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Baby non è una serie per noi

Chi la guarda aspettandosi una serie sul caso delle baby-squillo dei Parioli ne rimarrà deluso, e c'è un motivo ben preciso.
Niccolò Carradori
Florence, IT
baby netflix
Foto via Netflix.

Venerdì scorso è uscita la prima stagione di Baby, la serie diretta da Andrea De Sica e Anna Negri che prende le mosse dal caso delle "baby squillo" dei Parioli—lo scandalo che metteva insieme liceali dei quartieri bene di Roma, magnaccia in giacca e cravatta, madri sfruttatrici e ricompense in cocaina.

Le aspettative erano alte, in parte perché la squadra di autori era composta da giovani e il prodotto sarebbe stato esportato in decine e decine di paesi, e in parte perché il caso di cronaca era stato molto dibattuto qualche anno fa, stimolando una certa attrazione narrativa.

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"La Roma delle squillo adolescenti secondo Netflix", "Le baby squillo dei Parioli diventano una serie": annunciando l'uscita di Baby, in molti si erano concentrati quasi esclusivamente su quest'ultimo punto, costringendo gli autori a spiegare che il mondo delle baby squillo era soltanto un punto di partenza, che la serie andava posizionata in un altro modo. Di quale altro modo si trattasse, però, chi ha completato insoddisfatto la prima puntata e le successive l'ha capito un po' tardi.

Perché questo va subito detto: in Baby non solo la cronaca è un'ispirazione da cui poi ci si allontana. La prostituzione stessa ha un ruolo marginale, che comincia a concretizzarsi solo alla quarta puntata, e prende poco spazio anche nelle sfere emotive delle ragazze che vi sono coinvolte. I loro personaggi sono raramente alle prese con quella parte della storia, rispetto a quanto lo sono coi problemi sentimentali e familiari.

Il corpo principale è quello di un classico teen drama: una varietà di liceali, ognuno con le proprie caratteristiche, che si intrecciano in relazioni amorose e sessuali, questioni di droga e sociopatia, tra licei privati e i soliti genitori disfunzionali—la madre nevrotica e insoddisfatta, quella che spreca i soldi della figlia, il padre beone che si porta le amanti sotto casa, e via così.

A una generazione più adulta, con diversi teen drama alle spalle, Baby non farà molto effetto. Nonostante la giovane età degli autori, la sceneggiatura non è particolarmente fresca o brillante, i dialoghi sono spesso banali e la quantità di sottotrame aperte discutibile. Certi personaggi, specialmente i più adulti, sembrano usciti da una sceneggiatura di Gabriele Muccino dei primi anni Duemila, con tutto quel carico di insoddisfazione e ipocrisia che abbiamo visto in centinaia di storie sulla borghesia romana. Non ci sono, insomma, molti elementi di innovazione rispetto alle decine di altri contenuti "generazionali" del passato, nemmeno nel linguaggio o nella struttura. Al di là delle stories di Instagram incorporate nel flusso delle scene, queste mutuano da un immaginario che gli over 20 conoscono benissimo.

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Ma quello che per una generazione rappresenta la banalità, per i 16enni di oggi rappresenta qualcos'altro: non sicuramente lo Skins della generazione nata dopo il 2000, ma un potenziale prodotto feticcio come lo è stato, che ne so, O.C. per chi oggi ha 30 anni.

I fattori che rendono Baby piacevole e appetibile per quel pubblico di liceali sono fondamentalmente due, al di là dei paragoni con i vari Elite o Skam (anche se è innegabile che il pubblico sia lo stesso).

Il fattore di maggior interesse è sicuramente la caratterizzazione dei personaggi. La serie è ricca di personaggi con cui un 16enne si può identificare, proprio perché spesso sono banali e dicono cose banali.

C'è la tizia seria e di buona famiglia che viene traviata in preda a emozioni che non sa identificare e che la allontanano dall'ipocrisia in cui è cresciuta, c'è il bullo misterioso ma profondo che vive uno scisma fra il quartiere popolare da cui proviene e una nuova vita fra i ricchi, c'è la tizia bella e pazza che va alle feste e frequenta solo persone più grandi, c'è la ragazza rigorosa e romantica che si innamora dell'outsider, c'è il tizio bello, ricco e viziato che se la tira, c'è il ragazzo gay che non sa come dichiararsi. Ci sono, insomma, molti appigli di identificazione e sublimazione dell'ego.

Oltre a questo, poi, Baby inserisce anche temi come la questione del revenge porn e dello slut-shaming, con battute ("Sei proprio una troia" "Perché, lui invece non ha fatto niente? Guarda che le cose si fanno in due") che soddisfano chi cerca un appiglio con la contemporaneità.

La formula, insomma, è questa: prototipi di personaggi belli fisicamente e banalmente arrizza-teenager come ne esistono da sempre, che si mandano playlist di Spotify per comunicare i propri sentimenti. Baby è il primo prodotto italiano di Netflix fortemente targettizzato per i nati dopo il 2000. E può andare bene così, basta guardarlo senza aspettarsi altro.

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