Demented parla da solo

Una lettera d'amore al caos di Roma

Oggi Roma sembra far schifo a tutti. Eppure, sinceramente, parlarne in termini negativi e apocalittici non ha granché senso. Mettiamo che la tua città sia un cesso, che fai, spalmi di merda le mattonelle?
7.6.16

Onestamente ho avuto dei problemi a scrivere un articolo su Roma. Mi è stato chiesto di farlo già all'inizio dell'anno, ma ho pensato fosse un terreno scivolosissimo perché… che vi devo dire, amo la mia città. E allo stesso tempo, proprio perché la amo, ci sono innumerevoli cose che mi fanno incazzare. All'epoca non avevamo già più un sindaco, ma non era ancora partita quest'ondata di sgomberi e chiusure di associazioni culturali che nelle ultime settimane ha fatto parlare di Roma in termini ancora più negativi e apocalittici.

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A differenza di molti, però, non penso sia utile buttare benzina sul fuoco: mettiamo che la tua città sia un cesso, che fai, spalmi di merda le mattonelle? Adesso poi che siamo nel pieno delle elezioni e ci aspetta una "svolta", figuriamoci (quale svolta?, a proposito?).

La più grande canzone dedicata a un sindaco di Roma, l'"amatissimo" Franco Carraro, personaggio che oggi vanta innumerevoli tentativi di imitazione.

Insomma, è ora di parlare di Roma in un altro modo, guardandola da un altro punto di vista. Nel frattempo, se qualche città d'Italia volesse accollarsi il Vaticano—uno dei cancri della nostra città—e proporsi come capitale sarebbe molto meglio: si accomodi, ma non credo che reggerebbe tanto; puntare il dito è molto più facile se non si vivono sulla propria pelle certe cose. E a noi questa situazione di "capro espiatorio" ce la impongono ogni giorno: quando ti accusano addirittura di bruciare vive le persone solo perché siamo a Roma vuol dire che si sta perdendo la brocca.

In poche parole, se Roma fa schifo a tutti, rendetevi conto che chi fa Roma siamo noi: è una realtà dei fatti che viene costantemente negata, non prendiamoci in giro. E quindi sapete che c'è? Siccome mi fate cagare voi e le vostre lagne, mi rifugio nel passato di una Roma che forse non vi ricordate più, perché avete la memoria corta. Ma dal passato possiamo interrogarci sulle risposte che cerchiamo ora, guardandoci allo specchio per vedere quanto cazzo siamo invecchiati male.

Lo spunto per questa riflessione l'ho avuto durante una ricerca sui video di propaganda elettorale. Durante questa operazione mi è caduto l'occhio su un filmato del 1981, realizzato dal PCI per le elezioni comunali dello stesso anno: si tratta di una docufiction di Giorgio Ferrara, il fratello di Giuliano Ferrara conosciuto principalmente per aver diretto il Festival dei due Mondi, girata quando ancora il fratello non leccava il culo alla destra. Ma è anche un documento eccezionale, con protagonisti Ninetto Davoli e Franco Citti, che girano per la città monitorando i progressi fatti dalla giunta di sinistra dell'epoca; con loro c'è anche il figlio di Ninetto, Pier Paolo—il nome potete immaginare da dove viene—che oggi fa il tatuatore. Nel gran finale risuona la storica "Roma Capoccia", interpretata da un Venditti in pieno periodo combat—di cui ricordiamo in tempi recenti il botta e risposta con Salvini in cui ha messo quest'ultimo al suo posto, cioè quello di chi di Roma non ne sa un cazzo. A un certo punto il gruppetto va a parlare direttamente con il sindaco, che all'epoca era Luigi Petroselli.

Ecco: Petroselli, anche se ero troppo piccolo per ricordarmelo, sembrava un sindaco degno di questo nome. E non a caso pare sia stato dimenticato, o come minimo polverizzato nella memoria come una polaroid lasciata al sole a essiccare.

