any other two geography
Adele Nigro. Foto di Michele Rho.

Any Other vuole parlare con te

Abbiamo intervistato Adele Nigro, leader della band indie milanese, per capire come funziona la mente di una delle musiciste più talentuose e determinate che ci siano in Italia oggi.

Adele Nigro è nata nel 1994, viene da Verona, vive a Milano, ed è uno dei nomi più interessanti usciti dall’Italia negli ultimi anni. Cantautrice e polistrumentista, è giunta quest’anno alla sua prova più matura con la pubblicazione di Two, Geography da parte di 42Records, album dal respiro internazionale e di grande classe, di cui stanno parlando un po’ tutti in termini entusiastici.

Il disco esce a nome del suo progetto Any Other, di cui rappresenta il secondo capitolo, e arriva al culmine di un periodo denso di collaborazioni, a partire da quella con il band-mate Marco Giudici anche nel progetto Halfalib, alle ospitate nei dischi di Colapesce, Andrea Poggio e Myss Keta, al lavoro in studio con Generic Animal, fino al lungo tour intrapreso nella band sempre dello stesso Colapesce.

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Ma il suo percorso ha inizio in realtà qualche anno prima, e abbiamo deciso, arrivati alla tappa importante di questo nuovo album, di ripercorrerlo insieme dall’inizio. È stata l’occasione per una lunga chiacchierata che ha toccato tutte le fasi di una carriera artistica sicuramente in ascesa ma già importantissima, la sua formazione come musicista e soprattutto le sue motivazioni più profonde.

Noisey: Comincerei chiedendoti quando hai cominciato a ascoltare musica, e poi a suonare, a pensare di scrivere canzoni.
Adele Nigro: La storia del mio rapporto con la musica è un po' strana: fino ai dieci anni non avevo il permesso da parte di mio padre di ascoltare musica che non fosse quella che sceglieva lui, cioè solo Beethoven e canti gregoriani, mentre mia madre era più rilassata al riguardo. A dieci anni, vicissitudini personali, ho smesso di vedere mio padre e quindi ho cominciato a ascoltare i Black Eyed Peas [ride]. L'anno dopo ho cominciato a studiare sax, per due anni, alle scuole medie a indirizzo musicale.

Ho studiato sax contralto per due anni e poi a tredici ho scoperto il “punk", tra virgolette, e ho detto "basta, il sax è da sfigati, non lo suono più" e ho smesso, cosa di cui mi pento molto adesso. Fino a diciotto anni non ho più toccato uno strumento musicale, poi è arrivata la chitarra. Nel frattempo i miei ascolti si erano un po' evoluti, avevo smesso di ascoltare i Black Eyed Peas e ero passata a tutto quello che si può definire indie rock, da Elliott Smith ai Built To Spill, o i Fugazi.

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Verso i sedici anni ho conosciuto Cecilia, la mia migliore amica, che suonava la chitarra, e abbiamo cominciato a fare delle cose insieme, anche se non suonavo davvero. A diciotto le ho chiesto di prestarmela, volevo imparare a suonarla per scrivere, provare a scrivere delle canzoni anch'io. Mi sono fatta prestare questa chitarra classica tutta sgangherata e ho scoperto che mi piaceva.

Da lì insieme avete iniziato a girare un po' come Lovecats, avete fatto anche dei dischi.
Avevamo fatto subito un demo di cover registrato a casa dal nostro amico Jonathan Zenti, poi avevamo fatto un EP di quattro pezzi e avevamo un disco in cantiere che poi non è mai stato fatto, e alcuni di quei pezzi sono finiti nel primo disco di Any Other. Tipo "Gladly" o "Sonnet" le avevo scritte a quei tempi, io e Cecilia le suonavamo già dal vivo.

Come mai è finita quell'esperienza?
Perché ci siamo rese conto di volere cose diverse: io volevo fare il disco a tutti i costi, era aprile 2014. Avevamo cominciato a registrare, le pre-produzioni di quattro pezzi già fatte. Dissi a Cecilia: "dai Ceci, organizziamoci, così allora finiamo il disco, poi a settembre andiamo in tour, facciamo un bel tour lungo". E lei mi disse "Addi ma io ho la scuola, non posso venire in tour. Non possiamo andare in tour a luglio?" "Ma no Ceci non si fa uscire un disco a luglio" - perché io mi sentivo una grande esperta [ride]. Quella è stata un po' la rottura. Lei voleva concentrarsi sul percorso scolastico, io avevo già capito che l'università non era proprio la mia priorità, e abbiamo detto fermiamoci. Così ognuna poteva continuare a fare quello che riteneva più importante.

