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Ho parlato di Guè Pequeno con Godblesscomputers

Le musichine fiche di Godblesscomputers vengono dal suo background legato all'hip hop. Quando l'ho intervistato ho parlato sia di questo che di Guè Pequeno.
08 maggio 2014, 11:08am

Non so per quale motivo ero convinta che Lorenzo Nada, più noto alle masse come Godblesscomputers, fosse di Roma. Boh, forse perché una delle sue etichette, la White Forest Records è di Roma e quindi automaticamente, secondo il mio incauto cervello, tutti coloro che ci hanno a che fare devono essere romani. Invece no, come mi ha spiegato su Skype martedi pomeriggio mentre cercavo di capacitarmi del suo accento vistosamente non romano, Lorenzo è di Ravenna ma vive a Bolo da un anno e mezzo. Bene. Per il resto su di lui avrete già sicuramente sentito parlare, dato che negli ultimi tempi sta davvero suonando ovunque—e con ovunque intendo anche a Siena—e i piccoli siti italiani di musica hanno le pagine piene zeppe della sua musica/di recensioni della sua musica. L’ultimo suo lavoro si chiama Veleno ed è uscito lo scorso 4 aprile, coprodotto da Fresh Yo! Label e White Forest. Se vi ricordate bene anche noi ne abbiamo parlato tempo addietro, anzi per essere precisi vi avevamo sganciato il disco in streaming [prima di tutti gli altri](http:// http://noisey.vice.com/it/blog/premierona-godblesscomputers-veleno), quindi siateci riconoscenti. Di questo album non dirò molto se non che è bellone, fa venire in mente il miracolo della vita e mette anche una punta di voglia di danzare, che di giovedi pomeriggio non è mai sbagliato. A questo proposito colgo l’occasione di ricordare che proprio stasera Lorenzo, Dropp, Capibara e 12 Inch Plastic Toys suoneranno al Circolo degli Artisti, a Roma, in quello che sarà il primo showcase delle meraviglie firmato White Forest. Sabato invece sarà al Combo di Firenze, la città di Fresh Yo, mentre se state sull'East Coast potete vedervi il suo live nel weekend del 16-18 all'Imago Festival di Bologna. Piglia bene.

Mentre scrivo queste cose sto ascoltando “Collapse” e osservando la copertina di Veleno e ragionando sul fatto che mi sta simpatica perché un po’ assomiglia a [Mezzosangue](http:// https://scontent-b-mxp.xx.fbcdn.net/hphotos-ash3/t1.0-9/554162_522331057804862_1644679838_n.jpg). Detto questo, a un certo punto dell’intervista abbiamo anche parlato di rap—cercate di ignorare la mia digressione su Guè Pequeno. Grazie.

Noisey: Come nasce Godblesscomputers?

Lorenzo: Il progetto è nato a Berlino, nel 2011, quando mi sono trasferito. Inizialmente era un blog, una sorta di diario di bordo. Mi piace molto scrivere e mi annotavo cose, dopodiché la musica è diventata qualcosa di più. Ha sempre fatto parte della mia vita. Io suono da tanti anni nel senso che ho cominciato come dj da piccolo, poi ho avuto un percorso musicale abbastanza lungo con un gruppo hip hop che si chiama Il Lato Oscuro Della Costa, all’interno del quale facevo i beat. Ho lasciato il gruppo nel 2010 quando mi sono trasferito in Germania e lì ho iniziato a comporre le mie cose, che di fatto erano una sorta di ibrido tra basi hip hop strumentali ed elettronica. Nel 2011 ho pubblicato un piccolo EP autoprodotto che si chiama The Last Swan, sette tracce prodotte, mixate, masterizzate e graficate da me. L’ho messo online e lì ho cominciato a vedere reazioni da parte della gente: le persone hanno cominciato a farmi i complimenti per i pezzi, per la musica. Ho pubblicato altri pezzi e altri EP, fino poi ad arrivare a Veleno, che è l’ultimo mio lavoro. Veleno rappresenta quello che sono io oggi, con tutte le esperienze che ho fatto negli anni precedenti. È una specie di riassunto del mio percorso, spiega bene tutte le mie influenze musicali più o meno riconoscibili e poi le mie esperienze di vita. Con la musica si cerca di condensare i propri stati d’animo e io provo a farlo attraverso l’utilizzo di armonie e suoni di un certo tipo. Questo disco, ad esempio, è molto caratterizzato dall’utilizzo di suoni organici, quindi registrazioni della natura, di oggetti, legno, plastica, metallo. Sono tutti quanti suoni che si vanno ad intersecare e a stratificare la parte ritmica dei miei brani, che comunque è abbastanza lineare, 4/4, pieni di groove.

