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Lee Ranaldo si è stufato dell'elettricità

Abbiamo intervistato l'ex-chitarrista dei Sonic Youth per capire come mai, dopo anni di feedback selvaggio, abbia deciso di tornare all'acustica.
22.10.14

Foto via.

Lee is free, oramai completamente, dato che i Sonic Youth paiono essere archiviati per sempre nella memoria collettiva del rock. Prima che avessimo tempo di piangerne la dipartita, comunque, il chitarrista aveva già iniziato a costruirsi una carriera in solo, rivelando un'anima molto più tradizionalmente rock e quasi (wow) cantautoriale. Ripensandoci, non è niente di così inaspettato, del resto sono anni che le canzoni cantate da lui per la band madre, per quanto rare, finiscono per essere le più melodiche e delicate del lotto (i tempi della furia burroughsiana di "In The Kingdom #19" sono lontanissimi), anche se tutti i suoi exploit solisti precedenti a Between The Time And The Tide, (l'album di tre anni fa, seguito da Last Night On Earth lo scorso anno) si erano basati su improvvisazione radicale, noise e astrazioni d'avanguardia. Addirittura, in tempi recenti Lee ha dimostrato un interesse fortissimo verso la chitarra acustica, lui che ha passato più di due decenni a modulare feedback e far filtrare la melodia tra gli overtone dissonanti delle accordature più inusuali. Questa maturazione ha comunque tutta l'aria di qualcosa che farà tesoro di tutte le esperienze archiviate finora nei diversissimi campi musicali che Lee ha attraversato nel corso degli ultimi trent'anni. Dal nuovo amore è appena nato un disco di versioni acustiche intitolato Acoustic Dust per la label El Segell del Primavera Sound, e un tour in solo chitarra-voce che il 29 ottobre lo porterà a Roma all'interno della nuova rassegna Unplugged In Monti. Per capire cosa ci dobbiamo aspettare, gli ho telefonato mentre stava per iniziare il tour, a Lisbona.

Ciao Lee, come va?
Molto bene, sono a Lisbona, mi piace parecchio, era da tanto che non capitavo da queste parti, non ci avevo ancora suonato mai da solo, anche se ci sono venuto tante volte coi Sonic Youth. Ha ancora un carattere tradizionale, più di molte altre città europee.

Sei all’inizio del tuo tour acustico, sbaglio?
Non sbagli, è la prima data.

In che modo hai adattato le tue canzoni per questo tour? So che in realtà la maggior parte dei tuoi brani solisti sono nati proprio in questa maniera, per cui ti senti più libero a suonarle così?
Ho sempre composto con l’acustica, negli ultimi trent’anni circa. Anche le canzoni che cantavo coi Sonic Youth, ma ho ripreso a farlo a tempo pieno solo di recente. Le canzoni di Between The Times & The Tides son state scritte tutte così, e inizialmente pensavo che avrei fatto solo un piccolo album solista in una pausa dei SY. Al tempo la band non si era ancora ufficialmente sciolta ma era solo in pausa. Col tempo è diventato il disco di una vera e propria band, ho tirato in mezzo Steve Shelley, Nels Cline etc, ma io ho continuato a comporre così. È buffo, ho sempre scritto le mie canzoni con l’acustica anche se praticamente, in trent’anni di Sonic Youth l’avremo usata giusto una o due volte. Ad ogni modo, la mia “carriera solista”, se possiamo chiamarla così è nata proprio da un invito a fare un concerto solista acustico. Da allora ho fatto solo due o tre show da solo e un paio con Steve alle percussioni, e solo uno con tutta la band in acustico. Poi l’estate scorsa ho registrato l’intero nuovo album in acustico con la band a Barcellona. Ho avuto l’idea di questo tour perché era sempre stato un po’ un mio sogno, in più la band era impegnata, Steve sta suonando dal vivo con Thurston etc etc.

Come strutturerai il live? Immagino che la tua voce avrà un ruolo più centrale.
Sì, decisamente. Sono sempre importanti, ma la band è una roba grossa e rumorosa. Per me questo tour è un vero esperimento, non ho idea di come verranno fuori i pezzi più recenti ma credo che l’enfasi sarà sicuramente sulla voce e sui testi, devo ancora capire come posso ampliarle a partire da questi elementi. Per me è tutto molto sperimentale, anche se si tratta ovviamente della maniera più tradizionale possibile di suonare delle canzoni, per me non lo è affatto. Abbassare il volume, suonare in spazi più raccolti e intimi… presenta anche delle difficoltà, c’è bisogno di silenzio e di attenzione. Ripeto: è un grosso esperimento, vedremo cosa ne verrà fuori.

Mi pare di capire che non hai provato molto.
Hehehe, no, in effetti. Le ultime settimane sono state davvero caotiche, ho fatto un po’ di prove ma ho scritto anche molti nuovi pezzi, alcuni dei quali potrebbero essere pronti da suonare, ma non ne sono del tutto sicuro. Farò anche un po’ di cover e ovviamente suonerò i pezzi degli ultimi due album, ovvero tracce che ho suonato molto, sono sicuro di non aver bisogno di provarle. Certo, suonarle in acustico creerà comunque una situazione diversa.

