Il broker finanziario che produce vino naturale in un garage di Milano

No, non è il racconto di un ricco broker che si è preso lo sfizio di fare il vino. Anche perché stiamo travasando il vino in quattro in un garage a Lorenteggio.

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09 maggio 2019, 9:50am

Nei periodi più calmi vengo a controllare le vasche dopo il lavoro cioè appena chiudono le borse

La trama delle mie visite in cantina ha sempre come preambolo un viaggio in macchina su strade più o meno sterrate, numerosi errori di percorso, colline e orizzonti sgombri, pensieri naif sul vivere in campagna. Stavolta invece mi aspetta una traversata di Milano in scooter da passeggera, aggrappata meglio che posso, mentre il mio guidatore sfreccia per i viali, rimbalza sul pavé, supera i tram con manovre che mi gelano il sangue, e intanto racconta allegro di come ha deciso di fare il vino a Milano, in una cantina nascosta in fondo alla città.

La cantina è quella di Marco Tinessa, un broker finanziario quarantenne, con le braccia tatuate e un modo di camminare ottimista. A ogni semaforo rosso ringrazio di essere viva e lui ripercorre un altro pezzo della storia: cresciuto a Montesarchio, nel Sannio, poi gli studi di economia a Milano, il lavoro da analista finanziario e oggi la consulenza per grossi fondi inglesi; l’ufficio in Piazza della Scala, la famiglia con tre figli. A diciotto anni si innamora del vino, che lo porta a fare viaggi, collezionare bottiglie, infatuarsi di Langhe e Borgogna, incantarsi di fronte al carisma di alcuni produttori: Elena Pantaleoni, Mario Fontana, Bartolo Mascarello, Beppe Rinaldi… Li definisce dei “custodi dei luoghi” e non potrei essere più d’accordo. Col tempo, il vino si trasforma da passione a prospettiva di vita, e decide di produrre il suo.

Il vino di Ognostro è viaggiatore: l’uva è coltivata in Irpinia e vinificata a Milano

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Il paesaggio fuori la Cantina. Foto dell'autrice

Intanto in scooter superiamo la periferia vivace, le case popolari annerite, i palazzi-torre con le pareti a specchio marchiate dalle multinazionali. Ancora un po’ più giù, arriviamo a destinazione: una casetta bassa in mezzo ai casermoni di Lorenteggio, muri bianchi e tetto rosso, grandi vetrate affacciate su un cortile giardino. I milanesi conoscono questo posto perché fino al 2017 ospitava Mangiari di Strada, creatura di Giuseppe Zen, che qui ha coltivato per anni la sua idea di cucina popolare con ingredienti eccellenti. Lo trovate ancora in centro nel mercato coperto della Darsena (dove oggi ha tre banchi: Macelleria Popolare, (R)esistenza Casearia, Panificio Italiano).

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Marco Tinessa che assaggia il vino in anfora. Foto dell'autrice

E in questo vino milanese c’è anche la complicità di Zen, che ha affidato una parte del garage dell’ex-Mangiari a Marco, perché la trasformasse nella sua cantina. Mi riportano questo dialogo:

Tinessa: che ci fai in cantina?
Zen: accumulo cianfrusaglie e le butto ogni tre anni.
Tinessa: me ne dai un angolo che ci faccio il vino?
Zen: ok.

La cantina si chiama Ognostro, termine dialettale per inchiostro, perché in Campania per dire vino dicono inchiostro, che è già una poesia, provate a dirmi di no.

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Il tatuaggio di Marco Tinessa. Foto dell'autrice

Il vino di Ognostro è viaggiatore: l’uva è coltivata in Irpinia e vinificata a Milano. Le vigne, circa tre ettari, si trovano a Montemarano, nella zona del Taurasi; Marco dà istruzioni per il lavoro agricolo, cioè trattamenti minimi con rame e zolfo, basse rese sui 40-50 quintali a ettaro; e poi vola in Irpinia cinque o sei volte l’anno nei momenti delicati (potature, allegagione, vendemmia…). Una volta vendemmiate, le uve vengono caricate su un camion e portate a Milano, dove arrivano con la luce fioca dell’alba e trovano Marco e qualche altro volenteroso, pronti a fare selezione dei grappoli e cominciare la vinificazione.

