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Fabio Fazio non ha capito niente di Ghali

Uno degli show (in teoria) più progressisti nel catalogo della TV italiana non ha ancora capito niente di una cultura che fa muovere il culo di milioni di ragazzi italiani.

di Tommaso Naccari
09 ottobre 2017, 11:20am

Ci sono due banalissime ragioni per cui ho iniziato ad ascoltare Ghali: la prima è che mi sembrava di mandare a fare in culo tutto ciò che c'era prima (e poco importa che anche io ascoltassi ciò che c'era prima). La seconda è che la sua musica ha sempre raccontato di un immaginario che non mi apparteneva, ma che mi affascinava. Sono passati un po' di anni da quando sono andato in fissa con un rapper di origini tunisine capace di far rimare "chioschi" con "foschi" e ora mi ritrovo davanti al televisore alle 22 di una domenica sera, sintonizzato su Rai Uno, chiaro simbolo di come la vita possa davvero peggiorare (o migliorare, dipende dai punti di vista) in fretta.

In onda c'è "Che Tempo Che Fa", il programma di Fabio Fazio, che prima di mandare la pubblicità annuncia Roberto Saviano e "una sorpresa". La sorpresa è Ghali, invitato a promuovere il proprio disco a cinque mesi di distanza dall'uscita. Da anni combatto per lo sdoganamento del rap nella cultura di massa: come già in Francia e in Germania potrebbe essere interessante se la cultura pop (cioè popolare) fosse permeata più coscientemente dal rap e vedere un rapper giovane promuovere il proprio lavoro in uno dei programmi di punta del palinsesto televisivo italiano, non potrebbe che rendermi felice. E invece sono uscito da quei 10 minuti di intervista più infastidito che mai.

Il motivo è molto semplice: è necessario che affinché il rap venga sdoganato e accettato a più livelli questo genere venga raccontato al grande pubblico per quello che realmente è: nudo e crudo. "Album" di Ghali è un disco eccellente: prodotto da uno dei producer migliori della nuova scuola italiana. Ghali ha una cura per i dettagli e per la sua immagine impeccabile, rendendo tutto il suo immaginario facilmente accessibile e godibile. Per questo non mi stupisce—e non stupisce neanche Ghali, come più volte ha ribadito lui stesso—che il suo pubblico sia composto anche da bambini: il disco è un raro esempio di musica pop, realizzato come Dio comanda. Basterebbe questo per far sì che il suo disco venga presentato a un pubblico potenzialmente vastissimo: la qualità.

Invece no. Nella serata di ieri, le uniche parole pronunciate sull'album sono state un concentrato di retorica stucchevole. Saviano ha dipinto l'idilliaca immagine di bambini (figli di leghisti) che saltano all'urlo di "Salam Aleikum", mentre Fazio ha parlato "dell'artista che lotta per lo Ius Soli". In pratica si è caricato di significato un album che, questo significato, non lo ha. O almeno non ce l'ha in questi termini così semplicistici.

Ripescando il video dal sito della Rai, ci troviamo davanti a una clip di 8 minuti e 47. Nei primi 3 minuti e mezzo Ghali canta "Happy Days", che Fazio e una preparatissima Lagerbäck presentano come un pezzo di denuncia sociale. Più volte al giorno mi ritrovo a canticchiare "Happy Days", ma non vedo nessuna critica sociale in frasi come "Io non vado a dormire prima delle tre" o "Timberlake o Bieber l'importante è che sia Justin". "Happy Days" è in prima serata perché è una bella canzone, divertente, cool (nel senso più ampio del termine) e al passo con i tempi, o meglio: capace di raccontare una parte della sua contemporaneità, fatta anche di modi di dire e riferimenti culturali interni al mondo in cui vivono i ragazzi italiani. Non capisco quale sia il problema ad ammetterlo.


