L’assurda storia di Azdora, le massaie romagnole che fanno black metal

Abbiamo parlato con Stefania ?Alos Pedretti del suo ultimo incredibile progetto tra teatro, black metal e celebrazione della tradizionale figura matriarcale italiana.
14 luglio 2016, 9:35am
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Tutte le fotografie sono di Ilaria Scarpa e compaiono per gentile concessione di Santarcangelo dei Teatri e di Stefania ?Alos Pedretti.

Santarcangelo dei Teatri ha sempre dato molto spazio a forme espressive d’avanguardia, oltre che a compagnie capaci di sperimentare e di muoversi tra più mondi. Non è una novità la presenza di musicisti di varia estrazione, spesso molto legati alla dimensione dell’underground, in questo piccolo paradiso della creatività.

Ma forse mai come nel 2017, anche grazie al lavoro della direttrice artistica Silvia Bottiroli, è evidente il legame con la scena musicale più sperimentale ed estrema. Pensiamo che il programma ha visto partecipare il punk-wave dei Soft Moon, i Niños du Brasil, i Ronin, gli Zeus!, Massimo Pupillo degli Zu al lavoro con la compagnia di danza dei Dewey Dell. Tra gli spettacoli in programma quest’anno c’è però anche Azdora, secondo capitolo della collaborazione tra il regista Markus Öhrn e la musicista Stefania Pedretti detta ?Alos, già negli OvO.

"L'azdora romagnola è la padrona del focolare, unica responsabile della condotta della casa. Ruolo femminile centrale e di grande autorità nelle geometrie familiari"

Tutto comincia quando Öhrn scopre e "decide di conoscere più a fondo la figura della azdora romagnola, termine dialettale che indica la 'reggitrice', la padrona del focolare, unica responsabile della condotta della casa. Ruolo femminile centrale e di grande autorità nelle geometrie familiari, non le è permessa alcuna assenza, alcun sentimento distruttivo al fine di preservare l’equilibrio dell’economia domestica. Öhrn riconosce nella azdora un potenziale di liberazione e di uscita da uno status quo culturale—così recita la presentazione ufficiale del progetto.

?Alos racconta: "Markus da sempre lavora moltissimo con la musica, e quindi ha chiesto alla compagnia teatrale italiana Motus se conoscessero una donna che facesse musica estrema, magari con un immaginario black metal—esclusi il regista e un attore, siamo infatti tutte donne nello spettacolo. E gli interessava anche l’approccio, diciamo, femminista allo spettacolo. Da qui è nata la collaborazione".

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"Nel 2016 abbiamo fatto qualcosa di più classico, cioè uno spettacolo teatrale intitolato Ritual di cui io ho curato le musiche. Erano una serie di dieci rituali, performance di mezz'ora con protagoniste signore del luogo. Poi pian piano con loro si è cominciato ad instaurare un rapporto differente e gli abbiamo proposto di fare anche un concerto. Del resto, quando ti capita di aver a che fare con delle signore di una certa età, e di poterci suonare? È una cosa abbastanza rara, nella musica, poter lavorare con persone così, e che loro si affidino a te, per di più".

Le vere protagoniste di Azdora sono infatti una quindicina di signore romagnole, coinvolte nel progetto senza sapere che si sarebbero ritrovate a suonare black metal, con tanto di chitarrone distorte, growl e l’immancabile face painting da panda incazzato. E del resto, anche volendo, come glielo spieghi?

Le vere protagoniste di Azdora sono una quindicina di signore romagnole, coinvolte nel progetto senza sapere che si sarebbero ritrovate a suonare black metal.

"Santarcangelo è un festival speciale, come la popolazione che abita qui", racconta ?Alos. "A volte lascia in giro per il paese poster o cartoline con una call che descrive le figure ricercate da registi per laboratori o spettacoli. Lo stesso è stato fatto per Markus, dicendo che ci sarebbe stato questo regista svedese che cercava delle signore, delle azdore, per la sua pièce teatrale. Senza dire di cosa si sarebbe trattato. Si sono presentate in quaranta."

E ancora: "L’adzora, questa figura romagnola, è tipo una matriarca. Quello che è rimasto a livello contemporaneo di questa figura sono per la maggior parte delle cuoche, e molte pensavano che questo regista volesse, che ne so, cucinare, fare della pasta fresca in scena. Si sono presentate nella maniera più spontanea e ingenua del mondo e si sono ritrovate invece a fare tutt’altro".

"Molte pensavano che questo regista volesse, che ne so, cucinare, fare della pasta fresca in scena. Si sono presentate nella maniera più spontanea e ingenua del mondo e si sono ritrovate invece a fare tutt’altro."