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A lei di fare musica non interessava più di tanto, mentre tu avevi capito che forse era quello che volevi fare. O quantomeno che ti piaceva scrivere canzoni e andare in giro a suonare, che invece all'inizio può essere una cosa abbastanza pesante.
Da quando ho cominciato a suonare la chitarra ho cominciato ad avere le idee sempre più chiare su cosa volessi fare, su chi volevo essere. Forse mi ha anche aiutato a trovare un’identità, un ruolo nella vita. Io sono un po' tour-dipendente. Non so per quale motivo ma in quella dimensione mi sono sempre trovata bene, anche nelle situazioni peggiori, non professionali, dormendo in posti a caso. È proprio lo stare in giro che non mi pesa, anzi ne sento il bisogno, e mi rendo conto che per altri può essere stressante.

Poi c’è stato un periodo infatti in cui andavi in giro da sola con la chitarra acustica.
Ci sono stati dei tentativi di avere una band falliti miseramente, litigando con tutte le persone con cui avevo provato a suonare. Ma ero così tanto carica che comunque ho continuato, anche a costo di farlo da sola. Anche se una band la volevo.

Ho fatto tutta una serie di concerti da sola. Per me è stato figo. È stato il periodo in cui io e Juju [Marco Giudici, con lei in Any Other e Halfalib] abbiamo cominciato a volerci veramente tanto bene. Era un periodo assurdo: io non avevo più casa, e mi ricordo che ho passato sei mesi in cui stavo a Milano ma non avevo una casa, la stavo cercando. E quindi chiedevo a tutti se potevano ospitarmi perché non volevo tornare a Verona. Era un periodo di disagio estremo: non avevo molti riferimenti spaziali o amicali, mi sentivo molto persa. Però non ho mai perso la voglia di continuare a suonare, anzi forse era l'unica certezza che avevo. Ero super decisa, è anche stato il periodo in cui ho cominciato a lasciare indietro l'università per farlo, per andare in giro a suonare senza peraltro mettermi in tasca alla fine praticamente niente.

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E poi finalmente hai trovato delle persone con cui mettere su una vera e propria band, con cui poi hai fatto un disco e dei tour.
Sì. Uno appunto è Juju e l'altra era Erica [Lonardi, alla batteria sul primo album di Any Other], che conoscevo dal liceo. Juju l'avevo conosciuto a un concerto a Roma al Circolo degli Artisti, io suonavo con le Lovecats e lui con gli Assyrians.

La cosa bizzarra è che all'inizio anche loro non erano tanto dell'idea. Erica era ancora al liceo e quindi è comprensibile, invece Juju all'inizio mi aveva proprio detto di no! Ho dovuto insistere un sacco. Pensarci adesso mi fa un sacco ridere. Anche lui era in un momento in cui si sentiva abbastanza perso, non era tanto sicuro del suo percorso musicale, e non era convinto che avesse senso buttarsi in una cosa nuova con questa pazza che conosceva pure poco e si era messa a dormire sul suo divano [ride].

Con loro poi abbiamo cominciato abbastanza seriamente. Erica andava ancora al liceo e il sabato finiva la scuola, prendeva il treno, veniva a Milano e ripartiva la domenica sera per tornare a Verona. Abbiamo fatto quattro weekend di febbraio a provare provare provare per sistemare i pezzi e poi a marzo siamo andati a registrare. Erica ha saltato due giorni di scuola per venire in studio!

Un disco che aveva dei riferimenti musicali abbastanza precisi: un certo indie rock degli anni Novanta. Anche la formula era chitarra, basso e batteria, canzoni molto improntate alla scrittura, ai ritornelli, non tanto incentrate sull'arrangiamento - al contrario del disco nuovo. E mi dicevi che alcuni pezzi risalivano a molto tempo prima.
Decisamente riferimenti precisi. E alcuni pezzi come "Gladly", "Sonnet" o anche "Blue Moon" li suonavo già con Cecilia. Erano pezzi pop nelle strutture e melodicamente. Non so neanche se si possa parlare di arrangiamento per il disco vecchio, francamente: era molto “buona la prima”, registrato tutto in presa diretta, quando siamo entrati in studio io suonavo la chitarra elettrica da una settimana. L'avevo comprata una settimana prima. Avevo provato tutti i pezzi con l'acustica perché non avevo una chitarra elettrica. È stato un approccio super punk. Ma perché avevo quel bisogno lì. Io volevo fare quel disco da quando suonavo con Cecilia, quindi di fatto l'unica cosa che mi interessava era farlo. Non vedevo altro.

