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La leggenda di Ricardo Villalobos

“Amo ballare, ma non da solo. Ecco perché faccio il DJ”: Villalobos non è solo il tipo sudato e fattissimo che avete in testa, è un sognatore.

di Laura Caprino
26 settembre 2019, 8:26am

Ricardo Villalobos, fotografia promozionale pubblicata per gentile concessione di Club Nation

Ricardo Villalobos si esibirà a Milano venerdì 27 settembre ai Magazzini Generali, i biglietti sono in vendita su DICE.

Nel settembre del 1973, i militari guidati dal generale Augusto Pinochet presero il potere in Cile con un colpo di Stato, destituendo il presidente democraticamente eletto Salvador Allende. Ne seguì una dittatura feroce cessata soltanto nel 1990, dalla quale i genitori di Ricardo Villalobos, che aveva appena compiuto tre anni, decisero di mettersi in salvo emigrando in Germania. Entrambi professori universitari, avrebbero rischiato la vita identificati immediatamente come nemici del nuovo regime, costretti a rientrare nella terra d’origine della madre per sfuggire a torture ed interrogatori.

Ricardo nasce in Cile, naturalizzato tedesco (come il marcato accento che contraddistingue la sua voce), e del Sud America conserva sempre nel cuore calore e ritmo. Li ha ereditati da una famiglia che invitava amici in salotto per ballare tutta la notte, innamorata della musica latina e della sua festosità. Capita spesso che i signori Villalobos portino il piccolo ai concerti e, conoscendone gli organizzatori, si ritrovino tutti a casa di quest’ultimi per infinite jam session percussioni e voce, elementi sufficienti a fare di quattro mura un domestico club bollente fino alle luci dell’alba. Proprio uno dei promoter avrebbe donato alla giovane promessa la sua prima conga, instradandolo inconsapevolmente all’amore per la batteria sostituito, negli anni a venire, da quello per le drum machine.

Da adolescente segue un percorso abbastanza comune a chiunque custodisca nel cassetto il sogno di diventare DJ: non ha abbastanza soldi per comprare un sintetizzatore o dei dischi, ma trascorre giornate a sgobbare su mixtape da rivendere a scuola. I suoi genitori risparmiano abbastanza da regalargli una consolle e viene scelto per suonare alla festa d’Istituto, prima esibizione pubblica che la storia ricordi. È un evento di poco conto, in tempi in cui la tecnologia non era tanto diffusa da girare video che immortalassero il momento. Erano gli anni Ottanta, in cui Ricardo dalla disco si avvicina alla new wave fino a farne religione incarnata da un sensuale dio pagano: Dave Gahan. Villa è, infatti, uno dei maggiori fan viventi dei Depeche Mode, cui rende omaggio tanto da giovanissimo con amatoriali sperimentazioni (mixando parti vocali e bassline con un synth e una Roland), quanto nell’intero corso della sua carriera componendo, a modo proprio, altrettante opere pop. Il suo edit di "The Sinner In Me”, ad esempio, è roba da strapparsi la maglietta.

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La copertina di Alcachofa di Ricardo Villalobos, uscito nel 2003. Non è disponibile in streaming ufficiale da nessuna parte ma è davvero bello, ascoltalo.

Soprattutto, è un animo flamboyant cresciuto a salsa e samba che non rispecchia le caratteristiche tipiche della Germania di cui è figlio adottivo: è sempre in ritardo, indisciplinato, è incontrollabile come ogni genio che partorisca dalle proprie mani miracoli. Il dualismo è uno dei suoi tratti principali, alternando come Clark Kent una vita ordinaria da padre di famiglia (di due bambini, avuti con la compagna tedesca), a quella di mega star mondiale da maratone di dodici ore di set al Fabric, ridotto peggio delle canotte sudate che indossa. Ricardo è un animale notturno che con gli anni ha saputo educarsi e volersi bene, continuando a girare il pianeta sulla cresta dell’onda non per raccogliere altro successo, ma per sentirsi vivo e portare avanti l’amore di una vita. La famiglia diventa il limite correttivo che non si è mai posto prima, tornare a casa dai suoi figli rinunciando ad un after è la cura agli abusi di cui non ha mai fatto mistero. È un edonista che agisce senza cattive intenzioni, camminando sulle nuvole con quell’andatura ciondolante che è diventata suo marchio di fabbrica.

Ricardo Villalobos è un nome conosciuto in ogni angolo del globo, ha suonato ovunque e per chiunque (Sven Väth racconta che fra il 1990 e il ’91 lo vedeva aggirarsi nel suo club di Francoforte, l’Omen, munito di bongo che suonava durante i suoi set. Negli anni si è mosso fra Robert Johnson, Fabric, Cocoon, Amnesia e volendo proseguire nell’elenco si impiegherebbero ore e ore). Ciò nonostante, qualsiasi DJ e producer—anche i più underground—afferma apertamente che si tratti del più grande, di un idolo, avendo ispirato il percorso di molti e sfornato tracce di ogni genere, tutte di elevatissimo pregio. Villalobos non ha venduto l’anima al diavolo, sceglie di non suonare in America perché ne condanna il modello politico e sociale, anche memore del dolore vissuto dalla propria famiglia; rifugge la tecnologia dei social media e dell’era di internet tanto quanto l’esubero di interviste, convinto che se qualcuno scegliesse di assistere a un suo set, lo farebbe perché lui sta facendo bene il proprio mestiere, e non perché la promozione sia stata accanita.