A dire il vero, credo che alcune delle tue canzoni più raffinate e complesse dal punto di vista strumentale siano quelle che sono rimaste in larga parte acustiche. Pensi che cercherai di esplorare le possibilità tonali della chitarra acustica allo stesso modo in cui hai sempre fatto con quella elettrica?
Sì, cercherò di creare un misto abbastanza particolare, avrò un piccolo ampli con me sul palco e un paio di pedali. In genere non mi piace il modo in cui si fanno suonare le chitarre acustiche in concerto, di solito le trattano come una normale elettrica e finisce per sminuire il suono. L’acustica ha un suono davvero magico, ma sul palco la maggior parte delle volte si riduce a una roba metallica e sottile, per cui sperimenteremo con la posizione dei microfoni e cose del genere. Mi sono ispirato a diversi chitarristi, per esempio Neil Young è uno che riesce a trovare un gran bel suono acustico live, sia in spazi grandi che piccoli. Un vero suono acustico, non una semplice roba attaccata all’ampli. Ad ogni modo, molti miei brani sono strutturati in modo da lasciare delle parti aperte in cui la band potesse improvvisare, vedremo che succederà.

Per caso ti sei ispirato anche a qualche chitarrista strumentale, non so… John Fahey?
Sì, sì! Quella roba è stata molto importante per me: Fahey, Leo Kottke. Soprattutto perché usano accordature aperte, come ho sempre fatto anche io. Quel genere è spesso chiamato “american primitive”, ma non capisco perché, non ha niente di primitivo. Usare accordature aperte ha qualcosa di molto primitivo ma anche di molto sofisticato, è completamente diverso dall’usare accordature normali, che è una cosa che non faccio quasi mai.

Pensi che l’idea di american primitive sia simile al tuo lavoro più noise e astratto? Anche in quel caso si parla di qualcosa di apparentemente molto diretto e istintivo che finisce invece per essere piuttosto complesso e stratificato.
Sì, il livello di complessità è simile. Suonare la chitarra con accordature aperte è molto facile, ma suonare la chitarra non è mai davvero “facile”. “Primitivo” non è un termine serio. Allo stesso tempo, non ho nessun problema con il termine “noise”, ma credo sia un termine che è stato usato soprattutto per catalogare cose fuori dalla norma che la gente tanto tempo fa non sapeva come chiamare. C’è tutto un mondo di musica basata sulla dissonanza ma che non è necessariamente catalogabile come rumore, è parte del linguaggio della musica, e una volta che inizi a comprendere quel linguaggio anche “rumore” diventa un termine relativo.

E come ti rapporti alla voce e ai testi? Ti senti un “narratore” in qualche modo? Oppure si tratta solo di tirare fuori delle parole in maniera spontanea?
Le parti vocali sono molto importanti. Spesso sono delle storie vere e proprie, motivate da qualcosa di importante. Se mi mettessi ad analizzarli, credo che i testi sarebbero molto importanti per me a un sacco di livelli differenti, non sono solo un abbellimento per completare il pezzo. Poi, chiaramente, che il pubblico le capisca o meno è tutta un’altra storia. Ci sono molti modi diversi di approcciare l’ascolto di una voce, lasciarsi trasportare dal modo in cui si accompagna alla musica, dalla melodia. Sicuramente per me sono diventati molto più importanti con questi nuovi dischi.

In Last Night On Earth sembrava quasi che ci fosse un tema comune a tutto l’album. Immagino che non fosse una cosa decisa a tavolino, però.
È il motivo per cui stavo quasi per dargli un titolo diverso. non volevo che fosse percepito come un concept. Alcuni dei pezzi sono stati effettivamente scritti nel periodo immediatamente successivo all’uragano Sandy. Credo che il pezzo più importante sia “The Rising Tide”, credo che avrei potuto intitolare così anche il disco, ma considerato che c’era la parola “Tide” anche nel titolo di quello prima, ho pensato che non fosse il caso, hehehe. A posteriori, comunque, avrei dovuto farlo. Non è un concept, ma credo che a scrivere un mucchio di canzoni nello spazio di tre o quattro mesi si finisca comunque involontariamente per dargli un umore comune, farle girare intorno alle stesse cose. C’è una certa tristezza di fondo in entrambi gli album, ma credo sia soprattuto perché raramente viene da scrivere una canzone quando sei pienamente soddisfatto e contento. L’album finisce con “Blacked Out”, che è un pezzo lungo e con delle parti strumentali improvvisate, ogni lato del disco si conclude con un pezzo lungo con delle parti strumentali più ampie. Un altro pezzo molto importante è “Late Descent” che, appunto, è una canzone basata sull’acustica, era molto importante per me includerla.

Quel pezzo ha anche una parte di clavicembalo.
Sì, me ne ero quasi dimenticato. Si tratta di una strumentista che ho incontrato ad Amsterdam quando sono andato a fare eseguire un pezzo strumentale che avevo composto per un gruppo di quindici o sedici archi, anche quello dopo l’uragano Sandy, registrando i suoni del vento e poi trascrivendoli in forma musicale. L’ho sentita suonare e ho pensato che ci sarebbe stato bene uno strumento così inusuale.

Sai, questo tuo modo di accompagnare composizioni d’avanguardia parallelamente a dischi molto rock mi ricorda un po’ John Cale. Ti piace? È una tua influenza?
Certo! L’ho incontrato un po’ di volte e ovviamente amo tutto del suo periodo coi Velvets. Per me la cosa più interessante della sua carriera è che ha studiato da compositore classico e fa largo uso di quelle conoscenze nei suoi dischi. Io non ho studiato musica ma mi impegno comunque su vari fronti musicali assolutamente non rock. Ha scritto moltissime belle canzoni, anche se chiaramente la maggior parte dei pezzi dei Velvet Underground erano di Lou, ma ha fatto un sacco di bei dischi e ha avuto una carriera fantastica.

Lee Ranaldo suonerà martedì 28 al circolo ARCI Biko di Milano e mercoledì 29 ottobre alla rassegna romana Unplugged in Monti.