Avevo tante preoccupazioni. Una cantina nuova, l’aria di città, io faccio fermentazione naturale (cioè senza aggiunta di lieviti) e avevo paura che non partisse. Invece è partita subito, già il giorno dopo era lì che friggeva

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L'Aglianico che arriva a Milano. Foto per gentile concessione di Marco Tinessa

Se vi sembra uno schema rocambolesco sappiate che prima era peggio. Marco ha iniziato a fare il vino di Ognostro nel 2007 e prima di installarsi nel garage di Lorenteggio prendeva le uve di aglianico in Irpinia e le portava a vinificare sull’Etna, grazie agli spazi e l’aiuto di un grande nome del vino: Frank Cornelissen. E poi tornava al suo lavoro nella finanza milanese. Per dieci anni è andato avanti così, a spostare cose da un capo all’altro dell’Italia con la sua camminata ottimista. Poi c’è stato un anno in Piemonte, e infine il trasloco a Lorenteggio: l’annata 2018 sarà la prima milanese.

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L'anfora che arriva a Lorenteggio. Foto per gentile concessione di Marco Tinessa

“Avere base a Milano è più comodo – mi dice – ma avevo altre preoccupazioni: una cantina nuova, l’aria di città, io faccio fermentazione naturale (cioè senza aggiunta di lieviti) e avevo paura che non partisse. Invece è partita subito, già il giorno dopo era lì che friggeva – mi mostra sul cellulare un video della vasca in fermentazione – un’emozione incredibile, vedi, questa è la nascita di tutto.”

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La vasca in cemento quando arriva a Lorenteggio. Foto per gentile concessione di Marco Tinessa

Quindi adesso le sue giornate si dividono tra la finanza e la cantina: “Durante la fermentazione venivo anche più volte al giorno, mattina, pausa pranzo e sera. Nei periodi più calmi vengo a controllare le vasche dopo il lavoro cioè appena chiudono le borse. E nei weekend.”


Mi rendo conto che, senza conoscerlo, potrebbe suonare come il racconto di un ricco broker che si è preso lo sfizio di fare il vino.

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Foto dell'autrice.

E infatti eccoci in questo sabato pomeriggio milanese, reduci della corsa in scooter, venuti a fare travasi in questa cantina-garage con le pareti dipinte di rosso e un murales della testa di Leonardo. In qualche ora svuotiamo le vasche in vetroresina: il bianco va messo in acciaio (“per svegliarlo un po’ prima di imbottigliare”), il rosso va diviso tra l’anfora e la vasca in cemento (“per rilassare l’irruenza dell’aglianico”). Siamo in quattro ad assistere le operazioni ma più che altro finiamo a dare supporto simbolico mentre lui salta su e giù dalle vasche, lava, sposta, smonta e rimonta tubi con l’energia di un dodicenne.

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L'autrice che aiuta simbolicamente nei travasi. Foto per gentile concessione di Marco Tinessa

Nel 2018 Ognostro produrrà circa 6000 bottiglie, divise tra due etichette. Una è l’aglianico in purezza, il vino iconico di Ognostro dal 2007, che però prima di essere venduto affinerà per 3 anni, la più recente in commercio adesso è la 2015. L’aglianico è un vitigno ricco e complesso, Marco dice “una belva”, di cui lui vuole stanare il risvolto sottile, anche per restare fedele al territorio da cui viene, dove tira aria di montagna.