Ho notato questi campionamenti, molto fichi devo dire. È uno stile che hai maturato col tempo o ci sono dei riferimenti specifici?

No, non ho dei particolari riferimenti. Quello che mi piace fare nella mia musica, che è comunque assimilabile nella musica elettronica, è dare umanità. Per me l’utilizzo di suoni “naturali” è fondamentale. Spesso vado in giro a registrare anche suoni delle macchine, o i rumori del parco, di ciò che mi è attorno. Cerco un equilibrio, all’interno di quello che idealmente è da sempre rappresentato come una musica fredda, inorganica, fatta dalle macchine, tra macchina e uomo. Tra elettronica e anima umana. Vorrei che la mia musica non suonasse algida, tipo l’elettronica standard. Mi piace metterci dentro delle storie, credo che sia questo il punto. L’utilizzo di registrazioni di acqua, legno… In ogni caso io so in che momento ho registrato quei suoni, quindi dentro ai pezzi è come se ci fossero piccole storie che conosco solo io.

Esatto, le conosci tu. Da fuori sono molto interpretabili, dato che sono suoni malleabili, morbidi.

Sì, anche se poi questo utilizzo particolare di suoni è una parte del processo compositivo. Alla fine ci sono anche armonie e melodie di un certo tipo. Le atmosfere che creano i miei brani penso che siano tendenzialmente tristi o perlomeno malinconiche, non sono proprio brani felici o spensierati.

No, infatti. Vietato essere felici.

Hanno una sorta di malinconia che probabilmente ricerco a livello armonico. Ci sono molte parti vocali con effetti e riverberi che danno profondità, e la scelta di queste voci viene dal mio background legato all’hip hop e alla musica black. Mi piacciono molto le voci soul, che danno calore alle mie produzioni. Poi vabe’, ci sono le parti ritmiche più sostenute, i bassi abbastanza profondi, che nei contesti live fanno anche ballare.

La tua provenienza dalla scena hip hop non era facilmente intuibile, almeno per me. Qual è stato il tuo percorso in quella scena? Perché hai deciso di abbandonarla?

Per me è stata una sorta di evoluzione abbastanza naturale. Quando facevo i beat ho sempre avuto un’attenzione alla “sperimentazione”, cioè all’utilizzo di sonorità più elettroniche. L’hip hop con il quale sono cresciuto io, ovvero la roba boom bap anni Novanta, la golden age, Nas, gli A Tribe Called Quest, Mobb Deep, i De La Soul, hanno sonorità molto più legate alla musica black, al funk, al soul, c’è poca elettronica. Oggi per esempio è molto più utilizzata. A tutti i livelli, non soltanto per la roba underground. Anche a livello mainstream.

Soprattutto a quel livello.

Se senti la roba che passa su MTV è così, roba italiana tipo le basi di Big Fish o i pezzi di Fedez, sono caratterizzati da suoni elettronici.

Ah, io ora è un periodo che ascolto solo Guè Pequeno. Sono proprio presa strabene, boh.

