Music by VICE

I festival italiani hanno un problema con le donne

Abbiamo fatto un'indagine sulla quantità di donne all'interno delle line-up dei festival italiani e le statistiche non sono esattamente incoraggianti.

di Elia Alovisi
24 maggio 2018, 11:13am

Grafiche di Giulia Formica.

Il problema della disparità di genere all'interno dei festival musicali è entrato nella conversazione mediatica anni fa. Sebbene sia difficile stabilire un punto d'inizio, già nel 2011 il Guardian pubblicava articoli sul tema; nel 2015 creò una deprimente photogallery di cartelloni di festival resi spogli dall'assenza di band di soli uomini. Recentemente, The Submarine ne ha fatta una versione declinata sull'Italia. Testate come Pitchfork, Thump e l'Huffington Post hanno realizzato reportage atti a dimostrare il palese disequilibrio tra uomini, gruppi misti e donne. Sebbene la strada da fare sia ancora tanta, dei cambiamenti stanno cominciando ad avvenire: a febbraio 2018 un consorzio composto da 45 festival internazionali ha promesso di lavorare sul tema in maniera organizzata e coordinata, così da ottenere una suddivisione 50/50 entro il 2020.

L'organismo dei festival musicali italiani presenta differenze rispetto alla sua controparte internazionale. Le nostre realtà hanno cartelloni più ristretti, che devono essere stabiliti a partire da una posizione di svantaggio geografico ed economico rispetto ad aree più affluenti del continente: non necessariamente a una band che viene in tour in Europa in estate conviene passare per l'Italia, per intenderci. Inoltre, tendiamo a chiamare "festival" anche rassegne che propongono singoli concerti su un periodo di tempo piuttosto ampio. Queste particolarità impattano il contesto italiano? Quante donne ci sono nelle line-up dei festival italiani?

Per scoprirlo, ho analizzato le line-up di 51 festival italiani tenutisi nel 2017, di cui trovate una lista completa in fondo all'articolo.

Qualche nota metodologica: ho considerato gruppi misti quelli con almeno una donna in formazione nel momento dell'esibizione. Non ho considerato eventuali turniste donne che si sono esibite assieme ad artisti solisti uomini o a band la cui formazione ufficiale è composta da soli uomini. Ho considerato donna anche chi si identifica come tale, per esempio artiste come SOPHIE ed Elysia Crampton.

Ho escluso dal calcolo collettivi come serate (Linoleum o We Riddim, per esempio) e showcase di etichette (come quelli di Warp e XL a Club to Club). Le percentuali sono state arrotondate per eccesso o per difetto in base al decimale raggiunto. Spero di non aver fatto errori, se dovessi averne fatti segnalateceli e li correggeremo il prima possibile.

Nel campione preso in esame l'82% delle line-up era composta da uomini o band di soli uomini, per un totale di 1048 artisti. Il 10% da donne o band composte da sole donne, per un totale di 131 artisti; l'8% da gruppi con almeno una donna in formazione, per un totale di 97 artisti.

In alcuni casi il gap si è rivelato particolarmente ampio: esempi sono Home Festival (90% uomini, 3% gruppi misti, 7% donne), Venezia Hardcore (92% uomini, 6% gruppi misti), Nameless Festival (96% uomini, 4% donne), Dancity (97% uomini, 3% donne) e MetalItalia Festival (100% uomini).

L'esempio più virtuoso è stato quello di Festival Moderno, con un cartellone composto per il 42% di uomini, 42% di donne e 8% di gruppi misti. Notevole anche quello di Beaches Brew, con il 46% di uomini, il 29% di gruppi misti e il 25% di donne.

Sul totale, il gap tra uomini e donne in Italia è leggermente più ampio rispetto a quello riscontrato da Pitchfork nella loro analisi sui festival statunitensi, che nel 2017 avevano cartelloni composti al 74% da uomini, al 14% da donne e al 12% da gruppi misti. Pitchfork aveva anche provato a capire se tra il 2017 e il 2018 la disparità di genere all'interno dei cartelloni dei festival stava diminuendo: la risposta era "sì, leggermente, nonostante il gap sia sempre enorme", come conferma anche uno studio di female:pressure che ha preso in esame il triennio 2015-2017.

