Il movimento “Plastic Free” potrebbe essere la nuova dieta di tendenza

Il movimento “Plastic Free” potrebbe essere la nuova dieta di tendenza

Il packaging alimentare di plastica sarà la prossima cosa che i millennials distruggeranno?
Phoebe Hurst
London, GB
3.9.18

Ho deciso di ridurre il mio uso di plastica giornaliero per una sola ragione: le pulcinelle di mare. Quei piccoli, adorabili uccelli dai becchi arancione brillante e la panciotta tonda (sono così carini e cicciottelli che vorrei solo schiacciarli tipo antistress). E il loro modo di sculettare come i clown e per le loro ali sorprendentemente forti, che li trasportano per miglia sopra l’Oceano Atlantico sbattendo 400 volte al minuto.

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Questa lampadina mi si è accesa dopo un viaggio nelle Isole Farne, praticamente delle rocce disperse appena di fronte alla costa di Nothumberland.

A parte il quartier generale dei rangers, le isole sono disabitate. Tra Aprile e Luglio, però, diventano il luogo in cui vanno a procreare le pulcinelle. Così ho preso uno di quei traghetti pieni di turisti e birdwatcher e sono andata a vedere questi uccellini felici volare in picchiata per prendere dei pesci o delle anguille di sabbia, riuniti in stormi monocromatici che sorvolano la scogliera. E sì, ci siamo anche inteneriti guardando i piccoli uscire dai nidi, così soffici e dolcemente disorientati. Sono nel bel mezzo di un paradiso di pulcinelle di mare mi viene da piangere. È così che sarebbe stata la Terra se gli esseri umani non si fossero concentrati solo sui veicoli a diesel e sul consumismo sfrenato?

Così sono tornata a casa e ho fatto delle ricerche. Più di un milione di uccelli acquatici muoiono ogni anno per colpa della plastica, e il numero delle pulcinelle di mare sulle Shetland è crollato clamorosamente è crollato clamorosamente negli ultimi anni, in parte anche a causa della plastica che c’è sulle loro spiagge. Hanno predetto che nel 2050 il 99% degli uccelli in habitat marino avranno della plastica nello stomaco.

In un giorno normale si comprano un panino incartato con la plastica, un barattolo di yogurt di plastica, o un cestino d’uva fatto di plastica: spesso i bicchieri del caffè sono in plastica. Poi ho pensato ai piccoli uccelli acquatici e mi sono sentita un mostro.

BBC documentary series Blue Planet II showed the impact of plastic pollution on sea creatures. Photo courtesy BBC.

Non sono l’unica disgustata da questa faccenda della plastica, ovviamente. L’anno scorso lo è stato il programma della BBC “Blue Planet II ”- una serie di documentari di David Attenboroughs a tema oceani-, ad esempio. Nell’ultimo episodio, il naturalista anziano tira le somme dell’impatto dell’uomo nella vita marina. Quella sera più di 37 milioni di persone in Gran Bretagna (che fa circa il 62% della popolazione), hanno guardato pieni di orrore una tartaruga lottare per liberarsi da una busta di plastica e dei piccoli di albatros nutrirsi con rifiuti di plastica.

Da quel momento, all’improvviso, il problema della plastica monouso non era più ignorabile. “Potrei scriverci un libro su questo episodio e l’effetto che ha avuto dopo”, se la ride Lucy Siegle, giornalista specializzata in ambiente e autore di “Turning the Tide on Plastic" (“Invertiamo la rotta con la plastica”, NdT). E ci spiega alcune cose: “Il packaging di plastica per il cibo è qualcosa che è stata sempre considerata una minaccia minima. Anzi, non penso nemmeno sia stata considerata una minaccia, fino a che Blue Planet II non ha letteralmente cristallizzato il concetto in un modo stupefacente”.

L’industria alimentare è una delle maggiori cause dei rifiuti di plastica. Delle 170 tonnellate prodotte in Gran Bretagna ogni anno, la maggior parte di quelli che finiscono nelle discariche sono gli imballaggi dei cibi. Un recente rapporto del National Audit Office ha criticato la gestione dell’Agenzia dell’Ambiente, avvertendo che la plastica da smaltire che viene spedita all’estero “potrebbe essere gestita nelle discariche e che contribuisce all’inquinamento”.

Con i rifiuti di plastica costantemente nell’agenda di governo e sulla bocca di tutti, il numero delle persone che sta facendo delle scelte drastiche su come fa la spesa, sta salendo giorno dopo giorno. E non si accontentano semplicemente di portarsi dietro delle shopper di tela o di rifiutare delle posate di plastica, cercano in una buona parte dei casi di tagliare con ogni singolo contatto con la plastica monouso che gli possa capitare nella vita. Molti sono giovani e attivi sui social, sbandierano slogan tipo “rifiuti zero” e “no plastic”, e fanno dell’eco-friendly la loro reputazione online. Quindi, per farla breve, i millennials sono quelli che stanno determinando una bella svegliata riguardo alla questione ambientale.