Ci sta. Io magari con quella roba ho un po’ di difficoltà, perché per me la musica hip hop oltre al discorso legato al modo di fare rap, dell’attitudine, dello stile, dello “swag”, è anche messaggio. A me quello che non piace del 90% del rap in Italia è il messaggio. Se vai ai concerti di Emis Killa, di Fedez, dei Club Dogo, di Fabri Fibra etc. il pubblico è composto da gente giovane, giovanissima, che poi sono gli stessi che comprano quei dischi. Boh, se questi messaggi fanno breccia su un ragazzino di dodici-tredici anni, difficilmente credo che possano comunicarmi qualcosa, a me che c’ho quasi trent’anni. Però a livello musicale, di beat e tutto il resto, sono forti e non c’è nulla da dire. Ripeto, sono cose che posso apprezzare dal punto di vista musicale, ma a livello di messaggio non solo non mi piacciono ma a volte li trovo proprio diseducativi. Non lo dico in senso paternalistico, però è così.

Sicuramente non è possibile rispecchiarsi materialmente in quello che gran parte di quei rapper dicono, perlomeno per noi che abbiamo 100 anni e non 13. Sta all’intelligenza di ognuno decidere quanto sul serio prendere certe cose, fatto sta che per me rimangono lavori della madonna. Vabe’ che io ho cominciato ad ascoltare hip hop tardissimo… Prima ascoltavo tutt’altro. E di elettronica non ne so granché, a dire il vero.

Sì?

Be’, sì. Ora come ora al massimo mi ascolto industrial e noise.

Ah, capito. Anche per l’industrial comunque è molto importante l’utilizzo di campioni. Ad esempio gli Einstürzende Neubauten utilizzavano molti suoni metallici, tipo lamiere e robe autocostruite. Portavano la musica a una deriva completamente diversa dalla mia, perché io utilizzo suoni non assimilabili a strumenti già esistenti per fare musica.

[A questo punto è partita una digressione su cosa ascoltavamo da piccoli. Io non ho avuto voglia di trascrivere i miei farfugliamenti sulle mille tristissime fasi indie-goth-postpunk-garage-punk-miseria che ho avuto da pre e post adolescente, però Lorenzo è stato molto più cristallino quindi ecco qui:]

A me alle medie la prima cosa che mi ha fatto uscire di testa sono stati gli Articolo 31. Tipo Strade di Città, Messa di Vespiri, roba che se l’ascolti adesso l’ascolti anche con un po’ di tenerezza. È quello con cui siamo cresciuti noi, la nostra generazione, erano le prime robe rap che arrivavano in Italia—tralasciando Jovanotti che non ho mai inserito nella categoria rap e hip hop, ecco. Però sì, da lì mi si è aperto tutto il mondo dell’hip hop: i Sangue Misto, Neffa e i Messaggeri della Dopa, Dj Gruff, Kaos, Colle Der Fomento, roba di questo genere. Poi il rap americano: Wu-Tang, Public Enemy, Cypress Hill, A Tribe Called Quest. La svolta verso la roba che faccio io adesso arriva un po’ negli anni ‘00, quando ho ascoltato alcuni dischi che mi hanno abbastanza cambiato la vita. Mi hanno messo a conoscenza di un qualcosa che non conoscevo, cioè della musica hip hop che si mischia all’elettronica. Dischi tipo Entroducing di Dj Shadow sono stati fondamentali. Oppure etichette come Ninja Tune, Anticon, Warp mi hanno influenzato molto. L’ascolto di queste robe mi ha un po’ folgorato e da lì ho iniziato a tralasciare un po’ l’hip hop, senza mai abbandonarlo del tutto, per dare spazio all’elettronica. Anche se in maniera parziale e camuffata, riprendo molto dagli elementi tipici dell’hip hop, come ti dicevo prima. Tra le tante cose sono anche molto appassionato di vinili. Ho iniziato ad ascoltarlo così, l’hip hop. I miei mi regalarono il mio primo giradischi perché volevo scratchare. Lo vedevo in tv e volevo farlo pure io. Ho iniziato a scratchare i vinili di mio padre, che chiaramente non erano roba adatta per fare quel genere di cose… gli ho spaccato un paio di puntine e rigato una discreta quantità di dischi.

