Disegnare le copertine dei mixtape è un'arte

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Disegnare le copertine dei mixtape è un'arte

Perché gli artwork dei mixtape non possono essere considerati "arte" alla pari di qualsiasi altra copertina? Ne abbiamo parlato con l'autore del primo libro sull'argomento.

Damn Son, Where Did You Find This? (che significa "Dannazione figliolo, dove l'hai trovato?"), un nuovo libro che cataloga e contiene più di cinquecento copertine di mixtape, prende il suo nome da una frase proto-meme che diventò famosa alla fine degli anni Duemila dopo essere stata inserita in Trap-a-holics, un mixtape di Gucci Mane e OJ Da Juiceman. Nel libro ci sono riproduzioni di opere di artisti gettonati (KidEight, Miami Kaos, Mike Rev, Skrilla, Tansta), interviste approfondite sul loro processo creativo, e una piccola storia dell'arte dei mixtape americani. I suoi autori sono Michael Thorsby, un designer di stanza a Parigi, e Tobias Hansson, un guru dei media svedese. Abbiamo fatto qualche domanda a Michael per parlare del libro.

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Noisey: Com'è nato il libro?
Michael Thorsby: Le copertine dei mixtape mi hanno sempre affascinato per il loro stile massimalista, le loro stranezze, tutti quei concept che non vedresti mai su pubblicazioni ufficiali. È una cosa di cui parlavo spesso con Tobias e su cui ci trovavamo molto—pian piano abbiamo iniziato ad abbozzare qualcosa e a costruire una libreria di copertine, per capire se avevamo abbastanza materiale. Poi siamo andati negli Stati Uniti, e ci siamo messi a intervistare un po' di gente.  Quindi è stato fatto tutto molto "sul campo"?
Sì. C'è un motivo per cui non esistono molti libri come questo. È stato molto difficile riuscire a metterci in contatto con gli artisti, ottenere i diritti di riproduzione, eccetera. Ci siamo auto-pubblicati, quindi tutto inizia e finisce con noi. E con i designer e gli artisti che abbiamo inserito nel libro, ovviamente, dato che l'opera non esisterebbe senza di loro. Quella di cui parlate è una modalità di fare arte semi-sconosciuta, in un certo senso.
Esattamente, è un mondo davvero isolato. È strano, perché da un lato sono immagini che raggiungono un numero altissimo di persone, ma dall'altro devono cercare di non attirare troppo l'attenzione, perché devono comunque rispondere alla natura dei mixtape. Penso che, fuori dalla scena rap, il talento di questi ragazzi non sia stato veramente compreso. Sono quindici anni che faccio il graphic designer e ci sono cose che mi fanno uscire di testa quando le vedo—in senso buono! Specialmente sapendo i ritmi a cui vengono prodotte.

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Credo che la gente non si renda conto di quanto impegno c'è dietro. Non si tratta solo di fare una ricerca su Google Immagini e scaricare qualcosa. 
È un mestiere a tutti gli effetti. Nel libro, gli artisti ne parlano molto. Ci vuole pratica per arrivare a un risultato decente, all'inizio non riesci mai a rappresentare la luce decentemente, poi non riesci a gestire bene il colore dominante, e pian piano migliori le tue abilità. Te ne rendi conto guardando prima il lavoro di un esordiente e poi quello di un ragazzo come KidEight, che usa gli stessi elementi ma creando un'immagine consistente, composta perfettamente, iperreale.  Qual è la tua copertina preferita?
Una che mi ha fatto davvero ridere e riassume un po' il senso del libro è quella di "Trap Story" di Gucci Mane, che è un remake di Toy Story. Ci sono Gucci che fa Buzz LightYear e Plies nei panni di Woody. E tutti sappiamo quanto paranoica sia la Disney quando si tratta di far rispettare il copyright sulle sue proprietà intellettuali. È un riassunto perfetto dell'intera cultura, del suo senso dell'umore e della sue totale assenza di regole.

C'è un equivalente europeo di quello che trattate?
In realtà no, ma alla fine quando abbiamo selezionato i cinque designer secondo noi più importanti, i migliori e i più interessanti, nella lista sono venuti fuori sia KidEight che Skrilla, ed entrambi stanno in Regno Unito. KidEight non è mai stato negli Stati Uniti, a quanto ci ha detto quando lo abbiamo intervistato, ma ha pubblicato più di quattromila copertine.

L'arte del mixtape ha influenzato il tuo lavoro di designer?
Anni fa il mio stile ci si avvicinava, era più vibrante, ma ora non più. Il libro, di per sé, è molto minimalista e si basa sul bianco e nero. Abbiamo scelto volutamente di non entrare in conflitto con le opere che stavamo riproducendo. Con delle opere così "piene" è molto facile entrarci in conflitto, a livello grafico.
Esattamente. E se provi a fare qualcosa di ispirato a loro sembrerà sempre un'ombra dell'originale, data la maestria in ciò che fanno. Sfortunatamente è una cosa che fanno molti libri che parlano di hip-hop—provano a parlare la stessa lingua. Tipo, prendi un libro sui graffiti: quando provano a imitare il loro stile usando font che imitano la scrittura a mano, di solito il risultato non è un granché. È uno strano conflitto che sussiste sempre, a meno che tu faccia legittimamente parte di una scena e sia davvero in grado di parlarne la lingua. Gli artwork sono massimalisti, ma abbiamo scelto di mantenere il nostro design il più minimal possibile.