La 22enne Aino Ojala ha aperto il suo account Instagram “plastic free, rifiuti zero” circa un anno fa (@ainowonders), dopo essere diventata vegana e aver cominciato a pensare seriamente sull’impatto che lei stessa da all’ambiente. I suoi post spaziano dalle ricette di tofu fatto in casa in barattoli ai consigli su come usare i fondi di caffè come scrub per la pelle. Il tutto con un sacco di emojii di foglie verdi. Volevo diminuire i miei rifiuti giornalieri e documentare il tutto”, mi ha detto Ojala dalla sua casa in Finlandia. “Ainowonders è un grande motore per la mia vita, e non solo per parlare di rifiuti zero, ma anche per tenere traccia del mio impegno. È praticamente il mio diario zero rifiuti”.

Ojala non è l’unica che usa Instagram per monitorare la riduzione di plastica nella sua vita. Ho cercato l’hashtag #plasticfree su Instagram appena tornata dalle Isole Farne e mi sono ritrovata con centinaia di immagini che mi hanno illuminato ad hoc su paste in barattoli, pane sfornato in casa e bottiglie di latte di vetro. Così come didascalie che spiegano come acquistare grandi quantità di merci e alimenti deperibili senza plastica. Qualcuno ha fatto persino un meme alla “Hotline Bling” sui broccoli incartati con la pellicola. Ovviamente ci sono anche degli influencer “plastic-free”. Gli account @zerowastehome e @simply.living.well hanno rispettivamente 166.000 e 45.000 follower, mentre Lauren Singer, amministratore delegato del Package Free Shop a New York, ne ha oltre 250.000 , e carica post sponsorizzati di marche di alcolici eco-friendly e si fa dei selfie con bottiglie d’acqua riutilizzabili.

È molto difficile non fare paragoni tra questi profili molto seguiti di instagrammer che si concentrano sull’abbandono della plastica e quei movimenti sul benessere che ci comparivano sui social qualche anno fa. Guardare l’immagine di una bella donna con una borsa di tela sulla spalla, che compra le verdure sciolte al mercato di contadini del quartiere, con una frase come “non fate più rifiuti con la mia borsa @packagefreeshop!!”, suona molto simile allo scrollare l’account di Deliciously Ella che ti cerca di vendere il suo ultimo libro di ricette a base di vegetali. Entrambe ti promettono una vita migliore.

Se gli scrub per il corpo fatti in casa che si trovano su Instagram saranno d’ispirazione come lo era il tag geografico SoulCycle è tutto da vedere, ma certamente il movimento plastic-free pare aumentare tra il popolo del social sempre di più. All’inizio di questa estate, il rivenditore di marchi di lusso Net-a-Porter, si è impegnato a fare il suo catalogo senza uso di plastica, e la principessa Eugenie ha rivelato a un intervista su Vogue che anche il suo matrimonio sarà nel nome dell’anti-plastica. Nel momento in cui sto scrivendo tutto ciò, mi è arrivata una pubblicità in mail di una palestra trendy dell’East London, che dice che toglieranno tutte le loro bottigliette d’acqua in vendita. E ovviamente c’è un link alla fine della mail dove poter comprare una borraccia di acciaio inossidabile con il simbolo della Libertà spiaccicato sopra alla modica cifra di 45 euro.

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Ho chiesto a Ojala se lei pensa che il plastic-free sia solo un trend del momento, come lo erano il benessere e il mangiare sano. "Forse”, mi risponde. “Ma pensa che moda incredibile sarebbe, se sempre più gente iniziasse davvero a tagliare i rifiuti di tutti i giorni. Non ci vedo nessun problema. Vedere delle persone che fanno tutti le stesse cose su Instagram e queste cose significano fare del loro meglio per ridurre il nostro impatto sulla terra mi rende solo felice”.