Ho quindi preso in esame tre casi italiani la cui line-up per il 2018 era già stata annunciata e vedere come i loro cartelloni si sono evoluti negli ultimi anni: MI AMI, Vasto Siren Festival e Beaches Brew. Ho anche chiesto contributi sul tema ai loro direttori artistici. Ho inoltre contattato altri addetti ai lavori per chiedergli un'opinione sul tema.

Il Mi Ami di Milano propone da anni solo artisti italiani ed è quindi un ottimo osservatorio sul tema per quando riguarda il nostro paese. Prendendo in considerazione l'ultimo triennio le percentuali migliori si sono registrate nel 2016, con il 26% di artiste donne e il 9% di gruppi misti contro un 77% di artisti uomini. Il 2017 ha visto un picco di artisti uomini, con l'85% e solo il 7% di artiste donne e l'8% di gruppi misti. I dati di quest'anno sono i migliori del triennio: 70% uomini, 21% donne, 9& gruppi misti.

"Quando quest'anno ho chiuso la line up, riguardandola successivamente mi sono accorto di quante donne ci fossero", scrive Carlo Pastore, direttore artistico del Mi Ami. "Che me ne stupisca è fatto abbastanza triste: non bisognerebbe meravigliarsi che ci siano tante donne in un festival. Eppure è oggettivamente così, e dunque trovarsi circa un terzo degli act a lead femminile è di per sé una grandissima novità nel panorama della festival industry italiana (senza considerare che circa il 70% del team operativo del MI AMI è composto da donne)".

Rivendicando la capacità del festival di "anticipare, dal punto di vista artistico, trend e fenomeni che poi sono diventati di larga scala", Carlo ipotizza che parte delle origini del fenomeno stia nella narrazione musicale, che "è sempre stata altamente maschilista, con una logica da idolatria che ingabbiava la donna nel ruolo di groupie adorante di una rockstar – o all'opposto di donne che per affermarsi in un mondo di uccelli sottolineano con estrema durezza i loro tratti più maschili". E ancora:

Anche nella discografia indie le discussioni nerd sui dischi sono sempre state “privilegio” di uomini - spesso bruttini. Trovatemi una cazzo di rapper donna che spacchi, in Italia. Insomma, questo è quel che è. Se vogliamo che cambi, non servono quote rosa (possono aiutare, ma non sono la soluzione) bensì credo in un lento cambiamento della consapevolezza che ha a che fare con la normalizzazione di una idiozia divenuta normalità. Se una persona vale, vale al netto del sesso che ha ma per le qualità che mette in gioco.

Il Siren Festival di Vasto, in Abruzzo, è un grande esempio di esportazione culturale in territori solitamente poco battuti da eventi musicali internazionali. A partire dalla sua prima edizione, in cui gli uomini rappresentavano l'87% del totale del cartellone (26 artisti uomini, 3 donne e 1 gruppo misto), ha migliorato di un 10% la disparità all'interno della sua proposta. Nel 2017 gli artisti uomini erano 32, contro 5 donne e 3 act misti; quest'anno i numeri sono rispettivamente 17, 3 e 2.

Pietro Fuccio, direttore artistico di Siren Festival, sostiene che la disparità di genere sia solo un riflesso di quella che esiste nella musica in generale. "Non lo so perché ma da sempre per ogni donna che fa musica ci sono dieci uomini o gruppi di uomini, è inevitabile che si rifletta nei festival". Per quanto riguarda la costruzione delle line-up, invece, ha dichiarato:

Francamente cerco di non pensare mai "mancano donne nella lineup, ora mi metto a cercare qualche artista femminile", perché mi sembrerebbe altrettanto indelicato che non porsi affatto il problema. Qualche volta mi sono intristito accorgendomi che in un nostro evento ci fossero poche artiste donne e a volte ho provato a porci rimedio… diciamo che mi fa piacere quando riusciamo ad avere qualche artista donna in uno slot importante, come PJ Harvey al Todays lo scorso anno. Quest’anno al Siren avevo preso di mira almeno quattro artiste donne che per motivi diversi non sono entrate. Però in un caso e nell’altro sono cose di cui mi accorgo a cose fatte, perché cerco di fare scelte basate sulla musica prima che sul genere di chi la fa.

