recensioni

Gli HEALTH cantano il declino della civiltà occidentale

La band di Los Angeles mescola noise rock ed elettronica con un effetto allo stesso tempo terrificante e fluorescente.

di Andrea Bosetti
11 febbraio 2019, 3:12pm

Quando giocai a Max Payne 3 (che alla faccia di tutti i puristi è un action coi controcoglioni, anche se non è Max Payne) non rimasi particolarmente colpito dalla sua colonna sonora. Bella, funzionale, ma non mi sconvolse. Tre anni dopo mi passò davanti il video di “New Coke” degli HEALTH e fu un fulmine a ciel sereno: in un attimo mi ritrovai catapultato nel trip senza fine di Death Magic, senza se e senza ma uno degli album più forti, densi, giusti e rappresentativi degli anni Dieci.

Dal 2015 ad oggi, anziché il consueto disco di remix che aveva sempre riempito le pause tra un album e l’altro, ne sono arrivati ben due, e su DISCO3 e DISCO3+ hanno trovato spazio Purity Ring, Boys Noize, Xiu Xiu, Vessel e un sacco di altra gente fichissima. Nel frattempo Jake Duzsik, John Famiglietti e Benjamin Miller sono rimasti orfani del secondo chitarrista e tastierista, Jupiter Keyes, che da buon fidanzato si è messo a lavorare con la sua dolce metà, una distrutta Alice Glass. Morale della favola, Slaves Of Fear è il primo prodotto della band di Duzsik come trio, e per quanto non sia un album di cesura fortissima come il suo predecessore, ne è la naturale prosecuzione e spacca una considerevole quantità di culi.

health slaves of fear
La copertina di Vol. 4: Slaves Of Fear. Cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

“Psychonaut” finge per un attimo di riportare il timone verso il noise rock tutto graffiato che aveva fatto impazzire le folle ai tempi di Get Color, ma è un ritorno al passato che dura meno di un paio di minuti, perché via via che il pezzo si srotola i suoni si ammorbidiscono e quella cassa dritta da zarri di South Central inizia a risalire Hollywood Boulevard con lo stesso atteggiamento da capo del ghetto che valse a Denzel Washington quel contestatissimo Oscar. Appena arrivata in cima alla collina arriva qualche break asciuttissimo da Venetian Snares sotto steroidi, un momento di silenzio ed ecco che il volume sale e si aprono le gabbie. Da sotto le letterone di Hollywood iniziano a uscire tutte le cose brutte del mondo, vomitate sulla città degli angeli e sul mondo da Duzsik con quella voce effettata e soave che potrebbe raccontarti dell’amore della tua vita. Invece ti dice che vogliamo drogarci per alleviare il dolore e non sentire il vuoto che ci opprime (“Feel Nothing”), il tutto mentre chitarre, sintetizzatori e beat drum’n’bass inariditi ti esplodono tutt’intorno, sopra, sotto e anche un po’ dentro.

Non è che l’inizio, perché il passo successivo è andare a rompere i coglioni al grande capo: “Ciao Dio, mi odi ancora?” (“God Botherer”). Aspetta che penso un po’ a dove l’ho già sentita… Ah sì, qui e qui, guarda un po’, tutta West Coast. Ma, rispetto a Tom Araya e Tyler Durden, Duzsik è rassegnato, non cerca di reagire, accetta la situazione per quella che è, con un nichilismo degno dei migliori sconfitti: “No one called for me” (“Black Static”). Abbiamo perso, siamo soli, non c’è modo di combattere i disagi che ci portiamo dietro, siamo una generazione seduta a guardare il mondo che brucia dentro di noi (“Loss Deluxe”). E i beat ossessionati e ossessionanti e i break da apoplessia continuano, senza sosta. C’è anche un momento in cui gli Health ci mandano il loro messaggio: “Death is the message / When we're young / We can't wait to grow up / We get old / We can't hope, we can't love / And we play to grow young" (“The Message”). E quella title track, che ti dice chiaro e tondo che vogliamo tutti essere diversi, ma senza fare troppa fatica: “Why do we waste our years? / When there's nothing to fight about / Save your tears / We’re here on our own”. Nessun dolore ha giustificazione, non troveremo nessuno a giudicarci nella prossima vita.

Slaves Of Fear è un album che ha scritto "declino della società occidentale" al neon in ogni solco, ed è quello che succede quando passi l’adolescenza con ”Mr. Selfdestruct” e anziché parlare delle tue ossessioni con un terapeuta qualificato ti droghi come un cammello. Una fotografia nitida e impietosa dei nostri tempi, dove la voglia di reazione e di combattere e di fare qualcosa ha lasciato il passo all’accettazione passiva, alla mancanza di senso e significato.

We're alone
Alone with everyone
We wanna soothe the burn
We wanna dull the hurt
Till we don't feel nothing

Gli HEALTH saranno in Italia per quattro date:
14/03 Milano, circolo Magnolia
15/03 Roma, Traffic
16/03 Bologna, Freakout Club
17/03 Torino, Spazio211

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