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Com'è che gli italiani hanno iniziato ad aver paura dei vaccini?

E come politica e media alimentano consapevolmente, e irresponsabilmente, questa paura. Ne abbiamo parlato con lo storico della medicina Andrea Grignolio.

di Leonardo Bianchi
24 luglio 2018, 6:19am

Non passa praticamente settimana senza una qualche polemica sui vaccini. All’inizio dello scorso luglio c'è stata la questione dell’autocertificazione proposta dal ministro della salute Giulia Grillo, avversata un po’ da tutti; poi sono arrivate alle accuse del Guardian a Lega e M5S, la “coalizione populista” che avrebbe dato una spinta al “piccolo ma agguerrito movimento antivaccinista”; e ha fatto parecchio discutere anche la multa comminata a un'esponente del movimento complottista "Riprendiamoci il Pianeta" per procurato allarme.

Qualche settimana fa, invece, Grillo ha proposto un "obbligo flessibile" e "graduato," aggiungendo che "l'informazione è fondamentale perché i cittadini, se messi davanti ai dati oggettivi, sono convinta che razionalmente sceglierebbero di vaccinarsi." L'annuncio è stato seguito dai fatti: in Senato è stato approvato un emendamento al decreto Milleproroghe che rinvia di un anno l'obbligo vaccinale per l'iscrizione alla scuola materna.

In aula, la senatrice del M5S Paola Taverna ha spiegato che lo scopo del rinvio è quello di "permettere alle famiglie di vaccinare i propri figli in ambienti che siano in grado di accogliere i bambini, e non, come accade oggi, dove i centri vaccinali sono simili più a quelli dove si mandano le bestie." L'ordine dei medici, dal canto suo, ha opposto un netto rifiuto alla proposta; mentre l'ex ministro Lorenzin l'ha definita direttamente una "vittoria dei no-vax."

Se poi si riavvolge un attimo il nastro e si ripercorre l’accesissimo dibattito sorto intorno al tema negli ultimi anni, si potrebbe pensare di trovarsi di fronte a qualcosa di relativamente nuovo e inaudito. Ma è davvero così? In realtà, non proprio: l’opposizione vaccinale affonda le sue radici tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, e le resistenze sociali in determinate fasce della popolazione sono sempre state una costante.

Tempo fa, il professore Andrea Grignolio—che insegna storia della medicina alla Sapienza—ha ricostruito in dettaglio tutte queste cose nel saggio Chi ha paura dei vaccini?. E visto che il tema rimane così incandescente, mi sono rivolto a lui per farmi spiegare dove e perché sono nate queste resistenze, perché il discorso antivaccinista fa presa nella società italiana, e quale ruolo giocano media e politica nella costruzione di un clima di sfiducia nei confronti delle autorità sanitarie e, dunque, dei vaccini stessi.

VICE: Vorrei partire dalle radici storiche dell’antivaccinismo. Dove e quando nascono i movimenti antivaccinali?
Andrea Grignolio: Nascono ancor prima della vaccinazione, quando c’era la variolazione. Questa consisteva nel passaggio del vaiolo da pustola a pustola, da braccio a braccio. C’erano diversi casi mortali, e le stime che abbiamo dicono che nel Settecento il tasso di mortalità della variolazione era piuttosto alto, intorno al 6-7 percento. Un numero così alto di esiti negativi ha creato un rifiuto.

Anche con l’avvento della prima vaccinazione, alla fine del Settecento, le resistenze della popolazione sono note sin da subito, anche sulla stampa—penso alle vignette del famoso vignettista britannico James Gillray. Il tutto si solidifica a metà dell’Ottocento, quando si formano le prime leghe antivaccinali in Inghilterra e da lì si diffondono.

All’inizio del Novecento, poi, il grande successo della vaccinazione vera e propria (cioè non solo contro il vaiolo, ma contro altre malattie) relega nelle frange marginali della popolazione gli oppositori, che diventano numericamente ancora più esigui. Arriviamo così alla recrudescenza partita negli Settanta e Ottanta del Novecento.

Una vignetta del 1802 dell'illustratore satirico inglese James Gillray. Via Wikimedia Commons

Quali sono le differenze tra i movimenti antivaccinali del passato e quelli moderni?
Per capirlo, faccio un esempio: alla fine dell’Ottocento, in Inghilterra, si sviluppa un dibattito molto acceso sull’obiezione di coscienza—un istituto giuridico nato a causa delle resistenze alla vaccinazioni. Il governo britannico di allora fa una cosa molto sottile: si rende conto che al governo non conviene vietare la non vaccinazione, ma renderla molto complicata a livello burocratico.

