FYI.

This story is over 5 years old.

Il capo di tutti gli emo Mike Kinsella parla con un adolescente di adolescenza

Abbiamo mandato un teenager a intervistare il frontman di American Football e Cap'n Jazz.
09 giugno 2015, 11:23am

Eli (in foto) è del New Jersey ed è un adolescente. Questa settimana ha avuto un po’ di problemi tipici della sua età e ha pensato di parlarne con uno degli innovatori dell’emo anni Novanta, Mike Kinsella (degli American Football, Cap’n Jazz, Owen…).

“Ero stato un teenager fino a poco prima, quindi non ho idea di che cosa stessi parlando. Immagino fossero i miei sentimenti, ma tiro a indovinare. Non so cosa mi passasse per la testa.”

Mike Kinsella parla così del processo di scrittura di “Honestly?”, dall’omonimo album di debutto degli American Football uscito nel 1999. Il pezzo fotografa sinteticamente l’ambiguità dei sentimenti tipici dell’adolescenza (“Honestly I can’t remember / All my teenage feelings / And the meanings”), ma Kinsella sembra non darci molta importanza. Quando scrisse questa canzone e tutte le altre di American Football, era intrappolato nel limbo dei vent’anni.

Il recente “revival emo” ha dato vita a una nuova generazione di fan, e Kinsella è considerato da tutti il Messia del movimento. Ho scoperto l’unico album degli American Football al primo anno di superiori, dopo averlo visto sulla pagina Facebook di qualche mio amico “revivalista”. Da quel momento in poi è diventato un pilastro della mia formazione musicale. Al di là dell’approfondita trattazione della malinconia adolescenziale, la loro attitudine calma e umile li ha resi unici nel panorama emo. Nel maggio dello scorso anno, quello stesso atteggiamento ha permesso loro di mettere in piedi una reunion di buon gusto, nel nome della semplicità: hanno ristampato il loro album con alcuni contenuti bonus e sono partiti per un tour lungo ma non sovraccarico, il primo dopo più di dieci anni.

Gli ormoni che schizzano a tutta velocità nel mio corpo in trasformazione e la banale agonia della scuola sono entrambi catalizzatori per l’autoreferenzialità, la frustrazione sessuale, la noia e tutte quelle cazzate. Cercare un significato per i miei sentimenti è futile ed è per questo che capisco gli American Football; specialmente roba tipo “Honestly?”.

Alla ricerca di consigli, mi sono rivolto a Kinsella perché mi guidasse attraverso la giungla delle mie emozioni da teenager.

Noisey: I Cap’n Jazz [vecchio gruppo di Mike] e gli American Football si sono formati entrambi nel giro di poco tempo, eppure gli American Football sembrano avere un approccio molto più “maturo” ai ricordi dell’adolescenza e del passato in generale rispetto ai Cap’n Jazz. Cosa ne pensi tu?
Sì, non è passato molto tempo tra un gruppo e l’altro, ma nemmeno troppo poco. Gli album sono usciti a circa quattro anni di distanza. Nei Cap’n Jazz i testi li scriveva tutti mio fratello [Tim], lui era molto più interessato ai giochi di parole e in generale era molto più intelligente di me. Io ero più diretto. Sicuramente è per questo che i due gruppi sembrano così diversi. Anche dal punto di vista musicale, gli American Football erano precisi e pianificavano tutto, i Cap’n Jazz invece si basavano di più sull’energia e sullo spirito giovanile.

Anche se tu non scrivevi i testi, tu e Tim non stavate cercando in qualche modo di esprimere l’essenza dell’adolescenza con i Cap’n Jazz?
Non posso parlare per i testi di Tim, ma, come ho detto, quell’energia… Quando abbiamo fatto la reunion dei Cap’n Jazz non eravamo tanto preoccupati di saper suonare ancora i pezzi, ma di non riuscire a metterci l’energia necessaria. Magari le avremmo suonate più veloci di quanto avremmo dovuto, anche se siamo vecchi e stanchi. Penso ci sia senza dubbio una patina di rabbia adolescenziale sopra a quei pezzi, ma non è esattamente l’argomento principale. È trasmessa implicitamente tramite l’urgenza e l’attitudine da dilettanti.