Il Beaches Brew di Marina di Ravenna è si svolge prevalentemente sulla spiaggia dell'Hana-Bi, storico bagno in cui Bronson Produzioni organizza concerti ogni stagione, e l'ingresso è gratuito. La proposta musicale comprende garage, punk, indie rock, psichedelia, world music ed elettronica. Dopo un esordio con un cartellone quasi interamente maschile nel 2016 (20 artisti uomini contro una sola donna), il Beaches Brew ha proposto nel 2017 una line-up in prevalenza mista e femminile.

Il cartellone di quest'anno sarà quasi in perfetto equilibrio, con una suddivisione 55/45: "Abbiamo riflettuto molto prima di iniziare a comporre il cast artistico di questa edizione e tra le volontà comuni c'era anche quella di puntare su una forte presenza ed affermazione femminile", dice il direttore artistico di Bronson Produzioni, Chris Angiolini, "siamo davvero molto soddisfatti del risultato che abbiamo ottenuto".

La responsabilità della disparità di genere, sostiene Chris, non si deve ascrivere esclusivamente ai curatori ma a tutta l'industria musicale: "I festival non sono che la vetrina di quello che offre il mercato, dove le maggiori presenze femminili sono posizionate in ambito pop. Questo potrebbe anche significare un'altra forma di sessismo legata allo sfruttamento dell'immagine. È altrettanto vero però che tra le possibilità e forse anche tra i doveri di un festival moderno ci sia quello di rappresentare un'espressione e una volontà proprie e indipendenti. forse questo non è possibile a tutti i livelli, ma di sicuro lo è per i festival di piccole e medie dimensioni tra cui rientra anche Beaches Brew".

C'è un aneddoto sulla questione che, dice Chris, lo ha profondamente segnato. Nel 2012 Bronson fece curare a Stephen O'Malley dei Sunn O))) un'edizione del loro festival Transmissions. Tra gli ospiti c'era un giornalista del celebre magazine britannico The Wire. Chris racconta:

Inutile dire che un po' abituato "all'italiana", dopo cotanta ospitalità, mi aspettassi un report che si sarebbe speso in lodi sperticate. Invece ci ritrovammo con una recensione piuttosto tiepida che puntava il dito su una scarsissima presenza femminile. infatti l'unica ad esibirsi fu un ancora sconosciuta Grouper. Ancora una volta il mondo anglosassone era un passo avanti a noi ed attento ad una visione d'insieme. fu una delusione che mi portò a riflettere sull'importanza di una molteplicità di linguaggi, espressioni e fattori che un festival contemporaneo dovrebbe sempre prendere in considerazione.

Ho contattato anche altri addetti ai lavori per chiedere la loro opinione sulla questione. Dino Lupelli di Elita e Linecheck, Giorgio Riccitelli di Radar Concerti, Andrea Zanata di Home Festival, Ercole Gentile di MusicalZoo e presidente di Italian Music Festivals. Le loro opinioni e parole sono preziose, ma riportarle per intero in questo articolo lo avrebbe reso decisamente troppo lungo. Le trovate tutte a questo link, insieme a quelle non editate di Carlo Pastore, Pietro Fuccio e Chris Angiolini.

I festival considerati per creare il campione sono, in ordine alfabetico: Acieloaperto, AMA, Anightlikethis, Apolide, Balla Coi Cinghiali, Beaches Brew, Bleech, Club to Club, Dancity, Disintegrate Your Ignorance, Eleva, Ferrara Sotto le Stelle, Festival Moderno, Firenze Rocks, Flowers, Goa Boa, Handmade, Home Festival, I-Days, Indierocket, Jazz Re:Found, Kappa Futurfestival, La Tempesta Sul Lago, Linecheck, Locus, Lumen, MetalItalia, MI AMI, Mojotic, Movement, MusicalZoo, Nameless, Nextones, No Silenz, Ortigia Sound System, Polifonic, Repubblica Indipendente di Lu, Sherwood, Spilla, Spring Attitude, Rock in Roma, Siren, Tener-a-mente, Terraforma, TOdays, Unaltrofestival, Venezia Hardcore, VIVA!, Ypsigrock, Zanne, Zuma.

Elia è su Instagram.

Segui Noisey su Instagram e Facebook