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Nel disco di Sfera Ebbasta c'è anche un po' di Vecchia Scuola

Al di là delle solite polemiche sulla Nuova Scuola, il featuring di Drefgold su "Sciroppo" è una delle cose più hip hop nel mainstream degli ultimi anni.

di Tommaso Naccari
24 gennaio 2018, 10:09am

Foto via Facebook.

Quando Sfera Ebbasta ha dichiarato in radio di non conoscere i Sangue Misto, dentro di me si sono fatti strada due sentimenti contrastanti: il primo mi ha fatto pensare “No, cazzo, non rovinare tutto così”. Il secondo mi ha reso felice, perché quello era esattamente lo specchio perfetto del ragazzino che ascolta e vive il rap in questo momento: per quanto sarebbe bello che tutti ci mettessimo a studiare e a scoprire le origini di quella che è a tutti gli effetti una cultura e un movimento, la realtà è che siamo in un periodo in cui tutto è mordi e fuggi, in cui il mantra sembra essere “qui e ora” e quindi ci sta che qualcuno non conosca i Sangue Misto (ma per puro piacere personale, se fai parte di quel “qualcuno”, ti invito a recuperarli).

C’è una barra di Marracash, che rispecchia forse perfettamente ciò che andrò a scrivere, o dalla quale si può partire per seguire al meglio il ragionamento: “Il rock glorifica il drogato, il rap lo spaccio, per questo rock lo sono e rap lo faccio”. Al di là della semplicità con cui il rapper della Barona ha messo giù un concetto così potente, ciò su cui vorrei soffermarmi è il tentativo di interpretare un genere musicale.

Per quanto probabilmente non abbia mai imbracciato una chitarra o un basso, Marracash si sente “di essere rock”, come se quel qualcosa fosse innato. Allo stesso modo, per quanto Sfera Ebbasta non si sia pompato “Cani Sciolti” e non sappia cosa sia una porra, e per quanto ami definirsi Rockstar e vantarsi di aver ucciso il rap con la Sprite e l’Autotune, alla fine la sua vera attitudine è il rap, e non può farci niente.


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Se già dall’inizio aveva riportato in auge la semplicità del sodalizio rap, quello che un tempo si sarebbe chiamato dell’emcee e del deejay, grazie alla strettissima collaborazione con Charlie Charles, e aveva rispolverato anche quella che Neffa avrebbe chiamato la balotta, prima con Murdaca e Vito, poi con Lory e tutti gli altri, anche in Rockstar c’è un momento profondamente rap, profondamente hip hop.

Prima di proseguire è necessario un ALERT: Sfera non è stato il primo né a creare un sodalizio con un produttore solo (vedi alla voce, per dire, Marsiglia e Big Joe) né il primo a riportare in auge la balotta, anzi, potrei citare decine di realtà underground. Sfera è stato il primo, però, consapevolmente o meno, a farlo a un livello davvero mainstream; per esempio, il valore della Dogo Gang si è perso proprio nel momento in cui i Dogo hanno sfondato il portone del mainstream. Sfera è quindi stato il primo a portare determinati valori fuori da una nicchia e da un contesto tanto ristretto da risultare paragonabile alla masturbazione.

Quando ho letto la tracklist di Rockstar, fin da subito ho gioito per un dettaglio, che va al di là del gusto personale: la presenza di Drefgold come unico featuring italiano. Può sembrare una banalità, ma il fatto che Gigi sia l’unico italiano in un disco che promette di fare numeri assurdi e di sfondare al di là del mercato italiano, insieme a un artista così importante, è quello che mi piacerebbe fosse uno dei capisaldi del rap italiano. Il fatto che un artista affermato, che poteva non rischiare, replicando il successo assicurato di una “Lamborghini” con Gué o fare il gradasso e non coinvolgere nessun altro, abbia deciso di dare spazio a un artista emergente è qualcosa che dovrebbe essere la base di ogni disco rap, per portare avanti quello che in molti chiamano “movimento”.

Di recente una cosa simile è successa con Jack The Smoker e Dani Faiv, mentre in passato ci ricordiamo di Marracash che nel 2011 posta un video di Salmo (specificando di non conoscerlo) per poi infilarlo nell’album. Ora però siamo in un momento in cui tutti i muri sono stati abbattuti e che si mantengano certi meccanismi non può che essere un bene. Se “basso” e “alto” si mischiassero in un movimento perpetuo e non si fossilizzassero in formule, schemini e collaborazioni sempre uguali, quella che amiamo definire scena sarebbe sempre aperta a nuovi stimoli, nuove sfide. Sarebbe, banalmente, più interessante.

In tre quarti delle recensioni si parla di come il disco di Sfera sia un disco pop, cosa che gli esempi precedenti non erano. Sfera avrà sicuramente “un ritorno”, in fin dei conti Dref è quasi un artista suo e di Charlie, o comunque qualcuno su cui un giorno potranno dirci di averci visto lungo, però “Sciroppo” è davvero un gioiellino, vuoi appunto per questo binomio ancora inedito, vuoi perché in una strofa Drefgold riesce a presentarsi nel migliore dei modi possibili, mettendo sul piatto tutte le sue caratteristiche, dal frasario quasi astratto alla ricerca disperata della musicalità. Sarebbe dunque utopia sperare di vedere episodi del genere più spesso?

Mi piacerebbe che, grazie ad artisti molto affermati, io ne potessi scoprire altri del sottobosco, per di più validi. Forse il momento è arrivato, per il semplice fatto che le tanto criticate barriere sono crollate, e la monoporzione di torta è diventato probabilmente un dolce nuziale, e che quindi ci sia finalmente da mangiare per tutti. In America, da anni, chiunque può prendere un pesce piccolo, farlo diventare un pesce grosso e invitarlo al banchetto delle grandi occasioni. Qui in Italia si è sempre temuta un po’ questa cosa, per il fatto che il banchetto fosse più un buffet con le pizzette stantie e i Ringo come dolce e dove era difficile mangiare da soli, figurarsi in due. Le cose ora sembrano essere cambiate, un futuro prospero e inconsapevolmente rap, sembra profilarsi all’orizzonte. Grazie Sfera, ma soprattutto grazie GG.

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