E la scuola si è mai messa in mezzo tra voi e i Cap’n Jazz, o siete riusciti a trovare un equilibrio?
No, non è mai stato un problema. Sono stato nel gruppo per tutti i quattro anni delle superiori. L’itinerario del nostro tour funzionava più o meno così: quando arrivava lo Spring break, nei primi tre giorni arrivavamo più lontano possibile, e poi nei tre giorni successivi tornavamo indietro a tappe. E d’estate andavamo via per al massimo due settimane, perché nostra madre non si preoccupasse. Sì, non mi ricordo un gran impegno scolastico. (Ride)

Quindi i Cap’n Jazz erano la vostra attività principale alle superiori, ma nel tuo tempo libero hai mai avuto dei problemi emotivi e cose del genere? Tipo pensare troppo a certe cose quando non eri impegnato con la band?
Ma certo. (Ride) È quello che devi fare nel tempo libero quando sei un teenager. I Cap’n Jazz funzionavano perfettamente come valvola di sfogo. E socialmente era molto divertente avere questo gruppo, perché suonavamo nelle cantine degli amici ogni settimana, e in questo modo ci facevamo degli amici nelle altre scuole e nelle altre band. E poi il resto del tempo lo passavo in camera mia, al buio, ad ascoltare gli Smiths o robe così.

Prima mi hai nominato i Cure [in un SMS]. Che influenza hanno avuto sulla tua vita?
Un’influenza enorme. Fu Tim a comprare un loro disco quando io probabilmente non avevo ancora compiuto dieci anni, lui ne avrà avuti dodici o tredici, e ci fece una grande impressione. Ancora oggi scrivo musica un po’ mielosa e emotiva. Quando mia moglie mi chiede, per prendermi in giro, di che cosa parla una canzone nuova, io rispondo: “Oh, niente di che, cerco solo di scrivere un pezzo come Robert Smith.” Sono stati proprio loro a insegnarmi le canzoni, di che cosa parlano le canzoni, cioè di amori finiti male e cose del genere. [Smith] è un songwriter fondamentale.

Hai un album preferito dei Cure?
Probabilmente Disintegration, come album intero.

Torniamo agli American Football: l’album rende davvero perfettamente la malinconia dell’adolescenza e della giovane età adulta. Pensi che la tristezza del giovane adulto sia uguale a quella del teenager, o è un tipo di tristezza diverso?
(Ride) Probabilmente è simile. Quelle canzoni vengono da un piccolo diario di frasi che tenevo. Alcune di queste risalivano a un paio di anni prima, quando uscii dalle superiori e stavo per iniziare l’università. Ero sopraffatto dalla questione di interrompere un rapporto e iniziare qualcosa di completamente nuovo. Il resto, che registrammo subito prima che io mi laureassi, aveva lo stesso spirito di fondo. “Sto lasciando un’altra scuola per andare da un’altra parte e forse iniziare una relazione”, credo che questo fosse presente sia nel giovane adulto che nel teenager.

Prima hai parlato di come, grazie ai concerti dei Cap’n Jazz, avete fatto amicizia con altri ragazzi e ragazze della città. Questo senso di comunità è rimasto anche durante i tour degli American Football?
Già, stessa cosa. I Cap’n Jazz operavano nella periferia di Chicago e gli American Football a Champaign, Illinois, che è dove studiavo. Ed era la stessa cosa, ogni weekend c’erano delle feste in casa. Non suonavamo molto, non eravamo proprio un gruppo da concerti, ma a qualcuno suonammo. E se non suonavamo, ci andavamo comunque per supportare gli amici che erano negli altri gruppi. I Braid suonavano tipo una volta alla settimana, andavamo sempre a vederli.

Hai mai fatto sentire ai tuoi figli la tua musica?
No, non mi sono mai messo a spiegare. Ne hanno già abbastanza di me che cammino per casa con una chitarra perennemente al collo. Quella di sei anni, fino a un anno o due fa, si avvicinava e dava una gran sberla alla chitarra per dirmi di smettere di suonare. Quando vado a fare un concerto, loro dicono che vado “a lavorare”, che ci sta. Almeno lo rispettano un po’.

Che tipo di musica ascoltano? Ascoltano già musica?
Sono ancora alle sigle dei cartoni animati e robe così. Quando erano appena nati gli abbiamo comprato le tutine di GG Allin e dei Misfits, ma in verità niente di quello che [mia moglie e io] facciamo li influenza da quel punto di vista. A loro piacciono le loro musichette dei cartoni.

Ah, tipo Yo Gabba Gabba!?
Sì, tipo quello. Yo Gabba Gabba! è fico.