Stabilisce dunque che bisogna farla in una determinata fascia d’età, prendere il treno e raggiungere Londra, sostenere la propria posizione antivaccinista di fronte a due (talvolta tre) funzionari pubblici, e così via. Insomma: sulla carta è qualcosa di possibile; di fatto, però, la gran parte della popolazione—che era povera e viveva nelle campagne—non può permettersi di perdere tutto questo tempo e gettare ore di lavoro.

Ora, tutto questo cambia alla fine del Novecento, a partire dagli Settanta. Negli anni Novanta c’è un aumento vertiginoso dei movimenti antivaccinali, dovuto sostanzialmente a dei documentari trasmessi in televisione, che diffondono timori ingiustificati, al caso Wakefield e all’avvento di Internet.

C’è così uno spostamento della fascia sociale rispetto all’Ottocento: da quella con un basso livello di istruzione e una difficile condizione socio-economica, si arriva a quella con un alto livello di istruzione e un profilo socio-economico piuttosto stabile.

Volevo soffermarmi proprio su questo apparente paradosso, che lei documenta nel libro. Ossia: oggi, le maggiori resistenze alla vaccinazione vengono dalla fascia più istruita ed educata della società. Come mai?
Parliamo della fascia di popolazione che si informa maggiormente, e che si sottopone ad un “sovraccarico informativo.” Questa fascia, in particolare, si informa principalmente su Internet—e sappiamo che in rete i siti contrari alla vaccinazione sono quasi più di quelli favore.

Il livello alto di istruzione, inoltre, permette di tener fede ad un’idea, ad un’ideologia anche “naturista,” o ad assumere posizioni favorevoli all’omeopatia o a metodi steineriani, che sono tendenzialmente contrari alla vaccinazione.

Qual è—e qual è stato—il ruolo dei media italiani nella diffusione di dubbi e paure sui vaccini?
Fino a un paio di anni fa, i media hanno sostanzialmente latitato sulla questione. Non hanno seguito molto; e quando l’hanno fatto, tendenzialmente non è andata bene. Valga per tutti l’ultimo caso di Report, che ha fatto uno scempio di trasmissione sul vaccino anti-HPV dicendo molte falsità.

Detto ciò, non mi sento di accusare tanto la televisione, perché il grosso della disinformazione sui vaccini è da cercare sulla rete—ed è lì che si è gonfiato maggiormente l’antivaccinismo.

A tale proposito: quali sono le tesi antivacciniste che vede girare di più sui social o sul web?
L’ evergreen è la relazione autismo-vaccinazione, che riguarda soprattutto il trivalente tirato in ballo da Wakefield nel 1998 ma coinvolge anche altri vaccini, accusati di causare ritardi o malattie neurodegenerative.

Poi ci sono le accuse di contenere metalli pesanti, sostanze tossiche o nanoparticelle—le variazioni sono parecchie, ma il ragionamento di fondo è i vaccini che siano “impuri.” Una terza categoria è quella del “sovraccarico vaccinale,” che si declina in vari modi: c’è chi sostiene che siano troppi, e che quindi i vaccini dovrebbero essere fatti singolarmente. Questa è un’idea che c’è da sempre, almeno dall’Ottocento, e la si ritrova persino nei leaflets che venivano distribuiti in Inghilterra all’epoca.

All’interno di questa categoria farei poi rientrare l’idea che i vaccini si fanno “troppo presto,” e che quindi si deve aspettare un anno e mezzo o due. È un errore madornale, ovviamente, perché sappiamo che le malattie infettive hanno un’incidenza di mortalità altissima nei bambini piccoli.

Infine, c’è una quarta argomentazione sostenuta anche da chi non è contrario ai vaccini: quella dei grandi interessi delle multinazionali, che a loro volta—restando nel filone del complottismo—ci nascondono pure le reazioni avverse.

