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Il nuovo film di Slender Man dimostra che non si può ingabbiare internet

Che cos'hanno in comune un pessimo film su un'inquietante leggenda della rete e la nuova direttiva europea sul copyright?

di Matteo Lupetti
24 settembre 2018, 10:46am

Screenshot via: YouTube/Sony

Il film Slender Man — diretto da Sylvain White, prodotto da Screen Gems di Sony e uscito nelle sale lo scorso 6 settembre — è un The Ring con YouTube al posto della VHS, ma senza alcun tentativo di investigare l’antagonista e risolverne il mistero, con effetti speciali malamente realizzati e una trama inconcludente a causa di troppe riscritture. Ha fatto schifo quasi a tutti: il suo punteggio su Rotten Tomatoes — punteggio che misura la quantità di recensioni positive sulle recensioni totali — è attualmente del 7 percento. Sono persino preoccupato del fatto che a qualcuno non abbia fatto schifo.

Ma Slender Man è un film interessante perché rappresenta il chiaro tentativo di impossessarsi del personaggio di Slenderman — nato nei meandri creepypasta di internet e al di fuori di ogni concezione tradizionale del diritto d’autore — per riproporlo come un marchio che può essere licenziato, adattato e commercializzato.

Il film è stato annunciato a maggio del 2016, due anni dopo gli eventi noti come Slender Man Stabbing (“L’accoltellamento di Slender Man”), il tentativo di due ragazzine dodicenni di uccidere una loro amica per sacrificarla a Slenderman. Gli eventi resero Slenderman noto fuori da internet e sono ben raccontati nel documentario Beware the Slenderman, realizzato da Irene Taylor Brodsky per HBO.

Screenshot via: YouTube/Sony

Quando a gennaio è uscito il primo trailer del film, il padre di una delle due colpevoli dichiarò all’Associated Press che “è assurdo che vogliano fare un film del genere. Stanno rendendo popolare una tragedia, ecco cosa stanno facendo. Non sono sorpreso ma la mia opinione è che sia un comportamento estremamente sgradevole. Il risultato sarà rendere ancora più lungo il dolore che le tre famiglie hanno attraversato.”

Sony è sembrata trovarsi totalmente impreparata: ha rimandato il film da maggio — quando sarebbe arrivato nelle sale per l’anniversario dello Slender Man Stabbing — ad agosto, ha evitato di pubblicizzarlo troppo — provocando la protesta dei produttori — e lo ha rielaborato per rimuovere qualsiasi riferimento allo Slender Man Stabbing, tagliando personaggi e rimontando a casaccio le scene. Il trailer di gennaio mostra un film diverso rispetto al secondo trailer — uscito a luglio — e il secondo trailer mostra un film diverso da quello arrivato nelle sale statunitensi solo un mese dopo.

Lo Slender Man Stabbing è sicuramente una vicenda reale che il film non ha saputo affrontare, ma i suoi maggiori problemi stanno nel suo difficile rapporto con le origini del personaggio su internet.

Il personaggio di Slenderman su cui il film è basato nasce nel giugno del 2009 sul sito internet Something Awful, all’interno di un’amichevole competizione che incoraggiava gli utenti del forum a creare immagini inquietanti e credibili ritoccando fotografie reali. Il maestro di scuola elementare Eric Knudsen — in arte Victor Surge — realizzò rapidamente un paio di immagini in bianco e nero. Sullo sfondo di fotografie con scene quotidiane aggiunse una figura alta e magra in modo innaturale, dal volto indefinibile, vestita in modo elegante ma dotata di tentacoli sulla schiena. Le immagini erano accompagnate da brevi accenni alla storia che testimoniavano.

In pochi giorni, la competizione è stata quasi abbandonata e la discussione ha finito per concentrarsi unicamente su Slenderman. Altri utenti — artisti e creativi dilettanti come Surge — hanno contribuito a far crescere il personaggio con nuove immagini, racconti creepypasta (un termine proveniente da “copy and paste” e che indica racconti horror che si diffondono online venendo appunto copiati e incollati), videogiochi e serie YouTube. La prima serie — intitolata Marble Hornets — ha avuto inizio appena dieci giorni dopo la pubblicazione delle immagini di Surge.

Victor Surge ha ideato il personaggio, ma non è stato lui a farlo crescere e a farlo diventare ciò che è oggi. Per esempio, è stata la serie YouTube TribeTwelve a diffondere l’idea che Slenderman trasformasse alcune persone in suoi “Proxy” — suoi agenti —, ma il termine “Proxy” viene dalla serie DarkHarvest00, che trae a sua volta l’idea da Marble Hornets.

Sembra che ci sia già un problema per adattare Slenderman in un film: chi è l’autore del personaggio? Chi possiede Slenderman? La risposta non è semplice, perché anche se Surge ha dato solo lo spunto iniziale è lui ad aver registrato ufficialmente il marchio Slenderman e a possederne il copyright, ma una terza parte segreta e mai dichiarata possiederebbe i diritti per ogni adattamento di Slenderman, tra cui quelli cinematografici.

Chi ha lavorato per creare Slenderman ha quindi contribuito a costruire un personaggio su cui lucra commercialmente non solo l’ideatore originale, ma qualcuno che neanche è pubblicamente noto. “La commercializzazione sembra considerata qualcosa di sleale [dalla comunità]” ha spiegato a Motherboard Cat Vincent, giornalista di Daily Grail e Darklore impegnato a seguire la comunità di Slenderman sin dalla sua nascita.

