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Tre ex-detenuti spiegano come sono riusciti a evadere di prigione

"Alcuni detenuti aggredivano le guardie. Io, di indole più pacata, ho rubato un gelato e sono andato fuori al sole."

di Nick Chester
22 marzo 2019, 6:54am

Inveraray Jail, Scozia. Foto di Susie Kearley / Alamy Stock Photos.

Le prigioni, per definizione, sono posti difficili da cui scappare. Eppure le fughe non sono così insolite.

Nel Regno Unito, tra il 2017 e il 2018, sono state registrate 13 evasioni, in cui i detenuti hanno dovuto superare ostacoli fisici o barriere per raggiungere la libertà, e ben 139 fughe che non hanno comportato irruzioni violente, costruzioni tunnel, sbarre segate e altri stratagemmi simili.

Per cercare di capire come sia possibile, ho chiesto a tre detenuti che hanno portato a termine un'evasione di spiegarmi come questa si pianifica e come si mette in atto. Si tratta di David McMillan, trafficante di eroina ora riabilitato, John Steele, gangster di Glasgow e Scott White, ex spacciatore di marijuana.

John Steele

john steele jail
John mentre suona la chitarra in prigione. Foto di John Steele.

Mentre ero alla HMP Barlinnie [una prigione di Glasgow], ho pianificato l'evasione con mio fratello Jim e il nostro amico Archie. In una stanza all'ultimo piano, sul soffitto c'era una grata che serviva per regolare la temperatura dell'acqua per il riscaldamento, e così abbiamo deciso che avremmo usato quella via d'uscita per arrivare al tetto ed evadere. Il problema è che tutti e tre eravamo considerati prigionieri ad alto rischio, e quindi non ci venivano assegnate celle al piano terra, per paura che potessimo scavare un tunnel sotterraneo, né celle all'ultimo piano per paura che fuggissimo dal tetto. Io e Jim eravamo al secondo piano, e Archie al terzo. Avevamo tentato la fuga da un'altra prigione, e sapevamo che avremmo attirato l'attenzione delle guardie si ci fossimo spostati insieme al terzo piano.

Per fortuna, c'era una stanza di un altro piano che era collegata alla stanza con la grata tramite un condotto largo 30 cm e pieno di tubi, il passaggio perfetto per arrivare di nascosto all'ultimo piano. Jim e Andy mi tirarono da sopra e tutti quanti riuscimmo a passare attraverso il buco nella grata, che era già stata tagliata da altri detenuti con un seghetto che avevamo introdotto in carcere. A questo punto ci siamo ritrovati tra il soffitto e il tetto, c'era una porta che dava sul tetto e io sono riuscito ad aprirla.

Avevamo organizzato tutto: c'erano degli amici con una macchina che ci aspettavano proprio fuori dalla prigione e che ci hanno passato delle corde per calarci lungo i muri. Dal cortile del penitenziario, hanno attaccato l'estremità di una corda al gancio per la corda del bucato. Dal tetto, io ho lanciato giù un rocchetto di nastro che ho rubato dal negozio di tessili in prigione, tenendone una estremità. Una volta ricevuto il nastro, i ragazzi giù ci hanno attaccato la corda e io l'ho tirata su fino a noi. Poi ci siamo calati giù, siamo saliti in macchina e ci siamo dati alla fuga.

Le autorità hanno pensato che avessimo corrotto gli agenti e ci avevano assicurato che ci avrebbero protetto se avessimo detto loro chi erano le guardie coinvolte. Il fatto che loro fossero così convinti che non potevamo essere fuggiti senza l'aiuto di un agente corrotto è la prova che l'evasione era organizzata alla perfezione.

David McMillan

David McMillan prison escapee
Foto per gentile concessione di David McMillan.

