L'età d'oro dei festival è finita

Dove sono finiti l'edonismo e il senso di avventura? Sono stati sostituiti dal comfort, dal lusso e dai bungalow.
Ryan Bassil
London, GB
29.4.16

Gli esseri umani hanno sempre saputo che il festival musicale è una forma di intrattenimento culturale senza rivali. Come la democrazia, gli sport agonistici e l'olio d'oliva, l'avvento di questi eventi si può ricondurre all'antica Grecia. Durante i giochi pitici, i giovani greci dovevano sfidarsi in competizioni canore in onore del dio greco della musica e superfico mitologico Apollo. Con il passare dei secoli, eventi non dissimili si sono materializzati in tutto il mondo, dai festival di musica Hindu dell'India ai primi carnevali a Trinidad.

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Naturalmente il concetto moderno di festival musicale è evoluto nel corso della storia. Non ci sono testimonianze di gente che dormiva in bare di neoprene a forma di tenda, o che indossava costumi di gusto discutibile, o che comprava piadine falafel da veicoli motorizzati modificati in modo da ricordare una nave spaziale psichedelica. Qualcuno dirà che è facile capire perché i festival di oggi siano diversi, i tempi sono cambiati. I greci antichi avevano un uomo poco vestito che suonava il flauto di Pan; noi abbiamo David Guetta con tre paste in corpo al Tomorrowland che cerca di rimanere con i piedi per terra mentre la realtà gli ruota attorno su un'orbita completamente diversa.

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È lecito aspettarsi alcuni cambiamenti nell'ambiente dei festival: vestiario, generi musicali e droghe sono tutte cose soggette a fluttuazioni e mode. Ma a differenza della transizione dai pantaloni a zampa al risvoltino, dall'heavy metal alla deep house, dall'LSD al gas esilarante, il cambio che si è verificato negli ultimi anni è incentrato sulla pura semantica di questi eventi, non su un dettaglio sonoro o estetico. Ed è all'interno di queste deviazioni che diventa evidente che l'età d'oro dei festival è finita.

Foto Carys Lavin

Prima di mettere mano ai vostri contorti picchetti da tenda e usarli per minacciare lo schermo del vostro computer, sappiate che già lo so: i festival sono già morti molte volte. La prima, quando la chitarra elettrica di Bob Dylan ha cacato addosso ai fricchettoni del Newport Folk Festival, cambiando per sempre l'atmosfera del loro festival. Poi, quando gli sponsor sono entrati strisciando negli enormi eventi di musica alternativa della Generazione X, sponsorizzando i loro palchi. Poi, ancora, con la nascita dell'EDM, una minaccia per l'idea di festival concepita dai puristi del rock, che ha rimpiazzato le chitarre con download illegali di Traktor e i riff con l'unz-unz della musica dance. Capita di prendere per la morte dei festival una semplice stasi generazionale, per cui qualche vecchio stronzo non riesce ad accettare che il mondo è passato oltre e ha dimenticato i Creedence Clearwater Revival in favore dei Caribou. Ma questa volta è diverso.

Oggi, le caratteristiche che vengono considerate segnali di un buon festival sono talmente insipide che la cultura da festival si è trasformata in una cosa per nulla strana o diversa. Non un concetto che ancora non riusciamo a capire, ma una nuova conformazione noiosa in maniera ridicola. Una parte di questo cambiamento è da attribuire al fatto che questi eventi si assomigliano sempre di più: dal festival di Reading all'Isle of Wight al Coachella e al Bonnaroo, l'esperienza da festival sembra essersi fusa in un'unica visione commerciabile della stessa idea—in cui puoi guardare un DJ, una band rock e un cantante rap prima di metterti in coda per comprare della vernice fluorescente e del sidro alla fragola. Come ha scritto il New York Times in un recente editorial: "Volete vedere gli LCD Soundsystem? Potete trovarli al Coachella, al Bonnaroo, al Panorama e al Way Home. Major Lazer? Coachella, Sasquatch, Firefly e Panorama. A$AP Rocky? Coachella, Firefly e Panorama. Gary Clark Jr.? Coachella, New Orleans Jazzfest, Governor’s Ball e Way Home".

