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Recensione: Helios - Veriditas

Quelli di Helios sono i suoni di una persona che riesce a vedere la luce anche quando il buio la circonda.

di Andrea Bosetti
10 settembre 2018, 1:29pm

Keith Kenniff mi ha accompagnato per buona parte della vita. Da che in adolescenza conquistò il mio cuore con Eingya, l’occhialuto compositore del Maine non mi ha mai abbandonato, non ha mai smesso di scaldarmi con la sua ambient contemplativa, con i suoi frammenti malinconici eppure risoluti. Quelli di Helios sono i suoni di una persona che osserva il mondo conscio delle sue bruttezze e delle sue sofferenze, ma che in qualche modo va oltre, guarda sempre avanti e riesce a vedere una luce indipendentemente dal buio che ha attorno. Anzi, l’oscurità in qualche modo gli è amica: “La mia mente è meno distratta quando so che fuori è tutto buio”, dice parlando di Veriditas.

E Veriditas è un album che suona 100% Helios nonostante gli elementi di discontinuità rispetto a tutto il resto della sua discografia, ma non è un risultato così sorprendente. Più di dieci anni fa aveva provato a cantare, su Ayres, ma dopo quell’EP Keith dietro al microfono non ci è più andato (al massimo chiede di cantare a sua moglie Hollie nella band tutta in famiglia Mint Julep, ma quella è un’altra storia); questa volta invece compone un disco intero senza percussioni e senza chitarre, eccezion fatta per l’arpeggio acustico tutto folk di “Upward Beside The Gate”. Il resto sono sintetizzatori: spazi che si aprono a perdita d’occhio (“Row The Tide”), scorci di sogno che svaniscono prima che tu possa acchiapparli (“Seeming”), dediche d’amore lo-fi che da scarne ed essenziali si arricchiscono di sfumature via via (“Toward You”). Tutto un immaginario che, anche senza beat, Helios ci ha già fatto conoscere in questi quindici anni di pubblicazioni.

Per il concetto di Veriditas, invece, bisogna risalire un po’ più indietro nel tempo, perché Helios mutua il termine, una crasi tra le parole latine “verde” e “verità”, dalla santa cattolica Ildegarda di Bingen. Nel dodicesimo secolo la donna, che prima di diventare santa fu studiosa delle scienze naturali, teorizzò una sorta di verdezza, caratteristica del potere divino che unisce un’integrità inscalfibile (la verità) e allo stesso tempo la forza del rinnovamento (il verde, il colore del rigoglio). E Kenniff ci tiene a specificare: per quanto dica di non essere una persona molto spirituale, in relazione ad un credo religioso, “sento anche una connessione profondissima tra l’estetica di ciò che trovo piacevole in natura e ciò che provo quando scrive musica”. E con poche parole anche questi quindici anni di illustrazioni, dalla contemplazione di questa cima innevata che sembra sciogliersi nella tempera, fino alla skyline storta in Unomia, trovano un collegamento.

E Keith Kennif è sempre lì, un po’ in disparte, che osserva con attenzione, che trae forza dalla natura, pronto a dipingere paesaggi sonori in cui perdersi e ritrovarsi e perdersi di nuovo.

Veriditas è uscito il 31 agosto per Ghostly International.

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