Ho deciso di evadere non solo per riguadagnare la mia libertà, ma anche per sfuggire a un destino ormai certo: l'esecuzione. Detenuto a Bangkok, stavo per arrivare alla fine di un processo durato due anni. Il mio avvocato mi aveva detto che si sarebbe concluso nel giro di due settimane e che io sarei stato condannato a morte. Dovevo agire e agire in fretta.

Poco dopo la mezzanotte, ho tranciato le sbarre della mia cella. Un amico mi aveva spedito quattro seghetti nascosti dentro una pergamena religiosa e inviati dentro un pacco di provviste. Ho usato il nastro di lino della struttura del materasso come corda e mi sono calato di sotto. Ho strisciato fino al capannone degli utensili, ho preso alcuni strumenti e costruito due scale a pioli, usando cornici di legno, asticelle di bambù e del nastro adesivo industriale.

Nel trasportare le scalette fino al muro esterno ho dovuto superare sei muri interni, delle fogne all'aperto, il tutto senza farmi beccare. Stava per cominciare l'alba mentre io cercavo di scavalcare i cavi elettrici. Riemerso dal fossato in cui ero caduto, mi sono ripulito e ho indossato i capi civili. Poi ho preso un taxi per raggiungere un appartamento poco distante, dove un amico aveva nascosto un passaporto falso e delle carte bancarie.

All'aeroporto, non sono riuscito a prelevare con una delle carte allo sportello bancomat, e così le uniche destinazioni possibili dovevano costare al di sotto dei 500 dollari. Le porte dell'aereo si sono chiuse appena in tempo, nel momento in cui gli ufficiali del carcere di Bangkok erano arrivati all'aeroporto per cercarmi. Due ore dopo, al sicuro a Singapore, ho cambiato passaporto, ho fatto il check-in in un hotel e sono andato subito ad approfittare della piscina sul tetto. È stata la migliore nuotata della mia vita.

Scott White

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Scott White (al centro) e i suoi amici in una prigione del Kuwait. Foto per gentile concessione di Scott White.

Nel 1988 sono stato condannato a quattro anni in un carcere del Kuwait. Due anni più tardi l'Iraq ha invaso il Kuwait, ci sono stati dei moti all'interno della prigione e siamo fuggiti tutti. Il giorno dell'invasione, mi sono svegliato e tutto attorno c'era silenzio, una cosa piuttosto strana. "Cosa succede?" chiedo al mio compagno di cella, Ali. "Gli iracheni hanno invaso il paese," risponde lui. Accendo la radio e scopro che circa 100mila soldati iracheni avevano superato il confine e preso il controllo.

Il varco principale da cui erano entrati si trovava a meno di 2 km di distanza dal carcere, il che mi fece piuttosto preoccupare. La tensione in prigione era palpabile, fino a quando un detenuto non ha spalancato a calci la porta del nostro blocco. Poco dopo, i prigionieri di quel blocco sono andati nell'altra parte del carcere, dove c'erano i prigionieri politici, e li hanno liberati. Era qui che erano confinati i membri di "Kuwait 17", una cellula terroristica ritenuta responsabile del bombardamento dell'ambasciata americana in Kuwait. Non appena sono stati liberati, hanno aggredito le guardie. Di indole più pacata, io sono andato nel negozio della prigione, ho rubato un gelato e sono andato fuori al sole, una cosa che non mi capitava da oltre un anno.

Gli altri detenuti hanno distrutto gli archivi così che non rimanesse alcuna traccia di chi ci fosse in quella struttura. Gli scontri armati continuarono mentre le guardie tentavano di arginare la rivolta. Uccisero due prigionieri e poi scapparono. A quel punto, abbiamo creato un varco in un muro della prigione e siamo scappati. Ali conosceva qualcuno che abitava lì vicino, così sono andato con lui a casa loro. Più tardi ho fatto l'autostop per raggiungere casa di un amico.Un minuto prima avevo davanti a me solo anni di noia in carcere, e un minuto dopo mi sono ritrovato nel bel mezzo di un'evasione di massa in una zona di guerra.

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