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Anche i festival in Gran Bretagna hanno problemi simili a quelli evidenziati dal New York Times. I nostri festival più grossi si trovano più o meno nello stesso schema, per cui sembra di stare dentro a Ricomincio da Capo con l'aggiunta di burrito tiepidi e un palco piccolo con Jack Garratt come headliner e presentato dall'ultima ruota del carro dei DJ di BBC Radio 1. La topografia di ogni evento è leggermente più varia: Wireless ha più tracolle Nike e rapper di ogni altro festival; Latitude rappresenta la confusione dei fan dei Mogwai e di Paolo Nutini; Bestival è il preferito degli studenti appassionati di amfe. Eppure, pur rimanendo eventi diversi, l'uniformazione dei festival ha trasformato quella che dovrebbe essere un'esperienza unica in una cosa simile a un mobile Ikea, piegato smontato dentro una scatola con il suo palco, il tendone-discoteca, i suoi baracchini per il cibo, i cassonetti colorati, lo stand dei cappellini buffi. Mentre questo aspetto del festival moderno è talmente comune da essere fin troppo facilmente replicabile, è soltanto una parte di quello che è diventato un tutto molto più grande, e vendibile.

Foto Carys Lavin

Dopo il boom economico dei festival a metà anni Duemila e il crollo conseguente nei primi anni Dieci (con festival come Truck e Big Chill finiti in bancarotta), è diventato fondamentale per ogni evento con grandi ambizioni riuscire ad attirare una varietà di pubblico maggiore per riuscire a vendere abbastanza biglietti. Ecco perché le lineup dei festival tendono a sovrapporsi. In un certo senso, questa sovrapposizione è un bene; ha riportato alcuni festival al passo con i gusti di genere fluido di questa generazione, respingendo le accuse di essere rimasti infettati dall'angoscia esistenziale e di aver perso il contatto con il proprio pubblico. Ma nello sforzo di includere sempre più gente, sono anche diventati più esclusivi. Gli eventi di oggi non hanno più molto a che fare con la cultura, lo stare insieme, l'edonismo e le esperienze imprevedibili (e spesso fangose). Diventano sempre più legate al comfort, al lusso e alla sicurezza: yurte, docce, chef stellati Michelin, aree bevitori, tipì, casette portatili, snoozebox, yoga, e isolamento dalle persone normali.

Guardiamo i maggiori festival del Regno Unito, e constateremo che sono tutti colpevoli di aver ammorbidito la cruda sensazione di unità dell'esperienza da festival. Il festival di Reading di quest'anno offre un biglietto esclusivo per un "sedile di lusso" (un cesso privato, in pratica), che, dicono, sarà condiviso con "pochi privilegiati" (sono le loro parole, non le mie). Al V Festival, si può acquistare un biglietto per un'area VIP di lusso che comprende "un'ampia scelta di stand gastronomici", un parrucchiere e un'estetista. Con 220 sterline potrete godere una "esperienza da club di prim'ordine" al Wireless Festival—un'opzione esclusiva che assicura l'accesso a una zona più vicina al palco. Latitude vende "roulotte-cuccetta Luxury 6" a 4.400 sterline l'una; il villaggio di tipì di Glastonbury costa poco meno di mille sterline; Bestival ha una "area VIP per i clienti più esigenti che vogliono vivere al meglio i quattro giorni della nostra avventura futuristica". E poi c'è Wilderness, un festival costruito sul "rilassamento e la dissolutezza", che offre una suite casa-tenda "davvero opulenta" per 10.320 sterline (ingresso al festival escluso), perché gli ospiti del festival possano rilassarsi dopo aver passato la giornata a cavallo, o a nuotare nel fiume, o a curarsi nella spa in riva al lago. Dovunque si vada, sembra che l'esclusività e il lusso siano le parole chiave per il successo.