Rose Lloyd Owen, chef e fondatrice del catering Peardrop London, ha notato delle connessioni molto più specifiche tra la recente moda di abbandonare la plastica e il movimento benessere. A maggio, ha fondato un club in cui si cena senza uso di plastica, con piatti che sono stati preparati senza mai usarne, dagli chef che credono nel movimento ecologico Tom Hunt e Chantelle Nicholson. Alla fine del pasto, tutti gli invitati venivano incoraggiati a impegnarsi sulla questione plastica e rinunciare a tutte le buste, cannucce e caffè per una settimana. “Sta diventando una cosa di tendenza”, ci dice Rose, parlando di una vita senza plastica. E poi ha continuato dicendo: “Il boom della questione salute è stato incredibile da vedere. Penso che adesso sia sulla cresta dell’onda e siamo nel mezzo di un approccio assolutamente alla portata anche dei giovani. Penso che sia anche questa una parte del prendersi cura dell’ambiente, non solo il programma Blue Planet: è un approccio della mente, del corpo e alla consapevolezza dell’inquinamento che è venuto fuori”. Guardare l’immagine di una bella donna con una borsa di tela sulla spalla, che compra le verdure sciolte al mercato di contadini del quartiere, con una frase come “non fate più rifiuti con la mia borsa @packagefreeshop!!”, suona molto simile allo scrollare l’account di Delicious Ella che ti cerca di vendere il suo ultimo libro di ricette a base di vegetali. Entrambe ti promettono una vita migliore.

Siegle, però, vede il movimento anti-plastica più grande di una generazione di instagrammer. Come articolista del Guardian sullo stile di vita etica e come autore del The One Show, ha monitorato la questione dei rifiuti di plastica per più di dieci anni, e pensa che il problema riguardi “una grande varietà di persone”. “Questo è forse l’unico problema che ha avuto un’eco incredibile indipendentemente dalle regioni, classi, dalle fasce economiche e quelle politiche”, ci dice. “Una volta abbiamo pulito una spiaggia e c’era un ragazzo dell’UKIP (il partito ultranazionalista britannico, ndr.). Non voglio stare qui a dare giudizi, ma quello che mi ha sorpreso era vederlo in quel posto. Abbiamo fatto una chiacchiera parlando di plastica ed è una cosa che per esempio lui sentiva moltissimo".

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Per dare dei numeri, più di 162.000 persone hanno risposto alla recente consultazione di governo sui rifiuti di plastica, un numero senza precedenti di gente che supporta delle decisioni da prendere riguardo alla plastica usa e getta. “Penso che questa cosa risuoni proprio perché a sostenerla ci sono persone molto diverse, con personalità e idee molto diverse che qui sono unite”, ci dice Siegle.

Shelves of pasta, oats, pulses, and other dry foods at Harmless, a plastic-free shop in North London. Photo by the author.

E il movimento per limitare l’uso della plastica, non è confinato solo su internet. In uno dei giorni più appiccicosi di quest’estate, sono andata a visitare Harmless, un alimentari dove non si usa alcuna forma di plastica nel nord di Londra. Aperto quattro mesi fa da Tarmi Jarvis, ha le pareti interamente coperte da scaffali con barattoloni di vetro che contengono pasta, riso, lenticchie, farina, tè, caffè e altra roba secca. La gente si porta da casa i propri contenitori o sacchetti, li riempie, e paga a peso.

“La pasta è stato il motivo principale che mi ha fatto decidere di aprire questo posto, perché ne mangio un sacco ed è in pacchi da 500 grammi l’uno che dopo due volte devi buttare”, mi spiega Tarmi. Come Ojala, Tarmi è diventata vegana circa due anni fa, e ha iniziato a vedere come fare per ridurre l’impatto sull’ambiente nella vita di tutti i giorni. Diciamo che Facebook è stato il suo motore di ricerca principale: si è vista innumerevoli video di animali intrappolati nella plastica e altri su attivisti del campo. Ha iniziato smettendo di usare l’olio di palma e riducendo l’uso di plastica, ma non pensava fosse abbastanza. "Questo è stato l’inizio della crisi mistica che mi ha colpita”, ricorda Tari. “Avevo solo 25 anni, ma ho avuto un crollo emotivo totale. Tutto: il mondo, le carestie, tutto davvero, perché alla fine ho scoperto che ogni cosa era collegata con l’altra”.

Tami Jarvis, founder of Harmless.