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Adele ospite a Radio Raheem. Foto di Michele Rho.

Dopo avete fatto molti concerti, anche all'estero, e poi hai sentito il bisogno di girare ancora pagina rispetto a quel tipo di musica. Forse quella era la musica con cui eri cresciuta, eri arrivata a fare quel disco, il disco in cui dicevi la tua su quel genere, però poi forse è scattato un meccanismo che ti ha fatto dire "ok, ora questo l'ho fatto e provo a fare qualcosa di diverso".
È stato molto graduale. È palese che sia successo, ascoltando il disco nuovo, però non c'è stato un momento preciso. Riesco a visualizzare delle fasi in cui mi sono man mano allontanata. Ci sono stati anche dei momenti in cui proprio mi rendevo conto di stare scrivendo delle cose che appartenevano a qualcun altro. Diversi pezzi di questo disco nascono come collage di pezzi di cui ho tenuto delle parti. Ci sono delle parti precise in cui mi ricordo che stavo facendo delle cose che non sentivo mie, stavo lavorando a delle idee che poi ho buttato via perché mi sembrava fossero di qualcun altro. E invece ho sentito il bisogno di trovare una dimensione più mia. E alla fine credo di esserci abbastanza riuscita. Quando scrivevo i pezzi del disco vecchio avevo in mente un riferimento iper specifico dal punto di vista del genere, e lo sapevo. "Questa melodia è una melodia alla tale gruppo". E è una cosa che invece in questo disco non percepisco. Mi rendo conto che ci sono delle influenze e che ci sono stati degli ascolti importanti, però non mi viene da dire "questa è una melodia alla Jim O'Rourke". Ho cominciato a sentirmi molto più presente nei confronti di me stessa, e ad avere una scrittura più personale. Spero. Ma a me sembra che sia così.

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Hai mai sentito qualche tipo di pressione sullo scrivere in italiano? Anche non necessariamente da chi lavora con te, ma per esempio sull'idea abbastanza diffusa nell'ambiente "Se Adele scrivesse in italiano farebbe il botto vero".
È una cosa che mi viene detta tuttora e mi viene detta anche da amici e da persone che apprezzano e stimano quello che faccio. Me l'ha detto Andrea Poggio, quando ha sentito il disco mi ha detto "stupendo, stupendo. Un giorno tu scriverai in italiano". Ma anche no. Perché dev'essere per forza così per tutti? Anche Jacopo [Lietti, dei Fine Before You Came] me lo dice: "eh ciccia però se scrivessi in italiano spacchereste tutto". Boh, magari spaccherei, però non lo vedo come un obiettivo finale ed è una cosa che invece mi viene detta veramente da chiunque. Ma da chiunque. Anche in buonissima fede. Sembra quasi che sei fai musica in inglese in Italia a un certo punto comunque cambierai e scriverai in italiano. Questo probabilmente deriva dal fatto che la maggior parte delle band che lo hanno fatto poi in effetti ha avuto più successo. Penso a gruppi molto diversi tra loro, da Cosmo coi Drink To Me ai Fine Before You Came. Ed è vero. Probabilmente se scrivessi in italiano andrebbe meglio in Italia, però non andrebbe fuori come invece va adesso. O magari andrebbe lo stesso ma in modo diverso, non lo so. Però non voglio neanche pensare alla mia scrittura come un elenco di se. E alla fine il punto è che non mi viene di farlo, non mi viene naturale.

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Nel periodo tra il primo disco di Any Other e questo hai fatto tutta una serie di esperienze collaborative che in qualche modo ti hanno anche un po' allargato gli orizzonti, penso. La prima di queste anche a livello cronologico, se non sbaglio, è stata il progetto Halfalib di Juju, che però è in realtà un progetto molto condiviso.
Devo dire che il ruolo che ho avuto io per Halfalib è stato un po' il ruolo che ha avuto lui in Two, Geography. Durante la scrittura, l'arrangiamento e la composizione del disco gli sono stata vicina dal punto di vista mentale e emotivo soprattutto. Non ho scritto arrangiamenti, non ho scritto delle parti, però di giorno in giorno andavo a casa sua e mi faceva ascoltare quello che faceva e gli davo dei pareri, in modo molto naturale, senza avere definito quello che stavamo facendo. Per me era andare da lui e dargli dei consigli, non mi pensavo come “produttrice”. È il mio migliore amico e lo aiuto a capire cosa fare del suo disco. Poi alla fine ci siamo chiesti "come ti devo accreditare", e allora ci abbiamo pensato. Però prima non mi ero neanche resa davvero conto di stare partecipando attivamente al disco di qualcun altro.