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Ora, a tutti fa piacere farsi una doccia calda, espellere il pranzo dà molta più soddisfazione quando puoi eliminare quello che rimane con della carta igienica profumata a quattro veli, e una roulotte di lusso ha più superfici piane di una tenda. Questi apparati esclusivi sono desiderabili, motivo per cui esistono. Un festival è pur sempre un business. All'interno di un festival, però, l'esclusività e il lusso sono caratteristiche intrinsecamente noiose. Sono pregne di pulizia, sicurezza, servono a separarsi dal resto del mondo. Non voglio dire che i festival dovrebbero essere sporchi, pericolosi e pieni di minacce, ma, offrendo un'esperienza protetta che sembra un misto tra Shoreditch House e Greenfields di Glastonbury, una componente fondamentale dei grandi festival musicali è stata rimossa.

Vedete, i festival sono sempre stati posti dove la gente andava per godere dell'euforia trascendentale offerta dal potere della musica, che pare scatenarsi in maniera ottimale davanti a gruppi numerosi. O, nel caso degli ultimi vent'anni, dopo aver preso un po' di MDMA. E qualche funghetto. È quell'idea di unità che costituisce il fondamento alla base della concezione classica di festival, dagli hippie tette-al-vento di Woodstock ai punk della domenica che si sono trasformati in un'unico idrante di piscio quando Daphne e Celeste sono salite sul palco al festival di Reading nel 2000. Eppure l'implementazione di questi pacchetti VIP e VVIP ha determinato la morte di quel senso di unità che sembrava collocarsi al centro di tutta questa cosa. Ora è stato rimpiazzato da transenne che tengono lontani i meno abbienti dalle poltroncine. O, per essere meno terra-terra, la parte di platea in cui i fan più sfegatati normalmente avrebbero passato l'intera giornata, rischiando un'infezione al tratto urinario per non perdere il posto in prima fila al concerto dell'headliner, è ora riservata a un piccolo gruppo di persone più benestanti delle altre.

Foto via utente Flickr badjonni

Innegabilmente, i festival offrono questi pacchetti VIP perché fanno guadagnare loro un botto di soldi—anche più di quanto non facciano i prezzi dei biglietti gonfiati notevolmente di più di quanto richiedesse l'inflazione. Hanno spostato il loro punto focale dal fornire un'esperienza aperta a tutti all'accontentare una classe di pubblico senza entusiasmo, senza senso di avventura e senza linfa vitale, che richiede familiarità. Non è difficile tracciare una linea tra l'emergenza del clubbing sui tetti per mediocri—un mondo in cui gli angoli più taglienti e trasgressivi delle serate da club sono stati smussati con brioches, artisti dei cocktail, sponsor multinazionali, sdraio e DJ "taste-maker"—e il cambiamento in corso nella cultura festivaliera britannica.

Mentre la proliferazione di sandwich di sfilacci di maiale sembra non volersi fermare finché su ogni tetto di Londra non si svolgerà festa orribile, non ha ancora completamente rovinato i festival. Ignoratela, e vi sarà comunque possibile imbarcarvi nella missione di ricerca di voi stessi che questi eventi estivi una volta rappresentavano. La musica, dopotutto, è ancora lì—e anche le droghe. Ma nonostante questo, è difficile non pensare che i festival stiano diventando sempre meno connessi all'industria musicale e sempre più connessi all'industria delle "esperienze", che sarebbe quella gente che ti offre di volare su una mongolfiera o ti fa fare un "Tour delle Leggende" allo stadio Etihad. È a causa di questa gente che, anche evitando le aree VIP, l'atmosfera dei festival è cambiata radicalmente. Perpetuando un'idea di divertimento presa direttamente da un catalogo di moda "ispirato ai festival", l'atmosfera di abbandono e di perdita di controllo è persa. In alcuni casi, si tratta di festival costruiti su misura per gente in "abiti sportivi" il cui obiettivo è sedersi da qualche parte e rilassarsi passando una bella giornata con della bella musica.