Tari ha mollato il suo lavoro da venditrice di prodotti per capelli e ha fatto una campagna crowdfounding per aprire Harmless. È uno dei tanti nuovi negozi che perseguono la linea dei rifiuti zero a Londra, fondati da donne giovani, insieme a Hetu a Clapham e al Bulk Market ad Hackney. Dal momento che una delle motivazioni principali per cui Jarvis ha aperto il suo negozio era istruire le persone riguardo al problema dell’inquinamento, si è servita anche lei dei social per evidenziare il problema grave dei rifiuti di plastica. “Gli esseri umani sono compassionevoli per natura, ma certamente i social media aiutano”, ha detto. “Prima vivevamo solo con i giornali. Eravamo vincolati a sentire solo quelle notizie, ma ora, con internet, c’è stato un effetto domino. Una persona sola può vedere un video e parlarne ad altre tre che possono ricondividere ad altre ancora. E quando l’informazione viaggia attraverso il video di una tartaruga con il muso stretto in una morsa di plastica e senti le sue urla di dolore, non puoi più pensare che sia un problema reale”. Stando ad ascoltare le parole di Tari accanto ai barattoli di quinoa, ho sentito immediatamente il desiderio di cambiare il mio modo di fare la spesa. Ho cominciato a fantasticare di fare una lista della spesa e di andare la domenica pomeriggio in bicicletta al mercato di contadini del mio quartiere facendo la spesa con le mie deliziose scatole di latta. Mi è venuta la voglia di cucinare di più, mangiare meglio e mettere da parte i soldi- tutto per aiutare a sconfiggere l’inquinamento! Jarvis mi ha offerto un’albicocca secca ed è probabilmente il frutto disidratato più buono che abbia mai mangiato in vita mia. Tornando in ufficio, mi sono soffermata sulle mail con le borracce carine, nonostante sapessi che in realtà posso riutilizzare la bottiglia di plastica che ho da qualche parte in borsa. In tutto queste promesse di un ritorno a un’esistenza semplice, è difficile però separare il trend del cibo senza confezioni di plastica dall’ennesimo consumismo che sta venendo fuori da tutto questo casino. Starbucks avrà forse eliminato le cannucce di plastica, ma vogliono ancora che compriamo cappuccini a profusione nei loro bicchieri che sono notoriamente difficili da riciclare. La recente mossa della Nestlè di fare tutti i suoi packaging riciclabili o riutilizzabili entro il 2025 è stata criticata da GreenPeace come “dei piccoli passi per lavarsi la coscienza in maniera green…pieni di obiettivi ambigui o inesistenti”.

E io mi chiedo anche quanto possa essere fattibile lo stile di vita a livello di plastica minimo, senza avere la possibilità di comprare delle carinissime piccole scatoline di latta. Pianificare i pasti in anticipo e fare la spesa in questi negozi speciali a rifiuti zero può rivelare dei costi in termini di tempo e denaro pesanti rispetto ai supermercati tradizionali, rendendo questa vita praticamente impossibile a chi non ha un minuto libero o chi ha un basso reddito. A questo proposito Siegle cerca di affrontare le questioni nel suo libro “Turning the Tide on Plastic”. Sottotitolo: “Come l’umanità - e tu stesso - possono rendere il mondo pulito di nuovo”. Il libro non si sofferma sulla pulizia di coscienza delle aziende (“il momento in cui tu non compri qualcosa è sempre un momento di vittoria per il Pianeta”, è una delle sue frasi ricorrenti), ma offre consigli pratici a chi sta cercando di ridurre i propri rifiuti di plastica, indipendentemente dai suoi guadagni o dal tempo che ha a disposizione. E molti di questi consigli sono pratici e non molto “instagrammabili”. “Nel libro non abbiamo fatto delle considerazioni sul fatto che la gente debba per forza comprare all’ingrosso nei mercati, in realtà ci siamo occupati di diversi punti. E parliamo soprattutto di come sfruttare questi trucchi nei normali supermercati”, ha detto Siegle, riferendosi a cose come usare i sacchetti di carta destinati ai funghi per incartare le altre verdure sfuse e al comprare il pane non confezionato dal banco panetteria. Di fatto, Siegle considera la questione plastic-free come una cosa di tutti i giorni, reale, molto più di una semplice aspirazione. Il che, penso, è una cosa piuttosto vera per qualsiasi cosa venga promossa su Instagram. “Per me, sciogliersi dalla plastica, è una bella aspirazione per alcune persone, e lo vedo quanto sono prese dalla cosa, ma non è questo lo scopo del mio libro”, continua. Tari Jarvis invece, la mette su un piano diverso, quando le faccio notare che i negozi a rifiuti zero magari non sono accessibili proprio a tutti. "Tutti parlano di quello che conviene, ma la convenienza di adesso non sarà utile ai nostri figli in futuro”, argomenta.

Abbandonare la plastica, potrebbe essere più facile per alcuni, piuttosto che per altri, ora come ora, ma a differenza delle altre mode che proliferano sulle nostre bacheche dei social è il tema che più necessita di crescere ed essere preso seriamente. Senza fare dei seri cambiamenti nel nostro modo di fare la spesa e di mangiare, ci sarà – e lo dicono gli esperti in campo marino - più plastica che pesci entro il 2050.

“In definitiva, il concetto è molto, molto semplice”, dice Siegle. “In qualunque modo tu voglia definirti - cittadino, consumatore, opinionista, o qualsiasi diavolo di modo in cui vuoi chiamarti -, se non fermiamo subito questo flusso enorme di plastica, allora saremo in guai molto seri. Ed è così, punto. Non ci sono alternative”.

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Questo articolo è originariamente apparso su Munchies UK.