Kanye West VS le case discografiche: cosa è realmente successo

Ripercorrere il caso di Kanye West può farci capire molto riguardo all'industria discografica e alla musica d'oggi
17.12.20
Kanye West

Sono passati 18 anni da quando Kanye West ha firmato il suo primo contratto discografico con la Roc-A-Fella, l’etichetta indipendente fondata da Jay-Z. Era il lontano 2002, e per quanto West fosse già un rispettato producer, non era ancora né un rapper affermato né tanto meno la star mondiale che sarebbe diventata di lì a poco.

Oggi è opinione diffusa che Kanye West sia stato uno dei musicisti più influenti degli anni 2000, e al di là dei gusti personali è un’artista che ha lasciato un segno non solo nella storia del rap ma anche in quella della musica pop mondiale. È però altrettanto vero che negli ultimi anni si è parlato poco della sua musica e tanto del resto, soprattutto per via delle dichiarazioni provocatorie e di altre vicende personali, dal supporto a Donald Trump alla sua visione religiosa, dalla sua salute mentale fino a un’improbabile candidatura alla presidenza degli Stati Uniti.

C’è una questione di cui si è parlato negli ultimi tempi, al di là delle velleità presidenziali: il rapporto burrascoso di Kanye West con Universal Music Group.

Secondo alcuni, è il segno evidente di una fase calante nella carriera di un artista geniale ma che sembra avere perso la spinta creativa degli anni migliori. In particolare, c’è una questione di cui si è parlato negli ultimi tempi, al di là delle velleità presidenziali: il suo rapporto burrascoso con Universal Music Group, la major discografica che ha acquisito Roc-A-Fella nel 2004 e oggi controlla buona parte della sua discografia.

Tutto è partito qualche tempo fa da una serie di tweet in cui West se la prendeva con l’intera industria musicale, accusandola di “schiavizzare” gli artisti e di derubarli dei loro diritti, concetti poi ribaditi in interviste e in un verso del suo singolo “Nah Nah Nah”. Il tutto è avvenuto con i toni sopra le righe a cui West ci ha abituato da sempre, tra un’evocativa pisciata su uno dei suoi Grammy e la condivisione di pagine e pagine di accordi riservati con Universal.

A prescindere dal fatto che i contratti svelati da Kanye siano o meno particolarmente svantaggiosi per lui (spoiler: non lo sono), il punto che viene sollevato non è per niente banale. In estrema sintesi, sembra che West rivoglia indietro a tutti i costi il pieno controllo dei propri album, e che sia disposto a portare avanti una serrata battaglia legale.

All’origine dello scontro c’è uno degli standard più controversi nell’industria discografica: la proprietà dei master. Di che cosa si tratta? Da un punto di vista strettamente tecnico, i master non sono altro che le registrazioni originali di un brano o di un album.

All’origine dello scontro c’è uno degli standard più controversi nell’industria discografica: la proprietà dei master.

Un tempo erano veri e propri oggetti fisici, le matrici usate per produrre copie di un brano su vinile e più tardi su cassette, oggi invece si tratta semplicemente di file digitali—che oltre ad essere una gran comodità non rischiano di venire distrutti in incendi catastrofici. Quando si parla di proprietà dei master, si intende la possibilità di utilizzare liberamente queste registrazioni, scegliendo se, come e quando pubblicarle, e, non meno importante, di trarne profitti, ad esempio con la vendita di cd e vinili o con i ricavi dalle piattaforme di streaming.

In base ai contratti più comuni, le case discografiche, che investono soldi e risorse per produrre e promuovere un brano o un album, mantengono la proprietà dei master. In cambio l’artista riceve una percentuale sui ricavi e/o una somma di denaro fissa, a seconda degli accordi.

Esistono però anche altri tipi di contratto, oggi sempre più diffusi, che permettono agli artisti di mantenere la proprietà dei master e allo stesso tempo di usufruire del supporto di una casa discografica, ad esempio affidandole i propri brani in licenza solo per un periodo limitato di tempo. Quello che è evidente è che chi ha la proprietà dei master, oltre ad esercitare un certo controllo sulla carriera dell’artista, ha un accesso privilegiato ai profitti che il brano o l’album potranno generare negli anni futuri: per dirla con Ye, avere i master indietro significa poter lasciare questa possibilità ai suoi figli invece che a Universal.

La richiesta di West è tutt’altro che insolita. Al contrario, la storia degli ultimi decenni è piena zeppa di episodi simili: Prince, Michael Jackson, Rihanna, Frank Ocean, Taylor Swift (e la lista potrebbe andare avanti) sono solo alcuni tra gli artisti più famosi che hanno provato a riottenere la proprietà dei propri master.

Chi ha la proprietà dei master, oltre ad esercitare un certo controllo sulla carriera dell’artista, ha un accesso privilegiato ai profitti che il brano o l’album potranno generare negli anni futuri.

Il copione più o meno è simile: un giovane artista a inizio carriera, promettente ma ancora semi-sconosciuto, non si fa troppi problemi a firmare un contratto standard in cui cede i propri master alla casa discografica che sceglie di investire su di lui. Una volta raggiunto il successo e resosi conto del suo valore, magari con l’aiuto di un buon team di avvocati, cerca di rinegoziare il contratto per ottenere condizioni più vantaggiose; non a caso, è esattamente quello che ha fatto West.