La comunità è rimasta attiva e vitale sino al 2014 e allo Slender Man Stabbing, poi si è dispersa. “L’attacco di Waukesha [cittadina del Wisconsin dove è avvenuto lo Slender Man Stabbing] ha decimato la comunità” ha spiegato Vincent a Motherboard. “Molti dei siti basati sui creepypasta hanno chiuso, altri hanno aggiunto grossi avvisi nella loro pagina principale sottolineando che ogni storia era un’opera di finzione e hanno inserito limiti più severi per l’età dei membri. L’idea che potesse accadere di nuovo un simile incidente ha spaventato davvero la comunità.”

Ma creazione collettiva, variabilità dei racconti, interazione e interscambiabilità di narratore e pubblico, sono anche caratteristiche del folklore

C’è poi un altro problema, un problema che è solo un’altra faccia del precedente: non esiste un solo Slenderman e non esiste un’unica grande storia da raccontare. Lo sviluppo del personaggio non è stato lineare e coerente perché ognuno poteva contribuire come preferiva e le varie versioni possono essere contraddittorie, come i nomi: il personaggio è prima Slender Man, poi Slenderman, poi The Operator in Marble Hornets, poi The Administrator in TribeTwelve.

Persino Marble Hornets, una serie amata da pubblico e critica, non ha avuto successo come film quando nel 2015 è uscito il suo lungometraggio commerciale Always Watching: A Marble Hornets Story. Le serie YouTube di Slenderman sono un’opera complessa e collettiva come tutto ciò che riguarda il personaggio, sono giochi (ARG, Alternative Reality Game) a cui gli spettatori partecipano attivamente da un episodio all’altro attraverso i social network, a volte interagendo con i personaggi come se fossero persone reali e a volte trovandosi a partecipare a cacce al tesoro nella realtà. Anche in questo caso, Slenderman esiste perché esiste il suo pubblico.

È un elemento tanto importante da divenire parte delle storie e delle teorie di Slenderman. Vincent ricollega spesso Slenderman al “tulpa”, una parola presa dal buddismo tibetano e che in Occidente indica “un pensiero che diventa forma”. “Questo aspetto dei miti [di Slenderman] era molto diffuso, soprattutto in quella che è chiamata la Core Theory che collega i vari blog e ARG” spiega Vincent a Motherboard. Secondo la Core Theory — che cerca di spiegare tutte le storie di Slenderman inserendole in un unico universo narrativo — le varie incarnazioni di Slenderman nascerebbero dalla mente dei protagonisti di ogni storia: anche nelle storie di Slenderman non esisterebbe uno Slenderman unico o uno Slenderman principale e tutti sarebbero autori del proprio Slenderman.

Ma creazione collettiva, variabilità dei racconti, interazione e interscambiabilità di narratore e pubblico — tutte le caratteristiche che abbiamo sinora citato per Slenderman — sono anche caratteristiche del folklore. Secondo Thomas Pettitt della University of Southern Denmark Slenderman è un esempio perfetto di come — dopo un periodo inaugurato con l’invenzione della stampa a caratteri mobili nel Quindicesimo Secolo e chiamato “Parentesi di Gutenberg” — la narrazione stia tornando grazie a internet a forme diffuse e collaborative, forme in cui non esiste netta divisione tra autore e pubblico, né un chiaro confine dell’opera.

Screenshot via: YouTube/Sony

“[Slenderman] è probabilmente il primo caso di un personaggio importante con una sua narrazione che emerge interamente da internet attraverso un processo di crescita che parte da una singola fonte e poi coinvolge molti interventi, sostanzialmente nel modo in cui pensiamo che siano nate le storie e le figure medievali come Re Artù e Robin Hood nel periodo precedente alla parentesi di Gutenberg,” ha raccontato Pettitt a Motherboard in una email. “Questo è diverso dal modo in cui probabilmente un romanziere — che scriva all’interno della Parentesi — inventerebbe un personaggio originale con la sua narrazione raccontandolo in una storia completamente sviluppata, in un libro. Al contrario, poter osservare ora il processo (un processo che è avvenuto in modo molto rapido e di cui abbiamo ancora tutta la documentazione sulle sue origini e sui suoi primi passi) ci dà l’opportunità di capire meglio come processi analoghi possano essere accaduti nel Medioevo (a un livello tecnologico inferiore, oralmente).”

“La produzione di un lungometraggio su Slenderman è chiaramente un qualche genere di spartiacque” conclude Pettitt. “Sta riportando la figura e le sue storie (nella misura in cui le usa) all’interno della Parentesi di Gutenberg, perché — anche se si tratta di un medium audio-visivo — un film è fatto da una sceneggiatura fissa ed è — come un libro — un prodotto culturale completo, rifinito e fisso con un autore e un proprietario, qualcosa di diffuso contemporaneamente in numerose copie identiche.”

Il film Slender Man è simile per intenti alla recente direttiva europea sul copyright: vuole trattare ciò che nasce su internet con la stessa mentalità con cui tratterebbe un romanzo scritto nel Diciannovesimo Secolo, perché solo così gli editori sanno come lucrarci sopra. Pensate per esempio a come un emendamento alla direttiva vieti i selfie allo stadio trattandoli come fotografie non autorizzate di eventi sportivi: quello che la direttiva rifiuta è che il racconto sia oggi collettivo e diffuso — che sia fuori dalla Parentesi di Gutenberg — dove non può essere venduto come esclusiva e controllato.

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