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Italia

Machete e rosari: chi sono le gang di latinos che si contendono Milano

Latin King, Comando, Barrio18, MS13: siamo andati a vedere a che punto è la “guerra” tra le pandillas milanesi.

di Luca Rinaldi
13 ottobre 2015, 8:10am

Foto via U.S. Immigration and Customs Enforcement

Il 22 settembre scorso in Lombardia sono state arrestate 16 persone, per lo più di nazionalità salvadoregna, accusate a vario titolo di associazione a delinquere, rapina aggravata, spaccio di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, lesioni personali aggravate, detenzione di armi da sparo e da taglio.

L'operazione, che ha portato all'arresto dei vertici del 'Barrio 18', è stata solo l'ultima di una serie di azioni contro le gang di latinos che da anni a Milano combattono fra loro una guerra cruenta.

Il tema delle pandillas aveva raggiunto l'apice dell'attenzione pubblica già a giugno, quando alla periferia di Milano due latinoamericani di circa 20 anni avevano quasi amputato il braccio del capotreno Carlo Di Napoli. José Emilio Rosa Martinez, del Salvador, e Jackson Jahir Lopez Trivino, dell'Ecuador, appartenevano alla Mara Salvatrucha 13, una pandilla nata a Los Angeles, fra le più violente e molto attiva in città.

Da anni, nel capoluogo lombardo, il panorama delle bande di latinos è in continua evoluzione. "Possiamo datare al 2004 i primi dati investigativi che ci hanno messo sulla strada delle pandillas" in Italia, spiega a VICE News Paolo Lisi, responsabile della sezione Criminalità Straniera della Polizia di Stato.

"Abbiamo pensato alla costituzione di una squadra ad hoc all'interno della nostra struttura non appena ci siamo resi conto che quelli delle pandillas non erano affatto crimini sporadici, ma legati a contesti criminali precisi."

Nel 2006 la Mobile ha concluso le prime operazioni, portando a 27 ordinanze di custodia cautelare per violenze, accoltellamenti, risse, rapine, furti, estorsioni.

Il fenomeno, spiega Lisi, da lì in poi ha cominciato a crescere: "Inizialmente rilevammo in città la presenza di gruppi riconducibili ai Latin Kings, ai Nietas e ai Comando," ai quali col tempo se ne sono affiancati altri—i salvadoregni Mara Salvatrucha 13, i Barrio 18, i dominicani Trinitario.

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Nonostante gli arresti, gli affiliati non mancano mai. Sotto questo punto di vista Milano - così come Genova - è un serbatoio molto ricco da cui pescare, in un territorio nel quale comunità come quella ecuadoriana, salvadoregna e peruviana compaiono costantemente tra le quindici più popolose.

L'età media degli affiliati è molto bassa, ma la definizione di baby-gang è spesso fuorviante e poco precisa: intere pandillas sono infatti composte da maggiorenni con esperienza nel crimine di strada, e ai boss - o parabreri - finiti in manette in operazioni come quelle di settembre ne succedono automaticamente altri.


Ma come fanno queste gang a riorganizzare in Europa la coesione comunitaria che mettono in pratica nei rispettivi paesi d'origine? E come sono riuscite ad accaparrarsi il controllo del crimine di piccola-media entità in interi quartieri cittadini?

Sviluppandosi dove le comunità di centro e sud-americani sono più presenti non c'è bisogno di una 'strategia di proiezione': le pandillas europee ricreano semplicemente lo stesso scenario criminale dei paesi d'origine, seguendo un modello già comprovato.

Gruppi come questi, avverte Lisi, sembrano però avere tutt'altra forza rispetto al potenziale espresso in patria: le gang attive a Milano, al momento, mantengono una struttura piuttosto elementare. "Fortunatamente siamo lontani dai livelli di pericolosità rispetto a quelle messe in atto, nei luoghi di provenienza, da realtà criminali più strutturate e numerose."

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Questo però non vieta ai membri delle pandillas di compiere crimini come violenze sessuali e omicidi, girare armati di machete o gestire una fetta rilevante dello spaccio di intere aree urbane.

Se la maggioranza dei pandilleros è nata nei paesi del Centro e del Sud America e gravitava nella criminalità già prima di trasferirsi in Italia, le cattive condizioni economiche e l'emarginazione sociale sono due fattori determinanti nell'affiliazione.

È molto facile, perciò, che la questione dello scarso inserimento sociale faciliti il passaggio verso la delinquenza organizzata: "Il fenomeno della mancata integrazione - spiega a VICE News Francesco Calderoni, criminologo del gruppo di ricerca TransCrime - è centrale nello sviluppo di queste bande: il bisogno di avere attorno a sé fiducia, e di identificarsi in un gruppo, è decisivo nell'adesione alla gang."

Non a caso molte delle violenze fra bande 'milanesi' sono animate dall'esasperazione del concetto di appartenenza a una cerchia—criminale, culturale e geografica.


Emblematico, in questo senso, è un caso risalente al 2009. Il 26 enne David Stenio Novoa Betancourt, meglio noto come Boricua, aveva militato tra i Latin Kings New York - nemici dei Latin Kings Chicago - ed era appena uscito dal carcere.

Per la sua morte, avvenuta fuori dal Thini Cafè di via Brembo in seguito a un'aggressione condotta a volto coperto, sono stati incriminati diversi membri dei Chicago, poi condannati a pene tra i 18 e i 26 anni di reclusione.