Petroselli era uno che metteva al centro le borgate e la cultura (l'Estate Romana fu inventata da Renato Nicolini, prima sotto la giunta di Argan e poi quella di Petroselli) e che tentava di appianare un gap evidentissimo senza scavare fossati fra una parte della città e l'altra: la pedonalizzazione dei Fori Imperiali era una mano tesa in questo senso, e guarda un po' ancora adesso è un progetto incompiuto. Petroselli lavorava per unire la città attraverso i mezzi di trasporto: come la metropolitana, la cui missione di collegare ogni parte di Roma ancora oggi non è stata realizzata—la metro C, infatti, oltre a essere stata aperta dopo millenni, è separata dalle altre, come dire, "Ok, potete spostarvi, ma ricordatevi che siete sempre in una zona 'non grata'."

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Ma Petroselli era anche uno che sconfisse le baracche con un piano mirato di edilizia popolare—o meglio, ci ha provato a farlo mirato, perché sconfiggere del tutto i palazzinari a Roma è tosta. In queste baracche ci abitavano gli "zingari" di allora, i poveri di sempre. Mentre oggi, non a caso, non c'è nessun progetto serio per ovviare a queste problematiche: perché i vari "via - basta - facciamo i muri" se avete un cervello nel cranio potete capire che non funzionano: non avete a che fare con zanzare ma con esseri umani a cui dopo gli rode il culo il triplo. E Petroselli a livello di umanità ci stava dentro: viveva all'Arco di Travertino, a pochi passi da Torpignattara, vivendosi la periferia nel quotidiano al di fuori dei lussi delle "grandi bellezze" di stocazzo.

Si potrebbe obiettare che anche il suo sia il solito mito costruito in mancanza di meglio, ma il silenzio delle istituzioni negli anniversari della sua nascita e della sua morte ci fanno capire che stare dalla parte di chi fondamentalmente fa la città—cioè la gente vera—non paga. Anzi, si rischia pure di risolvere i problemi: e poi chi può specularci più? Cosa ci scriviamo su 'sto giornalino qui? Con chi ce la prendiamo per poter sviare le l'opinione pubblica sulle nostre reali malefatte? L'economia non va mai fermata nella sua costante ricerca di nuovi spaventapasseri e schiavi da punire, e mi pare che stiamo riuscendo benissimo a darle una mano.

Foto di Andreas Langeland Bjørseth.

Certo, è anche vero che non siamo più nel 1981. Ormai anche i poveri di spirito non possono entrare nel regno dei cieli: non vorrei scomodare ancora una volta il povero Pasolini, ma in La terra vista dalla luna lui aveva già inquadrato il romano del futuro, completamente rincoglionito dal consumismo che lo spinge a girare su se stesso come un criceto. Mozzicare un tronchetto di legno—ovvero sparare sulla croce rossa di una Roma incastrata su se stessa—non fa di te una feroce belva, un duro, nulla di tutto ciò; chi fa di te un duro è l'autocritica, il guardarsi dentro e togliere la merda prima da se stessi per essere poi pronti a cozzare le zanne su una quercia. Non è Roma ad avere colpe e nemmeno i romani: si tratta prima di tutto di un problema degli uomini moderni, che ormai si nutrono delle proprie feci e ne gioiscono pure.

Nonostante tutte queste polemiche, molti romani che "parlano parlano" hanno con Roma una rapporto "mammone"—della serie: esiste solo lei e il resto sticazzi, la critico ma non me ne separo perché non vedo altro. Sono quelli che appena se ne vanno da Roma e dalla carbonara hanno una specie di mal d'Africa che gli impedisce di stare più di una settimana all'estero. Per fortuna, essendoci un alto tasso di emigrazione, si tratta di una minoranza, o almeno lo spero, ma qualcosa di vero, in questo, c'è anche a livello universale. Cioè che Roma è una religione: non a caso nel Rugantino e nel Marchese del Grillo ci si rivolge a lei come se fosse una divinità, un'entità a parte, e questo è verissimo.

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Anche la tipologia conservatrice del "romano de Roma" non attacca, perché il romano vero è ironico, tollerante, aperto ai mondi, e soprattutto non è romano da generazioni: nasce già misto. Io stesso sono figlio di Sicilia e Lombardia e ho amici cinesi più romani di me. E appunto, Roma è ospitale: se si mangia in tre si mangia anche in quattro. Ovviamente prende per il culo tutti, anche pesantemente, senza peli sulla lingua, ma è un modo per vedere le reazioni dell'altro: se quello capisce che è una provocazione, allora è "uno de noi," altrimenti si nota che è di "un'altra pasta, con la puzza sottarnaso," perché devi saper rispondere.