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Conformandosi a queste esperienze da identikit, i festival hanno perso di vista la componente fondamentale che li rendeva interessanti: il fatto che annunciassero un'esperienza inaspettata. Anche una larga fetta della copertura mediatica a loro dedicata è diventata abitudinaria, noiosa, ripetitiva. Se l'unica differenza tra i festival più grossi è il livello di offerte premium, che cosa ci rimane da dire di loro? Diventa semplicemente la stessa esperienza, anno dopo anno. È uno dei motivi per cui il New York Times ha dichiarato di non avere intenzione di coprire il Coachella e il Bonnaroo quest'anno. E visto che il New York Times ha una forte linea culturale, questo è forse l'indicatore più esplicito che il sipario si sta chiudendo sul periodo d'oro dei festival negli Stati Uniti.

Prima, ognuno di questi eventi sembrava significare qualcosa, ma sono stati fusi in un unico polpettone amorfo dove è impossibile che succeda qualcosa di unico o di significativo. Le band si annoiano nel suonarci, per cui non gliene frega un cazzo, e nemmeno alla gente che è stata attirata dai pacchetti premium—sembra che la maggior parte di loro sia lì solo per il bene del proprio profilo Instagram. Ma soprattutto, la cosa più importante è che questi servizi VIP hanno sradicato il senso di unità, che metteva sullo stesso piano gente di ogni classe sociale grazie alla musica. I festival ora appaiono tristemente stratificati come la società britannica, esattamente quello da cui speri di scappare quando ti rechi a un festival.

Foto via Pixabay

Allora, dove ci porta tutto questo? A essere sinceri, ognuno dei grandi festival inglesi si è assicurato headliner relativamente diversi: Adele a Glastonbury, Justin Bieber al V Festival, Kygo al Wireless, Foals a Reading e Leeds, ecc. Ma se questi eventi giganti hanno perso il loro fascino intrinseco, gli headliner potrebbero sembrare non importanti.

La nostra cultura ha il vizio di arrivare sempre a un punto in cui bisogna buttare via tutto e ricominciare da capo. E così guardiamo agli eventi più piccoli. Questi posti hanno mantenuto un senso di uguaglianza e line-up meritocratiche che si rivolgono a un gruppo specifico di fan, per cui è possibile che succeda qualcosa di esaltante. Forse l'onere di esplorarli in profondità spetta a noi, invece di percorrere sempre il solito sentiero anno dopo anno. Sono posti che continuano a crescere e che hanno alla propria base il concetto originario di festival. Ogni volta che nasce un nuovo evento, la componente di unità fondamentale è presente e inerodibile—la premessa stessa dell'evento è che le persone si ritrovino insieme. Senza le persone, un festival non è altro che un deserto pieno di furgoncini fast food, pozzi neri senza acque nere, guardie e gelatai.

I festival musicali non moriranno, perlomeno non tra poco. Finché ci sarà musica e finché la gente l'ascolterà, continueranno a esistere—in forma primitiva, o sponsorizzati da Monster Energy, o con cinque diversi livelli di esclusività. È la natura umana. Quindi mentre gli eventi maggiori sono senza dubbio cambiati, distorcendo le sfaccettature di significato che stanno alla base della loro esistenza e trasformandole in celebrazioni di esclusività e di un'esperienza sciapa, ripetitiva, ci sarà sempre qualcosa d'altro pronto ad esplodere e a spazzare via il male di vivere. L'età d'oro dei grandi festival musicali è finita, ma i cancelli sono aperti, in attesa di una nuova carica che li attraversi.