È allora che la stampa aveva rivolto le prime attenzioni al problema, tornato sulle prime pagine nel 2011 con l'omicidio di Luis Alberto Bautista Solis.

Lo scontro in quell'occasione era avvenuto fra i Comando e la banda dominicana del Trinitario: Luis Alberto, 21 anni, fu ucciso da 18 coltellate in via Fulvio Testi—con strascichi di cui si ha notizia fino a qualche mese fa, quando in gennaio le telecamere della fermata della metropolitana di Sesto Rondò hanno ripreso una rissa tra appartenenti alle due gang.

Omicidi e atti di violenza come questi - spiega ancora il responsabile della sezione Criminalità Straniera della Squadra Mobile di Milano - la dicono lunga sui rapporti che si creano tra bande, "sulle alleanze che si sono formate e consolidate nel tempo, e su come le rivalità rispecchino gli odi atavici esistenti nei paesi d'origine."

Spesso - spiega Calderoni - faide e sfide tra gang di questo tipo "iniziano per questioni personali, in un secondo momento subentra poi lo spirito di aggregazione e controllo della singola pandilla. Certo è che, rispetto a realtà del Centro e Sud America, la realtà italiana ed europea è meno criminalizzata e criminalizzante. Essere parte di una gang in America, del Nord o del Sud, trova molto più riscontro."

Attorno alla conquista di un preteso rispetto e all'odio reciproco tra bande, però, si muovono attività di spaccio, rapine e furti, necessari al mantenimento della banda e al sostentamento dei famigliari dei detenuti. Conservare il controllo del proprio territorio - a volte anche piccoli regni delimitati da parchi e panchine, a volte interi quartieri come quello di via Padova - è una necessità cruciale.

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È così che le pandillas finiscono spesso per scontrarsi, nella lotta per la gestione di una determinata zona o mentre operano in zone contigue, in attività simili.

Lo spaccio di sostanze stupefacenti - per esempio - è uno dei principali business dei gruppi milanesi, avendo tuttavia dimensioni ben più modeste dei traffici della criminalità organizzata italiana, o dei cartelli del narcotraffico sudamericano.

I rapporti con queste in genere si limitano solo alle conoscenze personali di singoli affiliati: sebbene i contatti non manchino, "non possiamo affermare - specifica Lisi - che ci sia un rapporto strutturale tra queste gang e la criminalità organizzata."

Difficilmente queste pandillas trattano grossi quantitativi di sostanze stupefacenti, salvo eccezioni: come per il traffico messo in piedi da Latin Kings, Nietas, LuzBel, e Trebo, col quale nel 2013 le gang sono riuscite a trasportare cocaina dal Messico utilizzando dei cani come corrieri, e uccidendone una cinquantina. Alla fine gli arrestati erano stati 75, di cui 18 minorenni.

Nel corso degli anni, a guidare le indagini della polizia sono state intercettazioni e singoli reati, ma anche la simbologia delle gang—dalle tag sui muri ai tatuaggi dei pandilleros, segno distintivo che connota non solo l'appartenenza al gruppo ma anche la caratura criminale del singolo.

Il campionario, come dimostra il materiale acquisito dalle forze dell'ordine, è piuttosto vasto: il teschio alato indica il passato criminale con almeno un omicidio alle spalle; le carte e i dati stanno per "vida loca", il rosario stretto a mani giunte è la richiesta di perdono, e i tre punti, di solito sulle mani, rappresentano il cimitero, la chiesa e il carcere—incidenti di percorso che il pandillero certifica concretamente di aver messo in conto.

Il caso di studio più classico è però quello del tatuaggio del Marero, il nome col quale si definiscono i componenti della Mara Salvatrucha: la scritta all'interno del labbro inferiore. "Qui - spiega Lisi - il messaggio è 'sai di essere un marero, ma ancora non sei degno di essere riconosciuto all'esterno come tale'."

Poco prima della morte, nell'ultima intervista rilasciata ai media a maggio del 2009, David Stenio Betancourt Novoa aveva dichiarato di voler ripudiare la violenza gratuita delle pandillas e di rinunciare al mondo delle bande. "Un futuro in Italia - aveva detto - non lo vedo più."

Per smettere di essere un pandillero, infatti, è necessaria un'autorizzazione che arrivi direttamente dal capo della gang, ma "solitamente chi riesce a uscire è un personaggio che ha un peso criminale non indifferente nella pandilla, ed è dunque legittimato a seguire altre strade," spiega Lisi.

Non basta una decisione personale, continua Lisi, "anche perché per i casi a noi noti il risultato è sempre lo stesso: la pandilla prima o poi ti trova." E quando succede non si può più fuggire—anche perché, se la pandilla non dovesse trovare il fuoriuscito, le attenzioni si rivolgerebbero ai suoi parenti, attraverso una ricerca che può arrivare fino al paese d'origine.

Una delle difficoltà principali per gli investigatori è data proprio dal fatto che quasi nessuno, da dentro, se la sente di denunciare—come avvenuto invece per gli arresti di settembre, al termine di un'indagine portata avanti anche da una segnalazione di violenza sessuale. "Di tanto in tanto capita che qualcuno si apra - conclude Lisi - il fatto però è che per molti la pandilla è una famiglia da non tradire."

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