"Il regista ha voluto dedicare questo spettacolo alla nonna, che lui ha seguito molto in punto di morte. Un giorno le ha chiesto quale fosse stato il suo più grande rammarico e lei gli ha risposto che per tutta la vita aveva assistito il resto della famiglia e ognuno, in modi diversi, aveva avuto momenti in cui potersi arrabbiare, litigare, sfogare, cose normalissime, mentre lei no. Lei aveva sempre dovuto essere quella pronta ad accogliere tutti a braccia aperte, con un sorriso, senza poter mai fare qualcosa di distruttivo, fregarsene, ubriacarsi, incazzarsi. Qualcosa che non fosse nel suo ruolo di donna e di perfetta casalinga."

"Il regista," continua Stefania, "vedendo che in Italia la situazione era molto simile, e purtroppo è molto simile in tutto il mondo, ha deciso di fare uno spettacolo in cui si portasse in scena lo sfogo di queste signore. Ha messo in atto nelle varie azioni tutto ciò che è più lontano possibile da quello che chiunque si immagina da una casalinga o da una nonna perfetta".

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Ribaltamento che è stato spinto fino alla formazione di una vera band black metal. "Io non suono, mi occupo della regia a livello sonoro. In questo periodo le ho seguite molto", spiega ?Alos, "abbiamo fatto prove per una settimana e in questi giorni sono tornata a provare con loro. Fanno un concerto noise-metal tutto da sole: due chitarre, due voci, tre sintetizzatori modulari e un altro strumento basato sul riverbero. Proprio un concerto, enorme, una cosa di quelle che noi musicisti ci sogniamo, qualcosa di veramente apocalittico".

"E l’altra cosa speciale è che in inverno abbiamo registrato un disco. Fa parte del concept dello spettacolo, che non è solo l’azione di suonare, ma è tutto quello che ruota attorno a una vera band. Gli spettatori si trovano in una piazza e vengono presi, bendati e fatti salire su un pullman, per essere trasportati in un luogo sconosciuto. E il biglietto per lo spettacolo vale anche per anche per il disco, il pubblico avrà diritto alla propria copia del vinile prodotto. E poi per me c’è l’enorme soddisfazione di aver portato queste donne a fare musica da zero."

"Proprio un concerto, enorme, una cosa di quelle che noi musicisti ci sogniamo, qualcosa di veramente apocalittico".

La provocazione, che ?Alos ha sempre portato in scena fin dai tempi delle Allun, la sua prima band, veicola sempre un messaggio di liberazione da stereotipi e categorizzazioni. "Queste donne sono completamente estranee a questo mondo, non hanno mai ascoltato questo tipo di musica e non sono mai andate a concerti di questo tipo. Anzi, magari vanno a ballare il liscio e vanno in chiesa. Però hanno deciso di mettersi in gioco, e il bello è che può far divertire chiunque".

"Quando abbiamo proposto loro di suonare, tutte hanno detto 'Davvero possiamo suonare la chitarra? Wow, mi sarebbe sempre piaciuto...' Per una donna di 60 anni mettersi per la prima volta a suonare, o a cantare, è un'esperienza intensissima. Le prime volte lavoravamo solo sulla voce, le facevo cantare in growl. Ho insegnato loro quello che faccio io normalmente. Questa è una forma di liberazione, perché ti porta ad esplorare una parte di te che non conosci, e ti fa sfogare, ti fa divertire. Crea un senso di condivisione, perché passano molto tempo assieme e condividono molte emozioni, come ad esempio il fatto di imparare ad ascoltarsi".

Adzora è in linea con quello che è stato finora il percorso di ?Alos, nei suoi vari progetti, dalle Allun, agli Ovo, al suo progetto solista. Nel suo sito si descrive così: «Queer because she doesn’t admit gender identity, Pagan because she’s against all religions». Ogni nuovo lavoro è un passo ulteriore verso l’emancipazione, anche seguendo un percorso a ritroso, ritrovando radici sepolte da secoli di civiltà e riscoprendo l’espressione del corpo nella sua totalità e il legame con la natura.

"Quello che ho sempre voluto fare", spiega ?Alos, "è portare alla riflessione. Non attraverso i testi ma con l’azione in sé e il percorso che ho deciso di intraprendere. La cosa principale è andare oltre il genere, ma non semplicemente a livello sessuale. Alla fine tutto è uno, tutto si unisce e si fonde e si incastra.Vorrei superare le divisioni, e fondere dimensioni diverse. A volte definisco quello che faccio come paganoise, per cercare di portare qualcosa di più antico, ancestrale. Voglio trasporre in musica una componente archetipica che ci portiamo dentro e che la società cerca di strapparci via o almeno di domare, e invece quello che cerco di fare è tirarla fuori e metterla davanti agli occhi delle persone."

"La cosa principale è andare oltre il genere, ma non semplicemente a livello sessuale. Alla fine tutto è uno, tutto si unisce e si fonde e si incastra."