È stata una prima esperienza che mi è servita tanto: Marco e io abbiamo percorsi musicali parecchio diversi, ed era la prima volta che mi approcciavo a lui come autore, perché fino a quel momento avevamo sempre suonato su roba mia. Ed è stata anche la prima volta in vita mia in cui ho suonato roba scritta da altri, e mi è piaciuto.

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Il disco di Halfalib se vogliamo è stato un po' il primo passo di allontanamento da Silently. Quietly. Going Away: è un disco molto psichedelico e free. Ha avuto anche un'influenza su quello che è diventato poi Any Other?
Sì. Ricordo proprio che mentre provavamo il live (che è stato il primo live in cui ho cominciato a suonare due strumenti dal vivo) sentivo proprio la diversità e mi piaceva. Parecchio. E ho cominciato a rendermi conto che esisteva dell'altro, che è un po' limitante ragionare all'interno di un solo genere musicale preciso e abbastanza inquadrato. Al di là della scrittura, che poi alla fine uno scrive un po' come vuole, parlo di sonorità. Non so perché uno debba fissarsi con un genere, e chiudersi lì, però è vero che l'ho fatto anch'io. Prima di cominciare a suonare con Halfalib non avevo mai ascoltato un disco di Robert Wyatt.

Quindi questo discorso è andato di pari passo anche con un ampliamento degli ascolti.
Sì. Il primo vero passo in quella che considero una crescita rispetto al disco precedente per me è stato un cambio degli ascolti, neanche tanto nel cosa ma nel come. Al di là di fare ascolti nuovi nel senso di artisti e generi che prima non avevo mai approfondito, anche nel recuperare dischi che avevo già ascoltato a quindici o sedici anni. Ho iniziato a ascoltarli in modo diverso: intanto da impianti diversi e con cuffie diverse, poi con un'attenzione diversa - ascoltandoli più da musicista, rendendomi conto di cose che prima non notavo. Fare attenzione a come vengono scritte le parti, come vengono mixate. Quando scopri cose nuove e ti ci approcci in quel modo per me è esaltante: unire i puntini, cercare di capire le cose, il funzionamento delle cose, mi esalta proprio.

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Adele ospite a Radio Raheem. Foto di Michele Rho.

Quali sono gli ascolti che ti hanno ampliato un po' le prospettive?
Jim O'Rourke. Mi fa impazzire il suo essere eterogeneo, trasversale rispetto ai generi musicali, sia nei dischi suoi che nei vari progetti con cui ha collaborato. Produttore dei Wilco, fa il disco noise in Giappone, il disco folk con la cover di Bacharach, suona nei Sonic Youth… Poi dici: è folk? Non del tutto. È rock? Non del tutto. E c'è il sax con l'assolo anni Settanta.

Mi ha affascinato in generale tutto quello che forse si può chiamare art pop: io di base sono anche una cantante, provo piacere oltre che nel suonare anche nel cantare, quindi mi piace il pop, le melodie, le belle canzoni. Brian Wilson, le Smile Sessions per me sono sacre. Il pop fatto bene è fantastico. Però mi piacciono i luoghi di intersezione, in cui non capisci bene dove finisce il pop e dove cominciano i viaggioni, per esempio.

Poi sono considerazioni che fai a posteriori, più che quando ci sei immerso. Quando ho cominciato a studiare armonia non è che ho preso un manuale e ho detto "adesso voglio ampliare il mio panorama armonico” - è stato molto più spontaneo, una scoperta, tipo che mi dicevo "ah quindi l'accordo di settima maggiore suona così per questo motivo! che figata!”. Poi a posteriori unisci i puntini e ti rendi conto che effettivamente stavi facendo un percorso. Però principalmente perché una cosa ti gasava, non perché hai detto "adesso amplierò i miei orizzonti musicali".

