità riminesi vedeva con favore il suo progetto, dicendo che poteva portare turismo. Nonostante la sua storia giovanile, gli attacchi in Parlamento a Rosa arrivarono dal Movimento Sociale Italiano: osservando un rigoroso sentimento nazionalistico, per i missini era inconcepibile che qualcuno si chiamasse fuori dall’Italia.

Nel nostro incontro, Rosa aveva ribadito che “un po’ come oggi, il cittadino era trattato come uno schiavo.” Per lui, l’essere sottoposti a limitazioni bizantine—quali sono quelle della nostra burocrazia—significava essere ridotti a “schiavi,” cioè impossibilitati a realizzare i propri progetti. Quel piglio individualista, che era marginale all’epoca, adesso è molto più diffuso. Credo che sia questo aspetto a rendere così attuale il personaggio.

L’intento del Rosa fittizio è fortemente utopistico: quello di creare un mondo in cui vivere nella libertà più assoluta. Se stiamo sulla vicenda storica, invece, che obiettivo si era posto l’ingegnere?
Lui ha sempre detto che puntava a creare un’attrazione turistica. I suoi detrattori dicevano che volesse fondare una seconda San Marino per attirare capitali di dubbia origine. Rosa però l’ha sempre negato; disse pure che qualcuno gli consigliò di rivolgersi alla mafia, ipotesi che chiaramente non è mai stata presa in considerazione.

Probabilmente non sapremo mai i veri obiettivi, perché non avevano ancora le idee chiarissime. C’erano piani per alzare la piattaforma fino a cinque piani, ed eventualmente aggiungerne un’altra di fianco. Se fosse andato avanti, ci sarebbero stati anche un albergo e un ristorante; a un certo punto si era parlato addirittura di un casinò. Comunque, creare un’isola artificiale per attirare i turisti era molto in linea con l’intraprendenza del litorale romagnolo.

La diversità dell’iniziativa di Rosa, rispetto a una normale impresa, era data soprattutto da questa grande narrazione, che incarnava la sua idea di essere indipendenti—lui dice “liberi”—in maniera molto pratica. Cioè facendo business senza le limitazioni che avrebbe avuto sul territorio italiano.

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L'Isola delle Rose a costruzione ultimata. Foto di pubblico dominio via Wikimedia Commons.

Quanto è durata l’esperienza dell’Isola delle Rose, diciamo dall’indipendenza allo sgombero?
È durata in tutto 55 giorni. Le autorità salirono sull’isola e portarono via il custode, mettendola sotto sequestro. Indubbiamente ci fu un grande dispiegamento di forze che portò ulteriore pubblicità a questa vicenda.  

Dopodiché ci fu un tentativo di vendere l’isola all’Ordine di Malta, anche se Rosa non era molto d’accordo perché era molto fiero del suo brevetto. Alla fine comunque non se ne fece nulla, e l’isola venne demolita nel 1969.

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A questo proposito, l’ingegnere era molto divertito dal fatto che il governo italiano aveva giustificato lo sgombero con un discorso sulla sicurezza: in pratica, si sosteneva che fosse una piattaforma instabile e pericolosa, che poteva crollare. Invece la dovettero minare più volte per farla affondare. Lo Stato aveva dovuto faticare non poco a tirare giù quello che aveva progettato, e di questo era molto orgoglioso.

Il film si conclude con un’operazione militare, e nei titoli di coda si dice che quella sull’Isola delle Rose è stata “l’unica invasione militare” compiuta dalla Repubblica italiana. È così?
Gli Stati sono delimitazioni di territorio e sovranità del tutto arbitrarie che si consolidano nel tempo. La stessa Italia è esistita in forma disgregata, e si è unita attraverso guerre e trattati politici.

Se riconoscessimo reale la sovranità dell’Isola delle Rose, effettivamente dovremmo dire che è stata un’invasione, perché era fuori dalle acque territoriali e le autorità italiane sono intervenute in quel modo. In realtà, in momenti di pericolo per l’integrità della Stato, quelle famose sei miglia nautiche potevano essere raddoppiate.

Ora, fa un po’ ridere il fatto che l’Isola delle Rose potesse minacciare l’Italia. Chiaramente, l’intento era quello di evitare l’emulazione—cioè che un secondo o un terzo imprenditore si mettesse a costruire piattaforme in giro per l’Adriatico. Inoltre, in quelle stesse zone, sono state fatte delle estrazioni petrolifere: in un certo senso l’Italia ha esasperato la situazione per sfruttare un proprio diritto, quello dello sfruttamento delle risorse naturali nei fondali, che aveva implicazioni più economiche che altro.

A proposito di diritto: sempre nei titoli di coda, si dice che il Consiglio d’Europa implicitamente riconobbe l’indipendenza dell’Isola. Com’è finita la storia dal punto vista di legale?
Il Consiglio d’Europa l’ha riconosciuta implicitamente, ma non vuol dire che l’abbia fatto esplicitamente. Ci sono stati altri tentativi di far riconoscere la legittimità dell’Isola, ad esempio presso il Consiglio di Stato, che non sono andati in porto. Semplicemente non c’è stata una risposta e si è ignorata questa situazione.

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Rosa e gli altri non pensarono mai di difendersi fino in fondo, perché appunto loro stessi erano cittadini italiani con delle attività sul suolo italiano: non volevano rogne. Certo, hanno cercato di salvare quel progetto, ma non a costo della propria professione. Come mi disse Rosa, non è che si sarebbero messi lì a difenderlo con i fucili.

Penso che delle zone d’ombra sulla possibilità di estendere la sovranità in modo arbitrario esistessero, e che Giorgio Rosa (e chi l’ha consigliato) avesse trovato delle argomentazioni molto suggestive. Allo stesso tempo, la sovranità è di diritto ma anche di fatto: per quante battaglie legali avesse potuto fare, non sarebbe mai arrivato a essere uno stato riconosciuto.

E una riprova te lo dà il fatto che Peter Thiel—uno dei più grossi imprenditori di ispirazione libertaria della Silicon Valley—ha studiato il fenomeno delle micronazioni, finanziando anche il progetto di una città galleggiante, per poi abbandonare quella strada: in effetti, i precedenti non sono favorevoli.

Per tornare alla narrazione sulla vicenda dell’Isola delle Rose, esiste una via di mezzo tra un documentario di Rai Storia e un film molto romanzato? Insomma: è possibile una rappresentazione diversa di questa storia?
Di margini per raccontare questa storia ce ne sono sempre—è una storia davvero prismatica. Sono convinto che l’Isola delle Rose abbia intercettato un cambio d’epoca, ma quando è avvenuto non era ancora chiaro: eravamo ancora in un’Italia caratterizzata dai corpi intermedi e dalle esperienze comunitarie, che aderiva a un concetto di progressismo che poi sarebbe franato nei decenni successivi.

Oggi invece ci troviamo in un mondo segnato dalla disgregazione di quegli ideali e di quelle forme di azione collettiva, con centri di potere internazionali sempre più distanti dalla vita dei singoli cittadini, e questi ultimi che reclamano i propri spazi libertà individuale. Giorgio Rosa aveva intercettato qualcosa che ci parlava del futuro—che è il nostro presente—e l’ha fatto in una maniera fantasiosa, bizzarra, ai limiti dell’incoscienza.

Nel catalogo delle eccentricità geografiche che ho scritto (L’atlante delle micronazioni), l’Isola delle Rose è stato sicuramente uno degli esperimenti più visionari, ed è per questo che ci affascina ancora adesso.

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