In effetti, la posizione “economica” sullo strapotere di Big Pharma e sugli interessi commerciali dietro i vaccini è sicuramente una delle più gettonate. Ma come funziona il meccanismo per cui dall’opposizione alle multinazionali, cioè dall’economia e dalla finanza, si passa a dubitare della sicurezza dei vaccini e quindi della scienza tout court?
Dietro a questo meccanismo c’è una doppia convinzione. La prima ritiene che i vaccini siano nocivi, e che le multinazionali li distribuiscano solo ed esclusivamente per guadagnarci; la seconda, più attenuata ma ugualmente paranoide, è che i vaccini non facciano male ma che siano inutili, perché oggi le condizioni igienico sanitarie sono eccellenti. In sostanza: ce la possiamo cavare con una bella corsa, magari una dieta vegana, o con uno stile di vita sano. Le multinazionali ci venderebbero dunque dei vaccini che non servono a nulla.

Ora, se queste tesi fossero vere dovrebbero essere sorrette da dati. Sappiamo però che la spesa vaccinale—stando agli ultimi dati che abbiamo—incide appena l’1,4 percento sul totale della spesa pubblica sanitaria in Italia. Se pensiamo che altri farmaci impattano tra il 6 e il 7 percento, e gli anti-tumorali addirittura l’11, capiamo che la spesa effettiva sui vaccini è irrisoria. Non è pertanto vero che dietro c’è questo grande interesse economico.

Attenzione: ciò non vale solo in Italia, ma per tutta Europa. In Francia, Germania, Inghilterra e Spagna, per esempio, la spesa per la vaccinazione non supera il punto e mezzo percentuale. I vaccini sono farmaci estremamente economici.

Se questo non bastasse, bisogna andare a vedere che mentre negli anni Cinquanta c’erano almeno 30 multinazionali che producevano vaccini, negli anni Ottanta si sono ridotte a 16 e oggi sono praticamente 5. Di preoccupante c’è che non si sta facendo grande ricerca sui vaccini, proprio perché non è un settore della farmaceutica che frutta soldi.


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Perché tutte queste tesi sono così persistenti e attrattive, nonostante siano state smentite più e più volte?
Qualche settimana fa è uscito su Science un articolo intitolato “La scienza delle notizie false,” che spiega molto bene perché le notizie false si diffondono con più facilità e meglio delle notizie vere. L’altro motivo è che le teorie del complotto sono più semplici da capire, danno un’idea di “freschezza,” sono interessanti: i dati scientifici sono invece più complessi da andare a vedere.

In più, e nel libro mi ci soffermo molto, la scienza è contro-intuitiva: noi siamo impermeabili ai dati. E quando abbiamo una credenza di fondo, rifiutiamo tutto ciò che va contro questa credenza. Se io leggo che Wakefield è un ciarlatano ed è stato radiato a vita dall’ordine dei medici britannico, posso comunque essere predisposto a pensare che abbia ragione.

Oggi è praticamente impossibile trovare un antivaccinista che si definisca come tale. Piuttosto, si usano espressioni quali “free-vax,” si sostiene di essere per la “libertà di scelta” o contro l’obbligo sancito dalla legge Lorenzin, e si promuovono rimedi alternativi e “naturisti.” Addirittura, si giustificano certe posizioni usando alcuni articoli della Costituzione. Quali sono le strategie retoriche usate da chi si oppone ai vaccini? Sono cambiate in questi anni?
Sinceramente, non ho visto un nuovo singolo argomento negli ultimi anni—sono sempre quelli; e tra l’altro, non sapevo che in Italia ci fossero così tanti libertari! Ironia a parte, penso che tutti questi riferimenti all’idea che lo Stato non debba entrare nelle scelte sanitarie delle singole famiglie sia dovuto sostanzialmente ad un antivaccinismo di fondo, che cerca di nobilitare le proprie ragioni basse e anche egoiste.

Nel libro parlo di “parassitismo morale,” gli americani invece sono più teneri e usano il termine “ free rider” per indicare persone che in vari ambiti morali vogliono godere dei diritti senza prendersi alcun rischio.

Prima abbiamo parlato della credenza sul “sovraccarico vaccinale.” Come lei sa perfettamente, il ministro dell’interno Matteo Salvini ha ripetuto la litania che “dieci vaccini sono inutili e dannosi” e ha pure rilanciato tesi e pubblicazioni di noti no-vax. Visto che prima d’ora Salvini non si era interessante un granché al tema, come mai ha iniziato a parlarne adesso? E perché proprio in questo modo?
Matteo Salvini, insieme all’altra metà del governo, è un populista; questo è chiarissimo. E quindi si appropria di temi che toccano la pancia del paese, strizza l’occhio a paure, raccoglie le incomprensioni della società e si dimostra d’accordo con i timori di quella parte della popolazione più emotiva. Utilizza, cioè, una strategia politica per raccogliere i voti, e anche per distruggere la fiducia nelle istituzioni.