Grazie ai documenti che lui stesso ha pubblicato sappiamo che dal 2005 ha rinegoziato almeno 9 volte il suo contratto originale con Universal, arrivando a ottenere percentuali molto alte sulle vendite (fino al 22%, ben al di sopra degli standard dell’epoca) e somme di denaro elevate sotto forma di anticipi garantiti o contributi per la realizzazione dei propri dischi (di cui ben 12 milioni di dollari solo per “Yeezus”). Addirittura, alla scadenza del primo contratto, West ha ottenuto condizioni ancora più vantaggiose per gli album successivi, da “The Life Of Pablo” (2016) in poi, di cui mantiene la proprietà dei master e la stragrande maggioranza dei proventi, riconoscendo a Universal solo una piccola percentuale (tra il 17% e il 21%) per il servizio di distribuzione svolto dalla major.

Si tratta di condizioni estremamente vantaggiose, sicuramente più generose rispetto a quelle di molti altri suoi colleghi. Sembrano però non bastare a Kanye, che lo scorso anno ha intrapreso azioni legali contro Roc-A-Fella, Universal Music Group ed EMI Music Publishing, la società che gestisce i suoi diritti editoriali, con lo scopo di ottenere il controllo esclusivo sul proprio catalogo.

Mentre con EMI è riuscito a chiudere un accordo, i cui dettagli non sono noti, con Universal la disputa sembra destinata ad andare avanti. La mossa di Kanye di dare visibilità a uno scontro legale, spostandolo da un piano privato a quello mediatico, potrebbe essere quindi un tentativo di smuovere le acque.

La mossa di Kanye di dare visibilità a uno scontro legale, spostandolo da un piano privato a quello mediatico, potrebbe essere quindi un tentativo di smuovere le acque

D’altra parte lui stesso ha dichiarato di voler portare avanti una battaglia politica, non solo per sé ma anche per tutti gli artisti contro gli abusi delle case discografiche. Sicuramente per una major discografica ci sono poche cose peggiori che essere attaccata pubblicamente da una superstar mondiale, magari prima di passare ad una concorrente.

Bisogna però considerare che agli occhi di molti Kanye West non è più quello di una volta: i suoi due ultimi album solisti “Ye” (2018) e “Jesus Is King” (2019) hanno ottenuto un successo commerciale di gran lunga inferiore a quello dei lavori precedenti e, se escludiamo “I Love It”, l’azzeccata traccia con Lil Pump, ci ha regalato meno hit planetarie di un tempo.

Inoltre Vivendi, la società francese che controlla Universal, ha annunciato l’intenzione di vendere una quota significativa delle azioni della major entro il 2023: privarsi dei diritti sugli album di West o di altri nomi di peso potrebbe incidere negativamente sulla valutazione della società, traducendosi in minori incassi per Vivendi dall’operazione finanziaria. Per questi motivi, Universal potrebbe rifiutarsi di cedere i master, preferendo mantenerne la proprietà il più a lungo possibile.

Ma anche se Universal acconsentisse a vendere a West i propri master, nonostante il rapper non abbia di certo problemi di liquidità, come alcuni hanno notato sarebbe difficile fare una valutazione economica attendibile del loro valore. L’industria discografica è infatti in una fase di assestamento.

In buona misura, il valore dei master di Kanye dipenderebbe da quanto aumenteranno i ricavi dai servizi di streaming nei prossimi anni.

Dopo la forte crisi degli anni 2000, da qualche anno è ritornata a crescere soprattutto grazie alla diffusione delle piattaforme di streaming, che raccolgono soldi dagli inserzionisti pubblicitari e dagli abbonamenti degli utenti. Si tratta di un modello di business in forte crescita ma ancora relativamente giovane e in evoluzione: Spotify ad esempio sta introducendo una nuova strategia per ottenere ricavi anche dalle case discografiche e dagli artisti, facendole pagare per avere maggiore visibilità sulla piattaforma.

In buona misura, il valore dei master di Kanye dipenderebbe da quanto aumenteranno i ricavi dai servizi di streaming nei prossimi anni: è una previsione difficile da fare oggi, ma che se sbagliata potrebbe far perdere a Universal ingenti proventi. A rendere le cosa ancora più incerte e complicate ci sono poi anche altre cause legali su questioni simili, al momento in corso negli Stati Uniti, che potrebbero stabilire dei precedenti a favore dell’artista quanto della major.

Quello che è certo, è che il caso di West non è isolato, e molti altri artisti, spesso con condizioni di partenza meno favorevoli, hanno dovuto o dovranno lottare duramente contro la propria casa discografica per recedere contratti firmati anni prima. Al tempo stesso certe dinamiche sembrano però destinate a ca­mbiare, e in parte già lo sono: per quanto avere una grossa struttura alle spalle come quella di una major discografica aiuti, oggi è molto più facile per chiunque produrre e pubblicare in autonomia la propria musica con costi molto contenuti, ridimensionando il ruolo tradizionale delle case discografiche.

Sempre più spesso inoltre gli artisti arrivano a firmare il primo contratto solo dopo aver già maturato esperienze significative nel settore, quindi con una maggiore consapevolezza e attenzione. È difficile insomma fare previsioni su come andrà a finire questa storia. Per il momento non ci resta che stare a guardare, sperando che nel mentre Kanye mantenga la promessa di farci ascoltare presto nuova musica.

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