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Nel tour di Colapesce ti sei trovata a suonare cose non scritte da te, davanti a platee molto più ampie di quelle a cui eri abituata, e tra l'altro anche a cantare in italiano.
È stato un insieme di prime volte abbastanza esplosivo. Un'altra cosa è che non avevo mai suonato con una band così grande: in sei sul palco, più di tre non mi era mai successo. Non avevo mai suonato in contesti con una produzione alle spalle, e dal punto di vista tecnico un fonico di sala e un fonico di palco che ti seguono per tutto il tour, non avevo mai suonato con strumenti di altre persone (quindi con suoni a cui non ero abituata). Tante cose per me strane. Però da subito mi sono trovata molto a mio agio. All'inizio Lorenzo mi ha chiamata per fare delle voci sul disco, e mi aveva fatto molto piacere, però avevo fatto il disco con Juju, stavo lavorando su quello di Luca [Generic Animal], avevo fatto quello di Myss Keta e di Andrea Poggio, insomma ero contenta però era una cosa che ormai cominciava a essere normale. Fai la musicista e fai delle cose sui dischi di altri.

Poi Lorenzo mi ha chiamata a settembre dell'anno scorso, mi ha chiesto che programmi avevo, se ero abbastanza libera e che voleva chiedermi di andare in tour. Io ho pensato intendesse a cantare. Certo, vengo volentieri. "Dovresti suonare la chitarra solista e il sax". Lì sono impazzita. Mi ha esaltato proprio l'idea, e sono stata super felice anche di essere responsabilizzata così da una persona che non suona esattamente davanti a me e a mia mamma. L'ho sentita abbastanza. Quando ero a casa, prima ancora delle prove, e mi studiavo i pezzi un po' mi cagavo sotto. "E se non sono all'altezza? E se sbaglio?". Poi è andata super bene. Mi ha fatto crescere tantissimo.

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Con Halfalib anche se non era roba scritta da me c'era un'altra familiarità, anche la possibilità di fare degli aggiustamenti insieme. Con Colapesce era “questa è la parte e la devo imparare". Poi ovviamente ci ho messo anche del mio, però in partenza era roba di un altro, scritta in mia totale assenza, a cui io mi sono approcciata dopo. E all'inizio è stato strano. E mi cagavo sotto. Poi è stato figo. Ho imparato un sacco di cose: sono stati nove mesi di tour, tante date, e io sento proprio che da dicembre, quando abbiamo cominciato le prove, a oggi che esce il disco, sono cresciuta tanto anche grazie a questa cosa.

Senti più responsabilità in un contesto come una data di Colapesce in cui suoni davanti a un sacco di gente o in una data di Any Other che magari è più piccola però sei tu al centro dell'attenzione, canti tu, è molto più sulle tue spalle?
Sono due tipi di responsabilità diverse. Diciamo poi che con il passare del tempo durante il tour di Lorenzo mi sono anche rilassata molto. Di base lì quello che devo fare è suonare bene. Punto. Poi puoi interpretare in vari modi, soprattutto con la voce. Però non ho il legame emotivo e affettivo che ho con i pezzi scritti da me. “Suona bene, suona giusto, stai nell'insieme, suona con gli altri”, fine. Quando suono le mie cose c'è un investimento emotivo che a volte per come sono fatta io è anche un po' eccessivo. Mi lascio molto andare, voglio essere trasparente. E sono anche disposta a sbagliare, purché sia onesto, sciolto, libero - è così importante lasciarmi andare che va bene anche l'errore. Ovviamente con Lorenzo no. Nei miei live mi lascio così andare che alla fine la tensione che provo è quella del "chissà se vengo percepita come uno scherzo, come una gag".

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In che senso?
Eh, so di essere molto emotiva quando suono le mie cose e so di essere vulnerabile e molto trasparente. E questa cosa non sai mai quale reazione può causare nelle persone che ti guardano. Io penso che quando vedi qualcuno su un palco che è super aperto o sei disposto a aprirti pure tu oppure ti fa un effetto strano, magari reagisci ridendo, ci sta. Quindi ho un po' paura di essere percepita come "ahah guarda questa che urla". Però è un rischio che mi va bene correre.

Ti è mai capitata qualche esperienza negativa dal vivo? Mi viene in mente la storia recente di CRLN.
Sì, assolutamente. Al di là dei live, dove insulti o inviti sono all'ordine del giorno, e non voglio dire che sono abituata a questa cosa ma sono abituata a questa cosa, ed è orribile abituarsi, non dovrebbe essere così. Però mi è successo anche fuori dal palco, sempre in ambiti musicali. Promoter che ti stalkerizzano, gente che allunga le mani, gente che ti ritrovi ai concerti… Ne sono successe mille, e non sono un caso isolato. È la norma in questo ambiente se non sei un uomo. Temo più o meno allo stesso modo anche in molti altri ambienti, forse tutti, ma io conosco questo.