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Foto dell'autrice

E poi, novità di quest’anno, ci sarà anche un bianco, da uve fiano che fanno 3 giorni di macerazione sulle bucce. “Nei miei vini voglio armonia: la maturità del frutto, bilanciata dalla freschezza” è la frase che mi ripete più volte, ed è vero, i vini sono ricchi e complessi (frutta succosa, note balsamiche), decisamente alcolici (15 e 13,5 gradi) ma restano eleganti, aiutati anche dall’acidità.

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Foto dell'autrice

Sono vini ascrivibili al vario universo dei naturali, la vigna è biologica dal 2011 e in cantina non c’è nessuna aggiunta, eccetto piccole quantità di solforosa, fino a un totale che Marco stima intorno ai 30 mg/litro (per una infarinata sulla questione solfiti rimando qui). E anche i contenitori sono scelti per alterare il meno possibile gli aromi dell’uva e del territorio. L’opposto, per capirci, di usare barrique nuove: una prassi molto diffusa nell’Irpinia degli ultimi vent’anni, mi dice, e che infatti lo aveva spinto a cercare riparo nella cantina di Cornelissen dove si lavora con le anfore e la vinificazione naturale.

Provo a definirlo un négociant, che è come si chiamano in francese i produttori che comprano le uve da altri. Ma lui mi corregge: “non proprio, perché in questi anni sono stato io a decidere come coltivare, potare, diradare, quando e cosa vendemmiare. E perché siano rispettate le mie indicazioni, ho pagato l’uva più del doppio del suo prezzo di mercato; adesso ho creato un’azienda agricola vera e propria, solo che anziché percorrere cinque chilometri dalle vigne alla cantina, dobbiamo farne mille”.

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Foto dell'autrice

Mi rendo conto che, senza conoscerlo, potrebbe suonare come il racconto di un ricco broker che si è preso lo sfizio di fare il vino. Quello che è sembrato a me, mettendo insieme le nostre lunghe chiacchierate, è invece il racconto di una persona che sta lentamente finanziando il suo cambiamento di mestiere. Lo fa con allegria, liquidando come normali imprese che richiedono un’energia fuori dal comune. “Ho amato il mio lavoro, perché ha una curva di apprendimento che non si appiattisce mai e mi ha fatto conoscere menti brillanti. Adesso lo lascerei subito per dedicarmi solo al vino, non posso farlo perché ho tre figli. Non escludo di farlo un domani, mettendo insieme un pezzo alla volta.”

Ed è affascinante anche questo vino inchiostro, fatto tra l’anfora e i murales, da uve irpine e lieviti milanesi

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Selezione dei grappoli di Fiano. Foto per gentile concessione di Marco Tinessa

Un pezzo alla volta vuol dire vendere bottiglie della sua collezione, per comprare l’attrezzatura di cantina. Vuol dire anche comprare un altro pezzo di terra e progettare da zero la sua vigna ideale: con le marze di vecchi cloni, allevarla ad alberello italico, piantarci in mezzo alberi da frutto. Esplorare l’aglianico su un suolo differente, più duro e roccioso, a 400 metri di altitudine, nella zona del Taburno. Vuol dire immaginare, col tempo, di tornare a vivere in Campania. “Mi immagino mille futuri possibili, l’importante è essere felici nell’insieme.”

Nel frattempo: Milano. L’ultima chiacchierata la facciamo intorno al grande tavolo rotondo in giardino, si unisce a noi Giuseppe Zen che mi fa: “raccontalo: questo è un vero vin de garage. Ma fatto bene però! Quaggiù oltre le brume, un margine di città dove vengono a fare capolinea i tram.”

Ed è vero che è una storia affascinante, è la storia di un cambiamento (di mestiere, di vita) vissuto con la prospettiva temporale che è propria del vino, cioè lenta e dilatata, un pezzo ogni anno e poi si vedrà. Ed è affascinante anche questo vino inchiostro, fatto tra l’anfora e i murales, da uve irpine e lieviti milanesi. Un vino che fa immaginare mille futuri possibili, quaggiù oltre le brume.

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