E questo tipo di romanità è la bellezza di Roma. Dicono che siamo lavativi e che "magnamo" sugli altri, ma la verità è che viviamo il tempo in maniera diversa: è un tempo "psichedelico", si allarga e si accorcia a piacimento. Il romano lavora anche quando nun je va e cerca di farlo in maniera ragionata, o di farsela prendere bene anche quando ne deve fare tre per campare: ovvio che farebbe a meno di lavorare e che se può cerca di fare il massimo col minimo sforzo, come tutte le persone sane di mente, ma è pur sempre un "faticone." Roma è un po' Venezia, perché noi stiamo solo apparentemente sulla terraferma, nella nostra testa è come se Roma poggiasse sull'aria: a volte sembra anche non esistere, sulla cartina della terra.

C'è infatti da sfatare anche il mito della città eterna, cristallizzata: Roma in realtà è sfuggente, evanescente, quasi non esiste, è più che altro un modo di sentire. La bellezza di Roma sta non tanto nel suo essere "antica" quanto nel fatto di essere tante città in una sola, in costante mutamento e rinnovamento, e ovviamente in forma conflittuale. È sicuramente un tratto tipico di molte metropoli, ma a Roma questa sensazione di straniamento perpetuo è molto forte: basta cambiare marciapiede e già si respira un'aria diversa. La vera Roma è quella che i turisti non vedono, quella dei quartieri bassi, dove ci sono zone che nemmeno i romani conoscono bene, perché magari al centro ci vanno tutti, ma non tutti vanno nelle periferie. E quindi qui si possono trovare anche tesori nascosti, oasi di verde, posti suggestivi e surreali, da favola.

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Basti citare il parco dell'Insugherata, un vero paradiso. Un luogo dove la natura pare tutt'uno con la città e vive in essa indisturbata. Come questo possa essere possibile è molto chiaro: Roma è qualcosa di caotico, un caos che però ha tutta la forza positiva dell'entropia. Anche dal punto di vista urbanistico è una specie di randomizzazione curiosa: ci trovi il quartiere Coppedè, con le sue meraviglie, come il futuristico Corviale; ci trovi l'archeoparco del Quartaccio, un quartiere soprannominato il "Bronx" come il parco degli acquedotti; ci trovi posti dimenticati dal signore, per certi aspetti ancora rurali, come Ponte Galeria o le zone poco fuori Ottavia, che incominciano a diventare i nuovi quartieri del futuro. E poi il parco dell'ex manicomio di Santa Maria della Pietà, le sterminate "radure" di Torre Angela—insomma, da questo punto di vista Roma non lascia mai a secco la tua curiosità. Sempre parlando della "magia" di Roma: non è che io voglia sottovalutare il centro storico. Ma trovo sia più bello quando effettivamente fai finta di essere un perenne turista, quello che poi si è sempre se si viene dalla periferia.

Foto di Guido Gazzilli

Apparentemente questo è un male, perché in fondo essere turisti a casa propria non è proprio il massimo: anche perché ormai, in mano com'è ad americani e gente coi soldi, il centro ha perso quella veracità di un tempo, ha perso aderenza alla sua base. Ma allo stesso tempo è una figata perché ti porta lontano, in altre epoche, come se passassi in una macchina del tempo. A volte anch'io faccio finta di essere un turista e chiedo indicazioni, perché non so mai bene dove mi trovo: mi sono sempre rifiutato di fissare dei punti di riferimento, nel centro di Roma mi ci perdo volentieri; è sicuramente meglio perdercisi che non conoscerlo a menadito e perdere lo stupore degli inizi.

Quando ero adolescente, vivendo tra Primavalle e Torrevecchia, andare in centro era un po' come passare da un paese a una città: sognavo di essere rapito da qualche ragazza del centro che mi portava nei suoi salotti sgargianti a farmi vivere notti magiche, lo confesso. Anche se dentro ci vivono ratti grossi quanto un uomo, quella che sale dal Tevere è un'atmosfera particolare, che ti dà sempre una botta al cuore: col suo carattere fra il malinconico e il saggio, sembra un vecchio eremita che scorre brillando lungo il tempo. Il fatto che non sia più biondo come una volta ha portato qualcuno a prometterne la bonifica in campagna elettorale, e sappiamo che l'unico modo per farlo è—come al solito—negare il potere. E non mi pare ci siano i presupposti per questo, a meno di non fingere di essere in un film Disney comprato in un centro commerciale. Lì sta il punto.