Ora: la fiducia è il punto centrale nella relazione tra medico e paziente, nonché tra cittadino e istituzione sanitaria. Se noi la mettiamo in crisi, se si mina questo rapporto dicendo che non bisogna più fidarsi dello Stato e delle competenze, be’, da un lato si mette mano su un principio su cui si fondano le democrazie liberali, e dall’altro si crea un contatto diretto tra lo stregone/politico di turno e la popolazione, che nel Novecento non ha portato a grandi risultati.

La nuova ministra della salute, Giulia Grillo, ha più volte ribadito di non essere una “no-vax”; e con il M5S collabora da tempo il professore Guido Silvestri. Tuttavia, il mese scorso due esponenti del M5S si sono incontrati con il medico radiato Dario Miedico e una delegazione del suo movimento SìAmo. Insomma: come giudica la posizione del M5S sui vaccini—non solo adesso, ma anche negli ultimi anni?
La trovo ambigua, perché cerca di stare con il piede in due scarpe—basta pensare a quello che diceva lo stesso Grillo sulle vaccinazioni nei suoi spettacoli. È una questione che viene da lontano, insomma.

Se però è vero che da un lato stringe l’occhiolino ai no-vax in vari modi, talvolta con più o meno efficacia, dall’altro bisogna dire che all’atto pratico abbiamo un ministro che non mi pare sia contraria alla vaccinazione. Certo, ha trovato una situazione di comodo con questa autocertificazione. Aspettiamo comunque di vedere per valutare.

Prima e dopo la campagna elettorale, si parla sempre più insistentemente di cancellare l’obbligo vaccinale imposto dalla legge Lorenzin, o quantomeno di ridimensionarlo. Cosa potrebbe comportare una sua modifica in questo momento, posto che i dati ufficiali ci dicono che le coperture stanno aumentando?
Visto che l’obbligo c’è, secondo me va mantenuto. I dati che abbiamo oggi, che riguardano la coorte del 2015, riguardano solo quattro mesi di obbligo: quindi non sappiamo effettivamente quale parte sia da ascrivere alla legge, e quale alla campagna informativa che ha preceduto l’obbligo. Sarebbe se non altro opportuno continuare a vederne l’effetto, visto che sono aumentate le coperture—come del resto è successo in California.

Qualora dovesse essere rimosso, le vie potrebbero essere due. Da un lato con gli incentivi, come ha fatto l’Australia: se tu hai la scheda vaccinale in regola, lo Stato propone una detrazione sulle tasse o sui trattamenti terapeutici. Dall’altro, con la dissuasione—come fanno gli stati scandinavi, che imperniano la loro strategia sul principio di responsabilità.

Si potrebbe dunque pensare di eliminare l’obbligo, e di farlo rientrare solo nel momento in cui si va sotto le soglie di copertura. In questo modo non solo si dà ampia responsabilità alla cittadinanza, mettendo sulle spalle dei no-vax il ritorno dell’obbligo; ma soprattutto si applicherebbe quel principio della competizione virtuosa tra distretti, che punterebbero ad avere la soglia più alta.

Per finire: qual è, secondo lei, la strategia migliore per contrastare gli oppositori alla vaccinazione—sia quelli più “radicali,” che quelli che hanno dubbi o sono semplicemente preoccupati?
Bisogna appunto differenziare i vari tipi di oppositori, visto che anche la letteratura scientifica li tratta in maniera differente. Sappiamo che con quelli radicali, i cosiddetti “ refusals,” è molto difficile far cambiare loro idea o ricondurli alla vaccinazione; la percentuale è comunque bassa, che oscilla in Europa sul 3 percento—in Italia anche meno.

Grandi rimedi, tuttavia, non ce ne sono. Ci sono stati un paio di esperimenti, e se si ricorre alla percezione del rischio si può fare qualcosa: nel senso che non conviene mai insistere sull’efficacia della vaccinazione, ma sui rischi delle malattie infettive.

Per il resto, è consigliabile non contraddire i genitori con quelle che tecnicamente sono chiamate “informazioni correttive,” perché si possono toccare pregiudizi molto radicati che spingono le persone a radicarsi ancora di più.

Un’altra strategia è quella di allontanarsi da una spiegazione di tipo generale, per esempio che si riferisca all’immunità di gregge—cioè all’utilità per la società di avere una copertura vaccinale diffusa: conviene piuttosto calibrare l’informazione sull’utente.

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