Terminata l'esibizione, un trepidante Fazio—tronfio di poter parlare di Ius Soli giusto 5 minuti dopo aver ospitato un reazionario come Enrico Brignano—si avvicina a Ghali e dopo averlo re-introdotto con una citazione di Saviano ("Ghali è un dono che nasce quando il paese ne ha più bisogno"), entra subito nel vivo: "Riuscire in questi tempi dominati da temi importanti come lo Ius Soli, il razzismo, non è facile. Tu sei la somma di tutto ciò in una botta sola, hai una storia dura alle spalle". Ora, probabilmente sbaglio io, ma per quanto sia scontato che Ghali abbia anche un passato di razzismo e che sia uno dei tanti nati in Italia, ma diventato cittadino italiano solo a 18 anni, non è questo a cui penso quando penso a Ghali come artista. Ghali non parla di razzismo, non parla di Ius Soli, e se lo fa lo fa in modo trasversale e molto diverso, giusto per capirci, da un rapper come Caparezza, i cui testi sono esplicitamente un racconto di denuncia sociale.

C'è il razzismo? Caparezza incastra una figura retorica in un gioco di rime con lo scopo di dire esplicitamente che il razzismo gli fa schifo. C'è il razzismo? Ghali fa un ritornello mezzo in arabo e mezzo in francese per dire… Non lo so bene che cosa: qualcosa sui suoi amici, qualcosa su suo padre, qualcosa su di lui. Di sicuro qualcosa che spacca. Il primo modo è facilmente raccontabile dalla TV generalista, il secondo richiede tutta una serie di capacità che probabilmente non coincidono con i ritmi autoriali di Che Tempo Che Fa.

Tutta la poetica di Ghali è legata alla sua storia personale: parla del suo rapporto con la madre e della mancanza del padre, parla del vivere in periferia, della propria condizione sociale. Perché aggiungere dei significati solo per giustificare la sua presenza in TV? Senza considerare che—proprio per un mero dato—la canzone in cui Ghali tocca temi più sociali, se così vogliamo definirli, è "Wily Wily", che nell'album non è nemmeno presente. Album non è un album di critica sociale. E va benissimo così.


Il fatto che Ghali sia tunisino è banalmente contingente nella storia che racconta, che è la storia di un ragazzo che per mille motivi si è sentito emarginato dalla sua città, Milano, con i locali che lo balzano e le tipe che lo snobbano.

Persino nel testo che ieri è stato osannato come "messaggio pro Ius Soli", Ghali racconta "Compro una villa alla mamma / e poi penserò all'Africa", con quel "poi" che è abbastanza eloquente. Gli altri brani, come "Ricchi Dentro", "Lacrime" sono tutti brani che parlano del Ghali del passato e del futuro, senza alcun messaggio sociale, se non quello base del riscatto dell'isolato. Ghali parla di quartiere, parla di Milano, parla di scuola e parla di carcere: cercare in questi messaggi un chiaro intento per così dire politico è pretestuoso. Non perché i messaggi che si vuole che veicolino siano sbagliati.

Lo stesso Ghali, nel rispondere, non è mai troppo convinto dei messaggi che gli affibbiano Saviano e Fazio. Parla di "la mia storia", "il mio vissuto" e non fa mai riferimento ai temi che cita Fazio.
Fazio, in tutto ciò, ha così fame di caricare Ghali, di renderlo una bandiera della sua battaglia, che interrompe praticamente ogni risposta del rapper e continua a mettere parole in bocca all'ex Troupe d'Elite anche mentre presenta "Bacio Feroce" di Saviano.


Semplicemente le questioni sono due: il rap non ha bisogno di essere esplicitamente politico per essere degno di nota. E in secondo luogo affibbiando a TUTTE le barre di Ghali un messaggio che in realtà non c'è, si perdono quelle piccole perle come "La mia tipa ha più curve di un ultras / Quando passa dici "Urka" (Yeah!) / Spacca pure con il burqa (Rapapam!)" che invece sarebbero in grado di normalizzare tutta una serie di cosa che in Italia rappresentano ancora un problema.

Quindi: se Ghali merita di andare in prima serata davanti al pubblico più generalista possibile—e lo merita eccome—, è perché è un artista completo, che fa bene alla musica rap e pop. Usare la sua musica come feticcio di una diatriba d'attualità e caricarla di un significato a compartimenti stagni ("Ghali è il rapper pro Ius Soli") significa che uno degli show (in teoria) più progressisti nel catalogo della TV italiana non ha ancora capito davvero niente di una cultura che fa muovere il culo di milioni di ragazzi italiani.

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