Apposto.

Già. Un giorno mi fa “Senti, ti compro il tuo giradischi e la tua roba, basta che smetti di distruggere i miei, che vai bene a scuola e che non prendi debiti a fine anno.” E così i miei mi hanno regalato la mia prima consolle quando ero in prima superiore, e da lì ho cominciato a collezionare dischi. Ora continuo a comprarli e a collezionarli, per quanto oggi si utilizzino nuove tecnologie, computer, Traktor, etc.

Eh, come funzionano i tuoi live?

Io quando faccio dj set prediligo l’utilizzo del vinile, anche se per comodità mi porto dietro il Serato, che è un sistema che permette di trasferire i suoni del vinile su computer. Poi però quando faccio un live ho tutt’altro tipo di set up, suono i pezzi dal vivo con campionatore, macchine di varia natura etc.

Fico. Cambiando argomento, di Berlino che mi sai dire?

A Berlino mi ci sono trasferito nel 2010, quando ho finito l’università. Sono partito perché avevo un aggancio lavorativo lì, ma diciamo anche che era una scusa. La motivazione vera per cui ho deciso di trasferirmi là era che ero alla ricerca di stimoli di una città nuova, con una proposta musicale ampia, dove succedevano cose. Ci ho vissuto per un bel po’. Poi dopo sono tornato a Bologna in un momento abbastanza buono per la città, in cui stavano cambiando diverse cose. Dopo qualche anno di cattiva amministrazione comunale della città, finalmente la vedo viva, ci sono tante belle realtà. È un po’ la base Bologna, non è che ci suoni tantissimo, dato che giro molto per l’Italia. Però è piena di stimoli, di persone che fanno musica. Attualmente sto bene qui, forse meglio di come stavo a Berlino nell’ultimo periodo. Questa è stata una delle motivazioni per cui ho deciso di tornare. Berlino è una città piena di opportunità, magari non tantissime a livello lavorativo, dato che è tendenzialmente povera.

So che giovedi sera (stasera) suoni allo showcase di White Forest. Come sei entrato in contatto con loro?

Come la maggior parte delle conoscenze che fai al giorno d’oggi, li ho conosciuti su Internet. Hanno sentito le mie cose e mi hanno scritto, sarà stato un anno fa, con l’intenzione di pubblicare qualche cosa di mio. Io li conoscevo già, mi piacevano le cose che avevo fatto, avevano una direzione ben precisa e ho detto di sì. Perciò da quel momento ho iniziato a registrare cose, poi come spesso succede ho buttato via roba, l’ho ripresa, mi sono fermato durante l’estate… Quando ho ricominciato tutto definitivamente ci siamo sentiti e ci siamo accordati per l’uscita di Veleno, che in realtà poi è stata una coproduzione con Fresh Yo! di Firenze. Per me queste due sono le più valide in Italia, ora come ora. Sono quelle che mi rappresentano di più, la roba che faccio. È stato molto naturale trovare un equilibrio tra quella che è l’estetica e la direzione di WFR, quella di Fresh Yo! e la mia. Io ho fatto la mia roba, gliel’ho consegnata e andava bene così. Sono molto contento, il disco sta andando bene, ho ricevuto un sacco di recensioni positive. Persone che non mi conoscevano ora mi scrivono per farmi i complimenti, è un’ottima esperienza per me. Questo weekend è abbastanza importante per entrambe le etichette, perché come dicevi, giovedì presenterò il disco al Circolo degli Artisti a Roma, assieme al resto della scuderia White Forest, mentre sabato sarò al Combo di Firenze. Sarà un weekend bello, mi auguro. Tra l’altro è puramente casuale che i live siano così a distanza ravvicinata. In ogni caso sono felice perché vedo che c’è interesse per quello che faccio.

Daje, buona fortuna allora.

Grazie!