Se ci sono un sacco di problemi che ci succhiano l'anima a Roma troviamo il modo di dribblarli. E non per lassismo ma perché siamo stufi di un continuo latrocinio. Si combatte il potere coi mezzi che si hanno a disposizione, nel quotidiano: è al bar che si crea il vero Campidoglio, con il confronto diretto dove anche nemici acerrimi arrivano a darsi le pacche sulle spalle guardandosi negli occhi e magari—a volte—abbassandoli pure. Ma arrivano anche a menarsi di cazzotti, che è sicuramente meglio di prendersi per il culo con il confronto "democratico" in stile televisivo; a meno che non siano delle scellerate teste di cazzo, si rispetteranno di più.

In questo senso, c'è da dire che la Roma dei vari Fellini e dei "volemose bene" non è vera, è una "cinesata". Ho sempre trovato fastidiose quelle messe in scena che si vedono in film come Roma, appunto: le magnate sguaiate, quell'estetizzazione della matrice popolare; e poi, via Veneto sanno tutti che è una monnezza, Fellini è stato un genio a crearci intorno una "situazione" immaginaria che poi è diventata reale per questioni turistiche. Il problema è che ora questa cosa rovina tutte le interpretazioni filmiche di Roma: di questa città, a parte pochi esempi come Nico D'Alessandria, tutti catturano solo la parte superficiale, quella che non si sporca le mani ma semplicemente l'anima, e la cosa inquietante è che lo fanno anche quando si occupano delle periferie—e non è proprio l'immagine che vorremmo dare all'estero, non siamo una cartolina iperrealista. Se ci sono delle teste di cazzo a Roma, meglio così: non riconoscerle è già esserne complici.

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Se davvero esiste questa cappa di "cloroformio," se c'è davvero "l'abbandono di Roma" di cui tanti parlano, questo è dovuto sicuramente al potere temporale di Chiesa, stato e mafia e al fatto che sì, molti romani, anche in buonafede o senza rendersene conto, sono bloccati da questo "patriarcato" inconscio. Dietro questo, ovviamente, c'è l'abuso di potere. Non starò qui a menarvela: Roma sopravvive a tutto, anche ai suoi abitanti, per cui si può sputare merda quanto si vuole ma è come dare la colpa a un grosso animale coriaceo di non tirare fuori gli artigli per uccidervi tutti visto che gli succhiate il sangue. Siete voi a dovervi dare una regolata.

In conclusione, e senza cadere nell'agiografico—perché nessuno è uno stinco di santo—rimane l'amaro in bocca e la nostalgia per un'era, quella di Petroselli, nella quale nonostante si fosse in piena guerra civile fra opposte fazioni e ci fossero dei disagi trentamila volte peggiori di quelli di oggi sembrava che qualcosa si muovesse. O meglio: si faceva caso al movimento. Ora invece fa più comodo chiudere gli occhi e aprire le fauci, magari per farsi

imboccare

.

Ma in quel caso non si è romani: come dice Alberto Sordi nel film In nome del popolo sovrano di Luigi Magni, manco fosse Chomsky: "Popolo, ma che te sei messo in testa? Ma che vuoi? Vuoi comanna' te? E chi sei? Sei papa? Sei cardinale? O sei barone? Ma se non sei manco barone chi sei? Sei tutti l'altri! E tutti l'altri chi so'? Rispondi! Rispondi a me, invece di assalta' i castelli! So' li avanzi de li papi, de li cardinali, de li baroni, e l'avanzi che so'? So' monnezza! Popolo, sei 'na monnezza! E vuoi mette' bocca? Ma se non c'è nessuno che ti dice, quando t'alzi la mattina, quello che devi fa', dove sbatti la testa? Che ne sai? Sei andato a scuola? Sai distingue' il pro e il contro? Tu non sai manco qual è la fortuna tua, perché sei 'na monnezza!" Lasciate stare Roma, pensate al mondo. Daje.

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