L’innocenza è, forse, l’aspetto più bello del suo approccio alla musica e al lavoro che ne ha fatto in trent’anni: il party rimane il centro, il ritmo non passa mai, le persone non passano mai. Il tempo trascorre, ma ci saranno sempre folle che si riuniscono assieme per lo stesso motivo, parlando la lingua comune del suono. E poter raccogliere nello stesso luogo amanti e amici per un momento incredibile è l’obiettivo che si pone ogni volta che si esibisce, oggi come allora. L’aspetto comune a tutte le feste è ballare, e ballare è un potere che tutti possono esercitare senza distinzioni: dove la gentrificazione alza i prezzi dei locali o ne forza la chiusura, compromettendo il senso comunitario della club culture che vuole tutti insieme sullo stesso piano, Villalobos combatte la classificazione del dancefloor. È il party l’istituzione sociale, i cui elementi fondanti sono gli esseri umani, la musica, l’identità e la danza associati in un’unica forma collettiva: "Ballare è dentro il nostro corpo—trascorriamo sei mesi ascoltando industrial techno nel ventre di nostra madre. Il nostro battito cardiaco, quello della mamma, i liquidi gastrici che ci circondano, tutto assieme suona come una produzione techno. E l’esperienza in un club è simile a quella vissuta nel ventre materno: sei al riparo, raccolto ad ascoltare musica," ha detto.

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La copertina di Alcachofa di Ricardo Villalobos, uscito nel 2012. Non è disponibile in streaming ufficiale da nessuna parte ma è davvero bello, ascoltalo.

Identico è il processo compositivo, che Ricardo mantiene emozionale e basato sulle reazioni agli stimoli e agli eventi che ha attorno. Il suono lo sceglie, gli si avvicina istintivamente, non va elaborato concettualmente in strutture che ne sporchino la purezza; la musica si spiega da sola, altra ragione per cui non ama le recensioni dei dischi o delle tracce, convinto che il ruolo del giornalista sia quello di promuovere la comprensione di qualcosa e non di nuocervi con commenti soggettivi. Ad un’azione corrisponde per legge fisica una risposta spontanea, per cui Ricardo reagisce al suono inconsciamente e, ancora una volta, con innocenza. Si immerge nelle epifanie nelle emozioni da scovare come in una caccia al tesoro, al pari di quando per dieci anni dimentichi di ascoltare una traccia e, riscoprendola per caso, ti batte il cuore fra i ricordi.

A livello di sound Villalobos è consacrato fra i pionieri della techno minimal, quel genere caratterizzato da loop ripetuti e ossessivi sulla stessa bassline, melodie ridotte all’osso e quasi senza variazioni. Una scena fortemente radicata storicamente nel napoletano italiano (vedi alla voce Marco Carola, Capriati, Cerrone), ma anche in quel Sud America di cui Ricardo è originario (assieme al collega Luciano), sino ad aver raggiunto latitudini orientali nella Romania di Radhoo e Raresh. Anche detta microhouse, è una categoria che divide correnti di pensiero, fra chi la detesta perché povera di sfumature e chi ne fa culto perché vero e proprio viaggio per la mente.

Nel mezzo c’è la diffusione globale ad opera dalla label Perlon, fondata 22 anni fa da Markus Nikolai e Thomas Franzmann (aka Zip), che di Villalobos sono grandi amici e sulla loro etichetta hanno ospitato numerose delle sue produzioni. Al Panorama Bar di Berlino ogni primo venerdì del mese si celebra la Get Perlonized! Night, una delle feste più longeve dall’apertura del club nel 2004, totalmente dedicata alle sonorità minimal caratteristiche dei resident Zip e Sammy Dee, accompagnati di volta in volta da un ospite che abbia pubblicato almeno una volta su Perlon.

Re: ECM villalobos
La copertina di Re: ECM di Ricardo Villalobos e Max Loderbauer, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Posto che il suo sound originariamente rientrava in questa cosa qua, Villalobos si è mosso in ogni direzione immaginabile. Ha sperimentato e dimostrato di possedere una profonda cultura musicale, oltre a un estro irrefrenabile. "808 The Bass Queen" è una traccia pubblicata nel 1999 che osservo quotidianamente condivisa su almeno un feed di Facebook a distanza di vent’anni. L’album di debutto del 2003, Alcachofa, rimane un capolavoro senza età, avendo donato al mondo la maestosità poliritmica di tracce come"Easy Lee" (la cui linea di basso è stata inserita da Ricardo su consiglio della moglie, che trovava il pezzo troppo semplice), e le vorticose oscurità ipnotiche di "Dexter".

Ci sono pezzi lunghissimi, come i ventotto minuti del remix di "Everywhere You Go" di Mari Kvien Brunvoll, in cui una melodia fortemente emozionale evolve potentemente in una bomba da club, o l’edit di dieci minuti di "Blood On My Hands" di Shackleton, astratta e cerebrale come un salto nell’ignoto. Dischi, compilation esclusive per il Fabric di Londra, EP, remix su remix, un doppio album (Re: ECM), pubblicato sull’etichetta ECM in collaborazione con Max Loderbauer, in cui reinterpretano registrazioni della label in chiave ambient, minimal e quasi jazz.

Villalobos è un matto, fuori dal tempo e dallo spazio: è un surrealista, un sognatore, un eterno bambino non perché immaturo, ma perché sinceramente ingenuo ed entusiasta. Un artista visionario dal cuore smisurato che nella sua esistenza vuole essere felice: la ragione per cui non dorme mai, dice, è per non fare incubi. Tutti diranno che i motivi sono altri; io voglio credere a questa versione.

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