Parlando con ?Alos mi torna in mente Strategie del rumore della ricercatrice Martina Raponi, in cui descrive genesi e storia del noise. "È la manifestazione più compiuta di una comunicazione che avviene attraverso le vibrazioni, e che influisce—e influenza —principalmente attraverso il corpo, inteso come carne pulsante e capace di sentire, dove ciò che conta è cosa il corpo recepisce, sbarazzandosi del linguaggio, tornando a un livello primordiale di potenzialità, in cui a ricoprire un ruolo primario sono l’efficacia e l’incisività. Non importa che ci sia messaggio, l’importante è che arrivi, e che i corpi lo sentano". E ancora, nelle stesse pagine: "ogni Rumore evoca un’immagine di sovversione", e questo è tanto più vero quanto più un concerto noise come quelli di ?Alos si svolge davanti a un pubblico.

Noisey: Quello che mi colpisce sempre dei tuoi live, e di artisti come Zu e Diamanda Galas, è proprio questa dimensione rituale della performance, un evento catartico, una rappresentazione che porta alla liberazione.
Alos?: Molti di quelli che ci vengono a vedere si divertono ma altri restano veramente spaventati, perché non si aspettano un concerto così intenso. Spesso gli spettatori vogliono solo essere fruitori passivi, guardare un concerto senza essere davvero toccati. La cosa bella invece è quando dentro di te si muove qualcosa e si crea un’interazione con il gruppo e la musica. È il lato magico di un concerto, e vedo che pian piano molti stanno cominciando a sentire questo desiderio di far parte di un rito contemporaneo. Il mio approccio è noise o black metal, ma non è la cosa fondamentale: è il mio modo di vivere il rito e di cercare di coinvolgere il pubblico attorno a me in un’esperienza emotiva, collettiva e catartica".

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Una dimensione sempre presente nella tua arte è quella del femminismo, il lavoro di rovescio degli stereotipi, oltre che alla continua messa in scena del femminile. Tu ti definisci queer, hai una compagna, e hai sempre rivendicato l’importanza anche politica di questo tipo di discussione.
Quando ho cominciato, frequentavo un centro sociale a Vigevano, La Sede. Ne faceva parte anche Patrizia Oliva, con cui abbiamo deciso di fare un gruppo. Io prima non suonavo, al massimo organizzavo concerti. E invece bbiamo messo insieme le Allun, con quest’idea di suonare assieme tra donne, e in uno spazio autogestito e occupato. Poi le cose si mettono in moto, prendono un loro percorso.

Che cosa è successo quindi?
In quegli anni c’erano già dei gruppi femminili, realtà come le riot grrrl, ma noi volevamo un po’ staccarci da quello, almeno come approccio musicale. Eravamo abbastanza lontane dal punk, forse facevamo avanguardia, qualcosa di iperpersonale ed estremo, collegato al lato performativo. Usavamo oggetti tradizionalmente femminili come il minipimer, la macchina da cucire, oggetti da cucina. C’era una piccola scena, ricordo il gruppo di donne romane Motorama, con cui siamo andate in tour varie volte. Non so, i tempi non sono cambiati così tanto... anzi, forse sono anche più grigi in certi ambiti. L'approccio dei gruppi femminili è cambiato, femminismo e causa queer si sono fusi per esempio, c’è un approccio più propriamente queer-femminista, una critica verso l’omofobia e il maschilismo. Oggi la connotazione politica sembra molto più forte e diretta".

"Usavamo oggetti tradizionalmente femminili come il minipimer, la macchina da cucire, oggetti da cucina."

Perché hai sempre cercato di portare in scena la figura femminile?
Innanzitutto, "figura femminile" non significa solo l’essere donna. Ad esempio mi ha sempre affascinato il cibo perché è uno degli elementi fondamentali dello stereotipo. Il mio modo di suonare e di stare in scena è ispirato da questa espressione della femminilità, sia in ambito psicologico che nell’ambito sociale in senso stretto. Il mio secondo disco solista per esempio, Ricamatrici, era tutto basato sulla macchina da cucire. Nella mia visione doveva essere come un piccolo musical sullo stile di Dancer in the Dark.

Che cosa ti aveva spinta a fare un disco del genere?
Mi ero appena trasferita a Berlino e sentivo questa cosa dell’immigrazione, che è quello che succede anche adesso, uno emigra pensando di andare a fare qualcosa di bello e a volte finisce magari a fare un lavoro peggiore di quello che faceva nel proprio paese, e molte donne finiscono per fare le sarte, o qualcosa che abbia a che fare con il cucito. Quel disco voleva portare l’attenzione proprio su questo. Penso che il femminismo molte volte sia anche il fatto di supportare attivamente altre donne, il fatto di appoggiarsi l’una all’altra. Non è una cosa da niente".

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