Ho deciso di reagire con dei grandissimi vaffanculo e più vado avanti più sono sicura di me stessa e più non sono disposta a farmi mettere i piedi in testa. Anche su cose tipo microaggressioni: io e te lavoriamo insieme e tu mi tratti come un'idiota perché non sono un uomo, io sicuramente ti mando affanculo e poi probabilmente smetto di lavorare con te.

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Ricordiamo da chi sarà composta la band per questo tour.
Juju al piano e micro sampler, Miles Cooper Seaton degli Akron/Family al basso, Alessandro Cau alla batteria - che ha suonato anche nel disco, ed è veramente incredibile. Lui è anche molto impegnato, oltre a essere un po' complesso logisticamente il fatto che viva in Sardegna, quindi per quando non potrà esserci abbiamo già una sostituta. Sono tutti musicisti pazzeschi e belle persone con cui sono molto contenta di girare.

Oggi esce il disco. In questo momento è un lavoro di cui sei pienamente soddisfatta?
Sai che sono proprio contenta? Per quanto alcune cose mi suonino già “vecchie” rispetto a dove sono adesso, però sono proprio contenta. Mi sento comunque in evoluzione ma non lo vedo come una cosa superata, mi rappresenta. E sono veramente soddisfatta di come è venuto. Non cambierei niente, proprio niente. Anche tutto quello che riguarda tutta l'estetica, l'artwork, i video, l'ho curato in prima persona in modo abbastanza maniacale.

I tuoi testi sono molto espliciti e diretti, a volte sembrano proprio degli sfoghi personali, quasi pagine di un diario, con riferimenti poetici ma allo stesso tempo precisi. Però in realtà sono canzoni, che vivono quindi una serie di mediazioni: il fatto che devono stare su una musica, il fatto che andranno a un pubblico. Anche se poi ti arrivano in modo così diretto che come ascoltatore non te ne accorgi. Come funziona questo meccanismo, e la tua scrittura?
Mi fa molto piacere che vengano percepiti come diretti. Mi viene da scrivere testi quando ho bisogno di parlare con qualcuno, e di fatto ho bisogno di parlare con qualcuno quando non sto bene. Per motivi che riguardano me in quanto persona che soffre di depressione o in quanto persona che come tutti incontra delle difficoltà.

Questa frase sulla depressione la mettiamo così?
Sì, a me non disturba parlarne. Secondo me è una cosa che nel disco emerge abbastanza. Per quanto a livello di testi sia un po' un breakup album, ci ho messo molto anche di quello. Il fatto di essere in una relazione, e di essere in una relazione quando devi fare i conti con il soffrire di depressione. E di fatto scrivo quando ho bisogno di aiuto. Quindi forse adesso che sono in terapia non scriverò mai più niente! [ride]

Sicuramente questi pezzi partono come sfoghi, e mi aiutano anche molto a capire alcune cose di me stessa che magari altrimenti farei più fatica a comprendere. C'è un po' una dimensione a metà tra da una parte lo sfogo puro, il mettersi a nudo e il parlare dei cazzi propri e dall'altra parte la mediazione che è un passaggio obbligato. Perché deve stare su una melodia, deve stare in metrica, le cose vanno aggiustate, rifinite…

Ma c'è anche una sorta di pudore rispetto al fatto che andranno incontro a un pubblico?
Sì, in parte sì. Non tanto per me ma soprattutto nel parlare delle altre persone, non mi piace la cosa alla Taylor Swift in cui parli dell'altro, lo sfogo perché sei arrabbiata con qualcuno. No. Le relazioni possono essere dolorose, complicate, però a meno che uno non ti abbia ucciso il cane fare un pezzo dicendo che è uno stronzo veramente non sarebbe mai nelle mie corde.

Poi voglio comunque che ci sia un distacco tra quello che sono io e quello che va all'esterno, soprattutto per un discorso artistico: l'apertura o la vulnerabilità devono comunque essere mediate in qualche modo diciamo più o meno poetico, se vogliamo usare questa parola. Se no diventa proprio pornografia della vita di una persona, e quello non mi piace.

Più che una cronaca di quello che succede voglio raccontare come mi sento io rispetto alle cose. E quando scrivo lo faccio riflettendo su quello.

Two, Geography è uscito il 14 settembre per 42 Records. Ascoltalo su Spotify e Apple Music, acquistalo dal sito dell'etichetta o cercalo nel tuo negozio di dischi preferito.

Grazie a Radio Raheem e Michele Rho per le foto.

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